Dono

A caro prezzo
Filo su ipoteca

Il dono non pretende niente. Ma noi, da lui, vogliamo tutto. Che si comporti come vogliamo, che si sveli come diciamo, che viva secondo le nostre aspettative, che si realizzi in accordo alle nostre previsioni nelle mani dell’altro.

Il dono si apre come finestra sui campi di lattuga appena nata, la guarda, sospira e ammira. Si spoglia dell’orgoglio, dell’aspettativa di cui siamo rivestiti, della riconoscenza che pretendiamo a ogni nostro gesto, del dolore che fa parlare i nostri buchi quando non accade ciò che vorremmo che l’altro compia col nostro dono. L’atto diviene così contratto, conto alla rovescia fino al pagamento, “e quindi?” programmati, celati di continuo dietro mezzi sorrisi, nella scala del dovere-potere, nel dare-ricevere. Ai nostri figli, al capo, ai genitori. Dimostrare per vivere, vivere per mostrare di vivere.

Col pianoforte in tasca non diventai concertista al teatro di Hong Kong, sul tetto del mondo non firmai il contratto con la N., non mi feci notare abbastanza quando servì, non divenni influencer di medaglie d’oro, non posai la corona d’alloro sui conti, con il posto fisso non divenni asceta a qualunque-costo pur di guadagnare, e sedermi, infelice ed esausta, su un futuro sicuro per la vita. Mi piegai per la vita a caro prezzo, sui tasti, in pista, sulle scrivanie, agli uomini, ai doveri di ottima moglie, donna infallibile, atleta lustrata, pianista, figlia, amante, puttana, dipendente lusingata, strega spogliata. A che costo? per chi? per essere grati a quale grazia? la spada, negli anni, si fece più vicina, così vicina che mi tagliai la lingua fino a sanguinare, e sanguinai così tanto fino a toccare la morte. Il tempo si schiacciò sul gioco della sopravvivenza. Non ne tenni conto fino a quando smisi di respirare.
Non ho mai usato orologi al polso né è possibile scorgerne uno solo, a casa mia. È un elemento dell’umano che proprio non mi appartiene, nonostante abbia vissuto solo di tempi e di cronometri, di attese e adempimenti. Non facevano che regalarmene, in ogni occasione. E non potevo fare nient’altro che usarli, perché non ci rimanesse male nessuno.
Perché non ci rimanesse male nessuno ho vissuto così tante vite, così tante che in un corpo solo sembrano ancora impossibili da contenere. In buona, buonissima fede, avevo vissuto sin dagli albori una vita di eccessi d’odio addosso e di competizioni continue, ogni giorno, senza sosta, per vent’anni, in ogni campo, corda di violino oltremodo tesa al cappio, scarsa d’amore, d’affetto e di legami. Costantemente sotto ipoteca. Ero la comparsa di una storia che declinava il dono come qualcosa di sotteso al dovere, una questione di vita o di morte, spada nella roccia da estrarre a mani scivolose, da soli, un macabro inginocchiarsi da riscattare. Restituzione, secondo precise leggi e dimostrazioni soppesate.
Dono: Dānapāramitā e dharmadāna, dall’antico sanscrito, è una azione generosa svincolata dall’aspettativa di un vantaggio. Si potrebbe tradurre con “Generosità Trascendente” , nasce come gesto spontaneo legato a un valore affettivo, il donare germoglia nello sguardo amorevole dell’altro.
Il dono include le persone. E lascia spazio quando non se ne può fare più niente. Si può dire grazie, e non farne niente. Esaudirsi, e dire no.
Ma io non lo sapevo, il dono non lo conoscevo, e vivevo in ipoteca. Mostrando gratitudine nei confronti di qualunque cosa mi capitasse. Relazioni da sanare comprese.
Viviamo piegati al volere potere, alle cose-da-fare, all’affanno di arrivare a fine mese, alla perfezione duratura, alla giovinezza eterna, viviamo per far fronte alle avversità della vita racimolando il più possibile, eterni scoiattoli di monetine da spendere per qualcosa che ci faccia felici, con la speranza di esserlo un giorno, e a volte ci riusciamo, vergognati chiedendoci perché. Poi d’un tratto la vita finisce. Esausti. Confondendo ciò di cui abbiamo bisogno col bisogno di riconoscenza, accumuliamo tristezze, urla, dolore, ginocchia sbucciate e schiaffi morali in cambio di due denari perché lo sappiamo che c’è sempre chi sta peggio di noi, e allora va bene qualunque cosa la vita ci offra. Sopportiamo bene, allenati, fino a non poterne più. Scivoliamo sempre più lontano da chi siamo, fino anon riconoscerci più, perché su di noi la spada della riconoscenza per qualche euro di lavoro a ora, ce lo facciamo bastare.
Un giorno scoprii che non era colpa mia vivere ion un mondo che girava legato a leggi disumane e che, dato che ero nata e avevo adempiuto ai miei doveri ora potevo seguire la mia luce, con coraggio e paura, con fatica e smarrimento. Anche io potevo aspirare a qualcosa di più. O anche solo al meglio, per una volta, per me. Un dono che schiacciava l’umano non poteva essere un dono, e coloro che si prendevano le responsabilità di un fallimento erano troppo pochi. Ma il dono non è un lavoro e il lavoro non è un regalo. Nel vivere del capitale estremo, polpettone di fraintendimenti sul valore del rispetto reciproco e di umiliazioni trapassate per gratitudine, sottopaghe eterne, scambi di persona avanti-un-altro, prestazioni e ricatti inanimati, vessazioni e leccapiedi, pur di non sembrare ingrati, perché nel mondo si muore di fame, accettiamo tutto quello che ci cade dal cielo. Occasioni da non perdere, momenti da non lasciar scappare. Eppure accettiamo con facilità di perdere il corpo, la vita, la salute mentale, la dignità, barattiamo la nostra esistenza in nome di un dio che serve per campare, ma che equivochiamo con l’essere grati per grazia ricevuta da qualcuno o qualcosa. Pensiamo al lavoro come un dono. E al dono come un lavoro da colmare per stare al mondo. Quando è invece è un semplice diritto.
Il dono non ha congetture, appuntamenti col dovere, lui pacifico dondola. Ciondola. Come l’amore, come la libertà. Doniamo gli spiccioli al mendicante pretendendo che ne faccia ciò-che-dico-io, perché siamo studiati e superiori a lui, così compriamo il presente ai nostri figli senza chiedere di loro.
A quel punto sfilai la spada di Damocle dal crine che pendeva sempre più vicino alla mia schiena, mi liberai del ricatto e iniziai lentamente a guarire. Nel dono, se è un dono per davvero, nessuno pretende risposta, ritorno, vita. Nessuna richiesta, alcuna attesa, nessun dovere di attendere risultati alla richiesta sottesa.

Nel dono non muore nessuno. Il dono ascolta. Bisogna esserci per riceverlo, e decidere di farne qualcosa o niente.
L’orologio, la spalliera, i pantaloni, il pianoforte, lo sport di famiglia, la casa al mare, le terme del nonno, le scarpe, i giorni di vacanza, il pavimento di casa, la tuta, la radio, il materasso, la carriera, il lavoro, il posto fisso. Di questi doni non sono stata capace di tenermene nemmeno uno. Non riuscivo a capire perché a un certo punto, dopo anni, nella cura spasmodica di questi doni, nella soffocante dedizione alla coltivazione di queste donazioni, dopo lungo tempo, esplodevo come un vulcano o morivo silenziosamente. Nessuna via di mezzo. Nessun investimento riusciva a farsi eterno, in mano mia.
Poi da grande ho scoperto che quelli non erano doni. Ma ricatti, ipoteche sulla vita. Il dono non pretende niente, non aspetta che qualcosa diventi, si sporge, e con coraggio si lascia andare. Non sa chi sarà da grande, semplicemente è. Si lascia cullare di mano in mano, o meglio prima ancora, di cuore in cuore, dalle mani da cui parte alle mani in cui arriva, può stare fermo, fare arredamento, spostarsi, impolverarsi, essere a sua volta regalato, amato per molto tempo, poi lasciato andare a qualcuno che ne farà fiore di una vecchia foglia, nel ricircolo dell’amore, della libertà.
Ci sono malattie che uccidono, e lì purtroppo non abbiamo più potere. Altre ti tengono in piedi per non spaventare gli altri, ci danno la buccia della vita ma dentro siamo divorati, cassapanca mangiata dal tarlo, piccoletto ma bastardo. Fa di te polvere. E come polvere ti spargi nel mondo, fino a scomparire alla prima folata di vento.
Poi c’è il coraggio di dirlo quel no, e inizi a guarire. Riprendi contezza del tuo corpo. E del dono che è la tua vita. Fanne cosa credi, e sii felice.
La capacità di cambiare, di evolversi e di meritare una vita dignitosa, di dire finalmente ciò che hai tenuto stretto in un sacchetto da una vita diventano un dono coraggioso da fare con urgenza a se stessi. Talvolta un dovere. Avere il coraggio, il diritto e la libertà di cambiare idea, di pensare che oltre a ciò che vogliono gli altri per noi e da noi, oltre al capitale da spalare e al dovere di fare, c’è di più. Ci siamo noi. La cura della nostra salute e l’amore per la nostra mente è il dono più grande che possiamo farci. E così per ciò che possiamo essere per l’altro. Per davvero.


Grazie, ma ora è tempo di andare. Ho lanciato via la spada e ho colorato le nuvole. Ho un dono maltrattato che è la vita, una mia, un po’ in ritardo, da scartare. Volevo solo intrecciare un po’ di spago e portare in mano tua, in dono, la mia voce.

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