Nodo
Parole nocciòle
Filo su trasformazione
Ogni cappio un gradino. Ogni nodo un motivo.
I nodi fatti bene sono tali se si sciolgono, al contrario, non sono nodi.
Ne feci quattro o cinque, non ricordo. Il primo per bloccare il respiro, il secondo per calmare il corpo. Mi sarebbero serviti per soffocare il dolore. Quello di non essere vista, di non essere capita, di dare la vita e non venire mai riconosciuta. Dentro i nodi di carne ci misi l’entusiasmo, i sogni, il bene, l’amore che avevo, che dispensai e che mi spensero. Per non sentirli più.
Mi sedetti sulla collina, sotto il diluvio, a forma di fiore di lana sbiadito, dentro la gabbia scintillante in cui mi avevano messo, e chiusi da dentro, gettando la chiave.
La pioggia mi teneva compagnia, confortava la non vita, poi il silenzio, il gracchiare del nulla: sai bene che quello è il rumore della calma e della resa dopo un grave male. Non avevo più niente da perdere.
Una luce lontanissima ma toccabile solo dal punto di vista della mia storia illuminava un minuscolo angolo dell’orizzonte, sfumata tra le nuvole. Forse azzurro. Era lì per me, ma andava contro la corrente dell’indifferenza, piena di detriti e parole d’accusa.
Il quel momento il vento iniziò a spirare forte. Troppo forte per me. Sembrava un tornado, ma io non sentivo più niente. Non avevo bisogno di altro dolore, ma lo avrei accolto ancora, non mi sarei ribellata. Mi sarei fatta trascinare e sbattere alle pietre.
Così fu.
La tormenta si scagliò così forte sulla mia gabbia da strappare gli ultimi alberi che avevo attorno, facendomi scivolare giù.
Sempre più giù.
Per gravità e per l’elevata velocità le sbarre si piegarono, creando una fessura da cui poter passare. Ero viva, ma solo lungo le dita delle mani.
Esci. Esci, puoi uscire, dannazione esci! torna da noi, poveri e sofferenti ma al sicuro!
urlavano le anime perdute e laccate d’oro.
Ma restai lì. Ferma. Abituata al buio della gabbia, lacerata dalla morte attorno a me. Non c’era via d’uscita e l’orizzonte era sparito.
Era alto il burrone dentro cui vedevo costantemente me stessa sul mio bellissimo cavallo trascinato da chi non ero mai io, i rami secchi, persone fatte a pezzi, l’ottusità sottoforma di piume dorate mi attendevano per prendervi la residenza. Potevo restare, finalmente, rendere stabile e felice il sistema dove tutti mi aspettavano da tempo. Coprire gli abusi. Fedele alla morte. Ogni nodo si fece più stretto, fino a togliere gli ultimi sogni.
Sapevo però, da qualche parte, che i nodi fatti bene si scioglievano, mi era successo un’altra volta. Li avrei potuti allentare, avrei potuto far scappare la verità, l’amore e l’entusiasmo e ne avrei potuto fare di nuovi, sapevo anche che darmi il permesso di scioglierli, quei nodi, aprendo la bocca, avrebbe distrutto le certezze che tenevano tappate le bocche comode. Ma il processo avrebbe fagocitato anche me. Era troppo tardi. E così fece. Non potevo più combattere. Sul fondo nero le idee si concentravano sull’intorno. Anche i fiori erano torbidi. Ovatta e putrefazione.
Le lacrime si solidificarono in bocca, sputai sale per diverso tempo. Sola per condanna, sola per scelta. Solo così potevo concentrarmi. Mi tappai le orecchie. Senza le urla distraenti sirene dolenti potevo concentrarmi su ciò che restava di me.
Ricominciai ad annodare per disperazione, per contare i giorni, come dentro una galera buia e senza orologi. Per non perdere la manualità dell’attaccamento alla vita che non sentivo più di avere.
Ogni nodo divenne uno scalino su cui arrampicarmi per infilzare i chiodi nella pietra e nel sangue viscido e aiutarmi nell’ascesa verso il livello del mare. Ma non avevo forze. Le mani scivolavano, ogni tre nodi scendevo di quattro, fino a ricominciare nel buio, dal punto di partenza, dove parole di dolore e retorica, la non speranza, l’indifferenza e l’invisibilità mi ammaliavano a restare.
Ogni nodo però, se restavo a piombo sul mio cuore, mi portava più su e a ogni più su potevo sentire i profumi che amavo, la musica che non sentivo da tanto per ascoltare il dovere della vita non mia, il profumo del bacio di chi amavo. Un pittore matto.
Stavo nel buio e sentivo ancora forte l’eco del dio morire, l’odore dei meschini e degli ignoranti, ma sotto i piedi parole nocciòle mi facevano salire verso l’aria.
Ogni cappio un gradino. Ogni nodo un motivo.
Forse alla fine non era un problema.
I problemi sono problemi se si possono risolvere, al contrario, non sono problemi. Proprio come i nodi.
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