Marie Coulbert
Aveva fretta
Filo su pizzo antico
Il rischio. Il pizzo. Il vile ricatto.
Quello che molti di noi pagano per una vita intera, finché non decidono di cambiare la posta in gioco e iniziano a guardarsi, e con lo sguardo, parlare, e nella paura, collaborare
Sì, perché solo allora, la piccola Marie Coulbert, avrebbe potuto occuparsi della sua, di culla, su cui far crescere il suo sedere.
Bisognava sbrigarsi. Sistemare gli altri, per poi occuparsi di sé.
Aveva iniziato a cucire ben prima che gli altri lo scoprissero.
Ma non con ago e filo, le cose che si vedono, non parti di cose, non morbide e né code, né bottoni né vertebre di moffette rampicanti al sole.
Un lavoro certosino, il suo, dedito e preciso, che non si notava, se non a occhio nudo e chiuso, col tatto e il suono del sussurro che fa il respiro, il gusto del sale a pois sui vestiti e intrecci di trecce di fiori e di fiocchi.
Marie Coulbert filava con dolcezza, dovere, silenzio, lembi di pensieri tenuti stretti tra i denti e reti, reti per contenere le urla di chi non sapeva come difendersi. Difendere chi di quel dolore scavava la sua morte.
Era abituata a cambiare strategia, azione, pensiero, senza che avesse preavviso, sapeva che da un momento all’altro, al segnale, si prendeva tutto e si andava via.
Nel suo immaginario avrebbero mendicato in fila al semaforo tra gli sguardi giudici dei suoi compagni delle materne, e quelli più duri dei genitori degli altri, dei compagnetti dell’elementari, tra i finestrini abbassati e quelli che chiusi, la denudavano sporca, sprezzanti.
Lei lo sapeva, loro, senza di loro, non erano assolutamente niente. Era chiaro, imparato, secolare e a memoria predicato.
Nel giro di una frazione di secondo, in base al movimento veloce e contrito di sei occhi che, nonostante non si guardassero più da anni, sapevano che direzione prendere all’unisono, egoisti e godenti del loro stesso orrore e ben poco impegnati ad andare oltre il loro ego, attratti da se stessi e coraggiosi solo al richiamo della pulsione distruttiva su ciò che potevano rapidamente strappare e sfasciare e compiangersi – occhi che forse in vero non si erano veduti mai – piuttosto che verso l’amore per un essere terzo a loro, evidentemente invisibile, l’appena creata vita, in base a quanto vetro sarebbe caduto sui pastelli, e quanto sputo sulle tegole spaccate in veranda, Marie Coulbert sapeva che doveva prendeva il coniglietto, il pantalone di Pippo, una felpa, la paura, e si scappava via. Ogni giorno, per tutta la vita.
Di notte.
I rumori.
La campagna.
Scegliere ogni giorno di combattere sulla scomoda e
pietrosa, calcarea arida terra o lasciarsi cadere nella pietà di un comodo, restiamo,
niente.
Fine.
Che aspetti imminente.
Trasloco incessante di ossa.
Chi viene a salvarmi?
A pensarmi?
Ad amarmi?
A rassicurarmi, aspettarmi?
Toglietemi via da questi pazzi.
Il cuore non lo sapeva, di dover nascere e doversi dar da fare nella fretta, ancora nella culla.
Ed è in una culla mai dondolata, che Marie Coulbert imparava a stringere quei punti,
delicata e certosina,
di sutura,
un lembo che doveva unire più in fretta possibile nello stesso centro, tre vite. Ognuna perduta a modo suo e vagante a modo suo. Quello del mondo della cultura e della libertà. Benestante apparenza. Serenissima vita, eco di una puttana sirena, miseria.
Un lembo che doveva unire più in fretta possibile.
Sì, perché solo allora, la piccola Marie Coulbert, avrebbe potuto occuparsi della sua, di culla, su cui far crescere il proprio sedere.
Bisognava sbrigarsi. Sistemare gli altri, per poi occuparsi di sé.
Guardava il soffitto, e non proferiva pianto. Parola. Suono.
Quello era il suo modo.
Non esistere Marie Coulbert, c’è già gran baccano Marie Coulbert lo senti? Non ti ci mettere anche tu, le diceva la sua voce. Ma la sua voce ancora non proferiva. Non si articolava, ancora non parlava la lingua degli umani.
Era appena nata, Marie Coulbert, nata per forza. La vita di sua madre era appesa a un filo e il suo filo con lei.
Non c’erano molte speranze.
Così l’ultima, Marie, se l’è presa per sé. E a quel filo ci ha legato sua madre, come un fiocco nel pizzo più prezioso.
Si erano salvate, lavate dal sangue, insieme, entrambe.
Eppure, quel sospiro di sollievo, di quando passa un brutto spavento, non l’hanno tirato mai.
Marie Coulbert, dov’è la tua stanzetta? E il lettino?
E la festa? I palloncini e i fiori profumosi di vita e gioia sbocciata dalla guerra? Dov’è Marie Coulbert, la tua festa?
Non tutti nascono con una festa.
Marie Coulbert era nata che a destra aveva Calimero con mezzo guscio sulla testa, e a sinistra Topo Gigio con la magliettina a righe bianche e rosse, e i baffi lunghi.
I baffi lunghi legati.
I baffi lunghi non si potevano portare.
Accanto a lei, lei che boccheggiava come i pesci, i parenti facevano la fila, dietro quel magico vetro che, come una teca, tiene forte la vita che esplode, di quei cosi tondi, nati insieme a lei.
Sua madre non faceva le passeggiate come tutte, per andare a vedere la sua bambina. La sua bambina, lei, non la poteva vedere. Passarono dalle quarantotto alle settantadue ore, prima che pelle ritrovasse pelle.
E poi il buio mascherato dal sole.
Lo stesso che guardava da dentro la pancia.
Marie Coulbert portava i boccoli biondi per cornice, su guancette rossissime, come avesse due mele incastonate sotto gli occhi neri da squalo, e la bocca di fragola scaldata forte dal sole. Era inconfondibile, tranne quando si nascondeva sotto le foglie delle zucche, lì spariva insieme alle tartarughe. Gli occhi che la coccolavano di più erano quelli calmi e pazienti di una donna dal pelo anziano a quattro zampe. E un capo canuto e dalle rugose mani.
Non tutti nascono in famiglia umana.
Con famiglia.
Di famiglia.
Marie Coulbert cresceva a vista d’occhio e con lei le sue magie che, con il suo cuore filante, riusciva ad affinare nella tecnica e nella speranza, sceglieva i tessuti, le forme, il fil di ferro, talvolta, col fil di ferro era la più brava, anche quando aveva le mani tonde tipiche dell’età più vicina all’acqua, lo prendeva, lo torceva, lo tirava, lo stringeva e chiudeva con la pinza, le reti.
Le reti delle olive.
Le reti delle galline.
Le reti dei cancelli e per l’orto e i nuovi innesti.
Marie Coulbert cuciva tutto quel che poteva, con gli occhi chiusi, vedeva, e una volta aperti, sistemava, ritagliava, sceglieva, reggeva, filava continuamente la carta, i vestiti, le foglie, i sonni insonni, i libri la carta, i licheni. Non demordeva, cascasse il mondo attorno a lei, inesorabilmente, ci credeva.
Ricominciava, instancabile, da capo. Come la miglior costruttrice di castelli di sabbia in riva al mare.
Li cuciva goccia dopo goccia in acqua con l’acqua, credendo che potessero, abbracciati alla sabbia,
restare attaccati.
Ogni giorno stava lì, col corpo a conquistare e con la mente, a brillare, mentre nessuno la vedeva, a filare un tappeto di granelli, incastonati come perle preziose che nessuno si fermava a guardare, sottopelle, attorno alla sua vita, attorno ai suoi mai sogni
mai sorrisi
mai bisogni
mai perché.
Ma perché?
Marie Coulbert portava un pizzo di rosa antico, il giorno in cui la vita le ha presentato il primo conto senza scontrino,
la madre piangeva tra le pietre, per terra, il padre andava via veloce, forte e lontano, che era domenica, sbattendosi ancor più forte, con l’auto sul cancello, Marie stava filando, anche allora, senza avere neanche un po’ il diritto di piangere e di dire:
Mi chiamo Marie Coulbert ho cinque anni e sono solo una bambina.
E voi siete pazzi.
Ma per Marie, erano i più perfetti, e migliori, e speciali pazzi potesse aver avuto mai.
Solo che entrambi, non si erano mai accorti, di aver messo al mondo una creatura piccola, colpevole solo di dover guardare, ogni giorno della sua vita, la scena della sua vergogna più grande.
L’impotenza.
L’abbandono.
L’atroce bisogno di farsi la guerra.
Bombe a mano, scagliate sui corpi di chi amava.
La vergogna. Quella di non riuscire mai a chiudere quel lembo, che si sfilacciava, ogni istante,
come tuttora continua,
E fino alla morte e forse in qualche luogo lontano,
In eterno,
Oltre.
Dove forse potranno anche loro, trovare pace.
Ignoranti da sempre,
Della vita che avevano messo al mondo,
Di se stessa assente.
Ma piena di traumi, di buchi e volontà di un solo giorno un mattino sereno, Marie Coulbert aveva accolto, nel suo cuore nel suo corpo e tra le sue mani, i loro. E loro senza remore glieli avevano dati.
Lembi strappati, di un tessuto dapprima diverso, e poi unico da non vedersi divergere nelle sue meraviglie mai più, fitto e intrecciato, da perdersi avulso in sé, del tutto.
Tutto tra le dita di una bambina insignita di un potere disceso senza chiedere.
E lì che si fa?
Niente. Cuci il dolore che nessuno ha mai voluto affrontare, lo accogli in eredità, perché tu nasci e pensi di essere speciale nel piombare e risolvere le cose, perché nessuno te lo dice che non ce la puoi fare, ma il buco se ne frega, il dolore tramandato aspetta te, è lì per te, tra gli onori te lo si spende, e per sopravvivere serve inventarsi qualcosa per non morire tutti insieme, da bambini ritagliare carta e cartone per bambole disegnate su fogli senza ombre, che basta una pioggia, perché sciolga sulla pietra tutti gli sforzi e i colori, tutto, sotto il diluvio di un’acqua che non conosce né diga né radice né tregua. Chissà, ai suoi occhi, come doveva essere fatto il sole. Forse aveva la forma di un ago e di un filo e di un gomitolo morbido morbido, sui loro occhi tristi e pieni di insoddisfazione. Ciechi e morbosi.
Un lembo che doveva unire più in fretta possibile.
Sì, perché solo allora, la piccola Marie Coulbert, avrebbe potuto occuparsi della sua, di culla, su cui far crescere il proprio sedere.
Bisognava sbrigarsi.
Tutta la vita, alla riuscita della storia ricamata più vitale che fosse mai esistita.
Marie Coulbert per sua fortuna, ma lei non lo sa, ha miseramente fallito.
Solo così, la sua culla, ha iniziato a dondolare, che era già grande.
Preso atto con dolore e ribellione che i lembi di una vita passata lasciata a noi, implicitamente, da riscattare alla nascita è solo la resa di chi non ce l’ha fatta, chi non ce l’ha voluta fare.
Un ricatto ben confezionato, una vile resa, una che altrettanto difficilmente siamo in grado, da tutte le parti, di ammettere a noi stessi, preferendo lasciare come peso senza scelta sulle spalle delle creature che mettiamo al mondo.
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