Questo regalo
sei tu
E non mancherò
Filo su regalo, dai bimbi ritagliato,
l’unico per me
L’amore che dai non ritorna, ma fa di te quel che sei, seppur stanco, definisce ancora il tuo cuore, con attorno la pelle che hai
In questa scatola verde bietola c’è il regalo della vita, c’è la clorofilla, la vita che scorre, c’è il tuo bacio puntuale e preciso e fiero, ogni mattina, c’è il sorriso che fai quando ti lascio il bagno libero che ti stai facendo la pipì addosso. Anche il sorriso dei cornetti, delle crêpes da rubare dalla padella e tutti quei no che mi sciogli come burro nella pastina.
C’è il sorriso qui dentro, della trasparenza distrutta dal sentirsi inadeguati.
Vado a lavoro, rientro, e tu sei lì che la casa è un casino, uno di quelli colorati a frange rosse e perline blu, e quant’è bella una casa a casino colorato a frange rosse e perline blu, in ogni angolo c’è la vita che si ribella al cinismo, al distacco, al dolore. E allora mi butto con te, in mezzo alle palline, ai libri grandi e morbidi, quelli da toccare che non ho avuto mai e che ora divoriamo insieme, mi faccio cingere dalle sorprese, dalla sicurezza di un pianto, hai imparato una parola nuova anche oggi. Sei un piccolo vocabolario tascabile. Uno con le pieghe, lì dove le parole si fermano e lasciano una scia, perché sono quelle che si cercano più spesso, come le rughe di un viso, segni indelebili di un’emozione, perché viva dio la usi, quella piega, quella parola quell’emozione sotto gli zigomi, fin su alle orecchie e poi sulla lunghezza estrema degli occhi. Preziose, queste strade sulla pelle e sentieri pieghevoli su questi libri. Quelli che ancora non hai e te ne auguro mille, da avere in tutto il corpo, pieghevole anche tu, piegato, attraversando con coraggio quelle intemperie in cui il tuo cuore si imbatterà.
Non posso davvero prometterti molto. Non sono mai stata amica delle promesse, nonostante abbia passato la vita a ostinarmi a mantenerle, e non vederle tenute mai.
Ti lascio in dotazione, oltre alla forma per fare la ciambella, una manciata di stelle fisse sul manto più blu, le mie, almeno non mancheranno. Quelle te le assicuro fisse, lassù. Saranno un po’ sai, e quando avrai desiderio, voglia o urgentissimo bisogno, le potrai abbracciare come lampioni, potrai pulirle, metterci un velo sopra, e orientarle dove vorrai, chiedere loro di farsi più fioche e scoppiarle come palloncini se sarà necessario, loro, anche in frantumi, veglieranno su di te. Non ci sarà un giorno, un giorno solo che lo smarrimento che sentirai non avrà un anfratto sicuro, sia che tu lo userai per te, sia che lo abbandonerai per sempre.
Avrai un posto nel mondo, uno che sarà cucito addosso a te. Che sappia di te, di noi, di me se vuoi, di te assolutamente. O di niente, basta che sia tuo. Un posto dove potrai prendere una coperta quando fuori piove o se farà eccessivamente caldo, una granita al limone. Quando il mondo ti farà talmente schifo da volerlo distruggere, quando i giusti torneranno sempre con un occhio nero e le costole rogge, quando vorrai fare l’amore col tuo ragazzo o la tua ragazza e non è in macchina, non è al freddo, non è in una camera d’albergo che vorrai stare, non ci sarà timore o vergogna che dividerà il nostro nido, sulle mensole e sui pelusc, sui cassetti dei segreti e le maniglie delle nostre litigate, è lì che sarà sarà rimasto impigliato l’amore che hai avuto e che a tua volta potrai donare, e a vostra volta quello di cui potrai cibarti ancora, è lì che potrai tornare, quel posto non mancherà mai di esistere, ad accoglierti quando vorrai. Sempre e per sempre, un posto col tuo nome, che tu sia dietro l’angolo o ti troverai anni luce da me, lo avrai. Coccolante e mai spoglio. Quando sarai felice e ti andrà di condividerlo con me, quel giorno buono, non mancherò.
In questa vita, tanta vita verde e fiocchi beige, fatta di ricordi e oggetti pochi, e quei pochi costruiti da noi, tessuti d’amore, ci sarà un posto, il tuo posto, dove custodire un’intima serenità senza aver paura che qualcuno te la disturbi. Te la rubi. Te la neghi o ti abbandoni.
Un posto a braccia aperte, in cui fare le valigie e disfarle e farci le feste, e restare, saldo al terreno come un albero secolare. Uno verde così, come questo doppio regalo.
Scartalo, strappalo, fallo tuo, e poi scatola dentro scatola scarta senza dubbio, arriverai a un semino, uno con tutta la crusca, quello che fa di un giorno uno in cui vale la pena vivere ancora. Fino a quando potrò restare qui, a vegliare su di te, questo albero avrà un porta apribile da dentro, accogliente, anche quando gli unici battiti nel petto saranno il silenzio, troverai comunque aperto, più di un albergo, più di un rifugio, giaciglio con le foglie più belle e i rami più grossi a fare capanna. Saldo al terreno, ricorda. Un dove da tenere lontano. Da avere vicino. A qualsiasi distanza vorrai tenermi, questi rami non smetteranno mai di accarezzarti i capelli.
Non mancherò un giorno, a mantenere la promessa. L’unica che posso mantenere.
Quella che custodisco in me da più di dieci anni. Se non da prima. Con costante di A. Tu non te la ricordi, ma tu c’eri già prima che io scrivessi questa storia, prima della lana, prima del dolore, prima della morte, prima del trasloco 15,17,11,6. C’eri, c’eri sempre. Sei stato tu, faro tra i fari, quando c’era solo la solitudine e la disperazione più nera a tenermi in vita, con te.
E ti chiedo scusa quando dicevo sì, ce la faccio, a sopportare tutto lo schifo, quando dicevo sì ce la faccio, noncurante del mio rimpicciolire, presa solo a salvarlo, io resisto, a qualsiasi costo, pur di perdermi, di ammalarmi e mai, salvarmi. Ma anche da molto egoista, non c’è stato giorno in cui non abbia pensato a te. Ora te lo posso dire, che ci pensavo male, a te. Poi, quando riuscivo a strappare la vita da quella schiavitù e allontanare quella dipendenza al riscatto costante di una vita non mia, ritornavi forte e chiaro e limpido, e la promessa si rinnovava, come a seguito di un pericolo scampato, e ti tenevo stretta, promessa e costante, l’unica che mi sollevava da quel non senso, l’unica mano che mi tirava su da quella perdita di fiducia nel mondo era la costruzione di un amore, non darti in dono a un uomo così, in una casa così, in un presente così. E poi di nuovo, un dolore ciclico. Ancora e ancora.
Te la racconterò. La costante di A.
Ma non ora. Ora ti coccolo ancora un po’. Mentre ti addormenti sulla sciarpa di Sofficino, il gatto nero come Calimero. È proprio vero, piccola anima, che l’amore non ha confini. Ma quei confini è bene crearli, e costruirli bene.
Quello che dai non torna (quasi) mai indietro.
Ma quel che fai, cosa fai e come lo fai, definisce chi sei.
E Lalla, a questa cosa, ci credeva molto.
A volte è molto dura, ma non puoi farne a meno. Dare ciò che più ti manca diventa più che un mestiere. Non lo impari. Ci nasci.
E dopo che ci lavori per anni, non ti ribelli (quasi) più alla tua natura. Vuoi per sfinimento, vuoi perché non ti interessa più.
Prima te ne rendi conto, prima smetti di aspettarti qualcosa dal mondo.
E in fin dei conti, va bene anche così.
Alla fine, trovi un senso di pacificazione. Forse inizi a conoscere la forma più alta dell’amore.
Cane, nacqui. Mi disse un giorno spingendo l’altalena al parco del Valentino.
E anche un po’ fenicotterino, aggiunsi io, lanciando la pallina a Pelè.
Fai bei sogni, insieme al tuo papà, regalo numero uno, mio e infinito.
Le altre Storie
L' Associazione
Ci segui?
Scrivici!
© Storie di Lana - APS, C.F. 92180030907
La totalità delle Storie scritte all'interno di questo spazio web sono di proprietà di Anastassia Caterina Angioi, in quanto autrice delle stesse.
È vietata qualsiasi utilizzazione, totale o parziale, dei contenuti inseriti nel presente portale, ivi inclusa la riproduzione, rielaborazione, diffusione o distribuzione dei contenuti stessi, senza previa autorizzazione scritta dell'autrice.


