Lettere di un manicomio
Venire al mondo
Filo su non te l’ho chiesto io. Eppure vivo.
Eri linea curva. Poi la presi io.
È da lì che ci perdemmo.
Nel gelo, le lacrime, la violenza.
E ora cammino, passo dopo passo, dolente e dolorante, ma uno dopo l’altro, ogni piede mi dice che esisto. Lì dove quella me e quella te si possono finalmente incontrare. Lì dove si sono lasciate, come se il mio arrivo avesse spento la vita, invece che farla brillare.
Ti porto sui leggins tagliati che non ho più paura di usare, sulle ore passate sui tacchi che non ho usato mai. E sui quali niente mi può fare del male.
Su quanto questi piedi e questo baffo Nike hanno sofferto e parlato, mai.
A mille di queste catwalk per te, per questo raro luogo in cui sentirmi viva e con orgoglio, me.
Che a vivere c’è davvero bisogno di tanta cipria e molto coraggio. Anche, dopo anni, per rimettere questi vestiti e non vomitare.
Ma prepararsi per una passerella e brillare.
Ci sono anche i bambini nei manicomi.
Ci sono solo i bambini, nei manicomi.
Quei bambini mai visti, i bambini dalle crepe profonde, quelli dagli incastri consunti e soffocati dagli adulti.
I manicomi sono popolati dai bambini, quei bambini che non rientrano nella fila indiana creata da chi punta il dito su di loro, quelli che vivono sulla fila indiana aspettando il proprio turno per respirare, posso?
Per respirare prova dopo, stai pretendendo troppo, non è il tuo turno.
I manicomi sono popolati dai bambini, quelli che abitano le mura di una casa in cui non c’è spazio per loro.
Bambini che si sentono la causa della morte dei loro padri, quelli che mai si son presi la propria responsabilità, la causa della morte delle loro madri, che in egual modo si son sottratte alla vicenda complicata che è la vita, riversando verso orme non ancora solcate di chi mettono al mondo.
Resto qui, venuta al mondo, sulla piastrella accanto al camino, dove il caldo mi cinge le ossa e gli abbracci li sogno, ogni giorno, da dare io, ai miei piccoli attorno al fuoco. E chiedo aiuto, e non lo trovo e ci riprovo, e non mi trovo. Non mi vedono. E se mi vedono dimenticano subito, a distanza di anni, non ho mai visto né sentito. Chi sei tu? Urlo, in braccio a loro, chiedo, non rispondono. Chiusa la porta, dimenticano, ti rispondono non so, non è la vita loro.
Smetto.
Perché anche in manicomio, a ogni età, i bambini sognano, e li vedrebbero tutti se solo guardandoli ognuno abbandonasse il proprio tracotante ego.
I bambini nei manicomi muoiono.
Perché siamo presi a fare altro, ma ci dispiace, poi, per la tragedia. Non sapevo.
I bambini muoiono di morte lenta, in manicomio, che nessuno, né io né loro, avevano mai chiesto.
I bambini in manicomio piangono, senza lacrime, in luoghi chiusi al mondo e aperti solo a chi un giorno, sai già non li riconoscerà mai più. Eppure, li hanno visti, li hanno tenuti per mano, li hanno annusati, cambiati ogni giorno.
Ma dimenticare i loro occhi è più facile che fermarsi a guardarli, siamo tutti impegnati, siamo tutti presi dalle nostre stronzate, a nessuno piace restare senza mutande il giorno di Natale, in piazza Maggiore, col panettone e I re Magi, mentre per mano cantiamo la nostra
di vita
scintillante
zuccherosa
promessa iraconda. Fuori nevica, le case crollano, edulcorati dalla sola vergogna, fatta di coperta, seta calata sulle spalle, ridiamo compiaciuti, sappiamo tutto, da anni, ma ce ne frega quanto guardare le crepa sui muri. So che cos’è, ma non me ne importa. In fondo questa facciata di muro è la mia ed è intonsa, tu occupati della tua.
Non della mia, e della tua non ho voglia.
Ma i bambini muoiono. Nei manicomi. Ne hai incontrato uno anche tu, ieri. E non lo hai riconosciuto.
Sua madre ti chiedeva aiuto, quando ancora gli uomini si giravano a rallentatore, per poterle togliere i leggins di dosso.
Ma tu hai preferito dire non so. Dimentico. E ti presento il conto. Uno tutto mio, a distanza di anni e di morti, che me ne frega se da quella crepa è crollato tutto il muro.
Ho cambiato casa. Lì non ci abita più nessuno.
Ti porto sui leggins tagliati che non ho più paura di usare, sulle ore passate sui tacchi che non ho usato mai. E sui quali niente mi può fare del male.
Mi hai messo al mondo dimenticandoti che io non te l’ho chiesto.
Volevo solo un po’ di rispetto, cosa che non ho avuto.
E quando si poteva fare qualcosa, non mi ha mai visto nessuno.
Come Mowgli su Marte. Facile, sottrarvi ora.
Non è la vostra vita.
Che vi importa.
Sono nata in manicomio e so cosa vuol dire ti prego, non girarti dall’altra parte, non lasciarmi qui, non lasciateci qui, chiusa questa porta.
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