Fase uno: i miei bagagli
Tutto quello che ho
Filo su calze blu, valigie cuoricini e lanternini
È così che ci arrivi, con l’armamentario, le canottiere, i peluscietti, la bambina che non sei mai stata.
Il bambino a cui hanno detto di non piangere. La figlia, che sei stata, il figlio che ha fissato i giorni nella sua famiglia passare. Arrivi lì, con tutto quello che ti hanno detto non eri in grado, coi silenzi sparati a salve. Arrivi che vuoi darlo all’altro, l’amore mancato.
È che all’inizio ti prende una trave, certo che sì, sugli occhi, nello stomaco, ti innamori.
Ma pure poi eh, in base a quanto sei sorda. In base a quanto sei allenata a resistere.
Fece una smorfia con le labbra, guardando giù, un po’ sorridendo un po’ melanconica, mentre le gambette andavano avanti e indietro come su un altalena un po’ isterica un po’ che si stava facendo la pipì addosso. Ma eravamo ferme. Davanti a noi, da ore, nessuno, niente, o forse tutto: la distesa blu increspata era tutto quello che potevamo desiderare. E il suo suono, le onde che si infrangono sulle rocce incessanti e carezzevoli, cullavano i pensieri, quel mal di testa che fa vomitare, quel nauseabondo dolore agli occhi che faceva lacrimare, era l’abito da sera di un giorno fresco lontano dagli uomini. Era provata, si vedeva, ma non voleva rimandare.
Le misi il microfono sul lembo della maglietta a maniche lunghe nera, quella sua preferita, mentre le gambe continuavano a penzolare giù. Scalza. Come sempre. I boccoli, intanto, avevano preso la forma del maestrale e il disegno delle curve era sempre più definito. Salsedine.
Respiri a pieni polmoni, iodio, porto, sole. E il mare ci faceva compagnia. Rinfrescava le ossa, il petto, e in qualche modo dava sollievo alla resa. Alla testa. E quel suono, onde che si infrangono sulla roccia, era, insieme alle foglie che cadono il suo suono.
Il sole illuminava i capelli dorati. Era così orgogliosa dei suoi boccoli dorati. Diceva sempre che guardare il mondo dietro i boccoli dorati, controluce, era un vero spasso.
Avremmo dovuto parlare delle cinque fasi, quelle che aveva immaginato. O che io, con lei, avevo un po’ forzato, forse come dire, proviamoci a contenere il racconto, i perché, le responsabilità. Proviamoci. Come trattenere il mare tra le dita.
Fasi. O forse solo una. Il sole calava ormai sul golfo, e il fresco sulle palpebre e sulle spalle si faceva un po’ pungente.
Ottobre, il mese della felicità. Il cielo decimo non ha fratelli in questo mese, la luce si dà tante arie, e fa bene, è stupenda, sembra una ragazzina, di quelle con gli occhi profondi.
Le fasi, dicevo. Come siamo fragili e perduti noi umani, sempre bisognosi di capire e contenere qualcosa che da principio non sa nemmeno dove stare.
Anche se non è che esistano proprio delle fasi, è tutto mescolato, è tutto mescolato!
La vedevi indispettita e vergognosa, gesticolatrice abbracciona come gesticolano e si abbracciano i bambini.
Però dovevamo fare ordine, e cinque fasi sembravano poterci aiutare, nel racconto.
È che ti piace, quella persona, e non sai bene perché, ancora. Quando ti piace qualcuno senti uno zaino di sensazioni nello stomaco, spesso contrapposte. A volte una sensazione unica, un po’ sorda. Ti riscopri.
Un po’ bimba, un po’ bimbo. Senti di più, con tutto di più. Quando ci piace qualcuno diventiamo stupidi, di quello stupido che perdiamo nella vita e di cui ci vergogniamo non si sa perché, eppure vitale, bello, è così bello, siamo senza armi. Un po’ in balìa.
Un po’.
Ci teneva a sottolinea quell’un po’. Non troppo, che sennò fa problema, mi raccomando, un po’.
Già l’innamoramento è un casino, innamoramento più sintomo è una vera goduria.
La interruppi. Perché, esiste un innamorato senza sintomo?
Ridemmo insieme.
Certo che no. No, non esiste. Siamo tutti sintomatici. Non si salva nessuno. È la condizione umana, ed è così preziosa. Però si fa che ci lavori, se vuoi, su quei sintomi, e li tieni a bada, alcuni addirittura rimpiccioliscono così tanto che non li vedi più. Ma ci vuole tanto tempo, e infinita pazienza.
Non è da tutti.
No, non è da tutti.
Guardarsi dentro e metterci le mani in quel dentro, nel tuo mondo, non è da tutti. E mentre vivi, quando capita che sei più sei nudo, come quando ti arriva la trave, è lì che si vedono di più, che agiscono di più, quei sintomi, che soffocano, talvolta, di più, e si vede, di più. Sei tutta, tutto di più.
È che quando incontri qualcuno, quando quel qualcuno ti suscita qualcosa in più, c’è sempre un perché, e ti doni senza riserve all’altro. Ma perché quel perché? Che incastro si sta formando?
Dovremmo chiedercelo di più. E invece, stiamo lì coi pesanti bagagli.. Mi vuoi?
Anche se non vuoi o pensi di non farlo, metti in gioco il tuo sintomo, i tuoi sintomi. E lui o lei i suoi. Ci cerchiamo tutti, col lanternino. E abbiamo una mira pazzesca.
Per chi sa guardare, chiaramente.
Ci rintanammo in macchina.
Faceva fresco, più fresco, i suoi piedi ormai erano diventati blu. Salimmo sul suo caravan, lì dove si sarebbe potuta sentire un po’ al sicuro. Almeno un po’ di più.
Avevo il terrore di poterla spaventare in qualche modo, come quei gattini che per strada ne hanno subito, di grandine, e allora non vuoi muovere niente, una volta che riesci a tenerli in casa, perché da qualche parte si son fidati di te, perché non si spaventino e scappino via.
Fase uno.
Ti piace, ti piaci, dopo tanto che sei sola, senti cose assopite dentro te che non pensavi di sentire più, non ti vedeva nessuno. O meglio, non volevi essere vista da nessuno. Ma ti vedevano. La gente ti vede anche se tu non vuoi.
Arrivare nella vita di qualcuno è come arrivare col proprio insieme di bagagli in una hall d’albergo, dopo un lungo viaggio, stancante. E sei lì con tutte le tue cosine, valigette, valigioni, scatole, pezzi di cose rotte, quadri, calze spaiate, mutande sporche, disegni a metà, gli occhiali da sole schiacciati dalle cuffie, la chiave della macchina, il deodorante, due pastiglie di ibuprofene, il cappello in testa e quattro maglioni d’estate, insomma, ognuno ci arriva come riesce, come può. E l’altro ti guarda, che ha le sue cose. E tu ti senti eletta, che qualcuno vuole conoscerti, che in te vede qualcosa.
Lo vedi?
Cosa?
Lo vedi già il sintomo?
No.. Che sintomo?
Questo.. Il fatto di sentirsi eletta. Dalla condizione di non vista, all’elezione. Entri già nella hall che stai usando i tuoi aggettivi, pesanti. E le tue fantasie, che sanno già di eterno. Sai che devi andare piano e invece fai tutto di fretta. Apri tutte le valigie, tutte. Quel desiderio fortissimo di vita. Perché l’altro è così felice e preso dalle tue cose, che vuole vedere tutto, e a te non sembra vero, lo accontenti. E accontentarlo sa di nespole calde rubate dall’albero. Perché ti va, perché ti piace, perché tutto quello che lui racconta, e desidera, tu ce l’hai e se non ce l’hai te lo inventi. Perché lui ti ha visto.
Senti che devi già ripagare per questo.
Chi sei tu.. Per essere vista da qualcuno? Nessuno. Ti dici.
Entri già nella hall di casa sua, prendendo una posizione. E su quella ci ricami, e su quella lui ci ricama. Sai dai primi istanti.
Per quello i primi tempi, sono fondamentali. Da lì, comprendi tutto l’impianto, la natura, di ciò che accadrà.
E mentre apri le tue valigie, escono fuori le tue cose di bambina. Quelle che avevi dimenticato ma che lì, magicamente, ritrovi subito.
Sei disarmata, ricordi? E allora come quando devi fare un esame, o un movimento particolare del corpo, il corpo ha memoria. Dopo che lo ha fatto, quel movimento, mille volte, ripetuto, subito, rifatto, poi, senza pensare, lo fa, è automatico. E non pensa.
L’automatismo è il segnale del sintomo. Ed è lì il pericolo. Quello che è automatico non lo vedi, lo prendi sottogamba, sei presa da altro, dalle cose contingenti, dal farvi felici. Dal farlo, felice. E mentre apri le tue valigie e mostri tutto quello che hai e che puoi, lui sobbalza e indica una cosa: a lui piacciono le tue calze blu, e tu, pur di vedere quel sobbalzo ogni giorno, qual cuore bimbo così grande e dolce, che te le togli, e gliele regali. E lui tutto contento se le prende. Ma gli piacciono così tanto che gliene vorresti regalare ottanta. Ma non le hai, allora inizi a colorare le altre, quelle bianche, quelle gialle, quelle a pois che hai.
Poi vi raccontate le cose, per ore ed ore, e fate l’amore. E poi uscite, e poi iniziate a conoscervi. Ma tu hai già aperto tutte le tue valigie. Perché tu devi convincerlo che un’altra così non la trova, che tu gli puoi dare tutto, e gli dai, tutto. Che sei abbastanza, che vali, che lo farai felice come la prima sera, davanti alle calze blu.
Vuoi talmente tanto quella felicità, quella quotidianità serena che non hai avuto mai, quella che non sei riuscita mai a regalare a te, alla tua storia, alla tua infanzia, a quei grandi che ti hanno cresciuto, che hai visto, che hai guardato soffrire e che non sei riuscita a proteggere, ora che puoi, vuoi che tutto vada bene, secondo le tue regole e i tuoi piani, vuoi che tutti fili liscio, tutto, convinta, trovi l’acqua ovunque, riesci a fare le magie, tu che sopporti tutto, che non hai limiti nella pazienza, inizi a far girare un mondo che non tiene conto dell’altro, se non nei suoi desideri e nelle sue richieste. Il tutto prende lo spazio del vuoto, un tutto che è esattamente il contrario di riuscire, perché non basta mai, perché la posta si alza sempre di più. Crei, giorno dopo giorno, il giardino più bello visto mai, senza tenere conto di altro, ma solo dell’altro, e con tutte le sue richieste giocoli come un clown, inizi ad accecarti, ma non ti accorgi, perdi di vista la totalità e vivi in nome di quegli occhi che si illuminano a quelle calze blu, ma non ti accorgi, tu vali poco, tu vali niente, lui vale tutto, lui vale la pena, sei felice. Guardi i dettagli e te ne innamori, non conosci più la visione di insieme, la totalità. Lo fai fuori.
In quelle cose che già vedi, che ti fanno storcere il naso, ma non te ne curi ti dici che sei tu. Ti fai fuori. Eccesso di vita. Non sei importante. Non sei importante quanto lui. Se lui è sereno tu sei serena. E non te lo ricordi che è la frase che usava tua madre in casa, che usavi tu per tappare tutto e non sentire. Nella hall, nella famosa hall, noi ci siamo già giocati tutto.
Nella hall di un incontro noi ci giochiamo o nostri automatismi.
Continuando a riproporre qualcosa che abbiamo già visto, perché ci fa sentire sicuri, in quel momento di balìa, in quel momento di speranza, di giochi, di sere, di sguardi, di godimento e di gioia, mollo gli ormeggi, sei stanca, non hai voglia di pensare, e ti affidi, confidi, il mondo che ti mancava è lì, magari stavolta è quello giusto, e se non lo è pensi di essere onnipotente, e crearlo tu, cerchi di mettere su un mondo parco giochi senza sofferenze, di calze blu a cui puntare, dove l’altro non possa mai trovarsi in difficoltà, dove possa stare sereno. In pace, appagato.
Mentre tu
non lo sai,
inizi già a mancare. Ma hai già disfatto i bagagli. E non vuoi sentire altro, che le infinite
capricciose
pretese
richieste dell’altro.
E a te non spaventa, sei la regina della mancanza, della pretesa. Sei abituata a sentirti mancante e sei abituata a non tenere mai conto dell’evidenza, di una resa. Sei felice, nella hall. A giocarti le tue valigie. Eccessive in tutto.
L' Associazione
Ci segui?
Scrivici!
© Storie di Lana - APS, C.F. 92180030907
La totalità delle Storie scritte all'interno di questo spazio web sono di proprietà di Anastassia Caterina Angioi, in quanto autrice delle stesse.
È vietata qualsiasi utilizzazione, totale o parziale, dei contenuti inseriti nel presente portale, ivi inclusa la riproduzione, rielaborazione, diffusione o distribuzione dei contenuti stessi, senza previa autorizzazione scritta dell'autrice.


