Gioia di gregge.
E se apriamo il cancello, che si fa?
E se inizio a belare? Che si fa?
Filo su crediamo a ciò che vogliamo credere anche se non è la verità
Chissà se ridiamo ancora.
Filomena ha il fagotto rosa. Magari stavolta ci guarderete voi, esultare, impuniti, ancora, del male che fate.
Chi è disposto a mettersi dei dubbi? E a discutere sulle pietre, le proprie, attorno, sul cuore e sugli occhi?
Ignorare ci dà sicurezza, conforto, crediamo una serie di cose componendo un muretto ordinato, pulito, bellino. Più lo stimiamo, più ci emoziona e più brilla al sole, più il cuore si sente al sicuro, il dubbio si rintana e viene meno il nostro senso critico, credendo che ciò che conosciamo sia la verità. Invece, spesso, ci perdiamo dei pezzi. Anche belli grossi. A volte le basi del muro, se non pezzi interi di staccionata, dove il gregge esce, ma noi non ci accorgiamo. Ci fidiamo.
È importante fidarsi di cosa diciamo di conoscere, delle persone, delle emozioni, delle sensazioni. Eppure non basta. Almeno non sempre. Le cose cambiano anche se le guardiamo ogni giorno e uguali si mostrano a noi, e così le persone, si celano, mutano, ammutoliscono. Iniziano a parlare una lingua a noi sconosciuta. Come nell’amore. Come vivere, che è amore.
Conoscevo un gregge. Uno di quelli classici, classico gregge da favola, un centinaio di pecore, due cani da pastore, uno più alto e uno più basso, uno più sveglio l’altro drommìu, complementari, ottimisti, diffidenti, prudenti, ringhiosi e insieme coccolosi. Insomma, dei veri cani da pastore con doppio curriculum ed erasmus all’estero, che si sa. Fa punteggio.
Le giornate per loro si susseguivano docili e cadenzate, in questo gregge da manuale c’era l’erba, il calore dei raggi, l’acqua, il pastore, gli agnellini, il latte. Il sole si svegliava, il sole tramontava, le pecore erano le più invidiate della regione delle Lande Verdi e Scoscese, perché caratterialmente forti, coraggiose per essere pecore e dal manto morbido e sano, l’erba che mangiavano era senza pesticidi, la stalla creata con mano e cuore dall’allevatore col tetto in legno le stanze mungitura tosatura e relax erano state pensate a misura di pecora. Era una casetta vera e propria, tra le più calde in inverno e tra le più fresche in estate: un quadrilocale senza mutuo, lì dove fare ritorno dopo lunghe passeggiate, lì dove festeggiare le nascite e vendere i prodotti migliori alle persone. Fiore all’occhiello della Regione. Ma che dico, dell’intera Nazione. Felici quelle pecore, dicevano tutti gli animali del circondario. Meravigliose strutture, dicevano tutti i tecnici pecoristi, scuola di lana vera, dicevano i tessitori. Gli allevatori erano soliti fare degli stages, come si dice in gergo, di aggiornamento e approfondimento dal pastore. Il pastore era una vera anima buona. Appassionata. Testarda. Schiva. Stanca delle persone. Un pastore che sarebbe corso, per te, ovunque, ammirato da tutti per il suo operato, il suo sapere, da anni vinceva indiscusso i concorsi di pecora migliore, di lana migliore, di latte migliore. Gusto tecnica texture. Si diceva che lì non esisteva stress. Tutto seguiva le dolci curve del tempo.
Un giorno volli provare pure io, disse Filomena davanti a me, Filomena, la nostra pecora bella nera, la talentuosa Mena. Per capire se davvero quel mondo fosse così meraviglioso, e così produttivo come era, si fece coraggio, e tramite un percorso ben studiato di pastore in pastore, Filomena chiese l’adozione: voleva essere curata anche lei così, e migliorare il gusto del suo latte, affinare la lana e diventare sempre più brava nel belato. Per una pecora pimpante e delicata come lei le premesse della Landa erano tutto, la fama e il talento, la storia che portavano quelle colline e le staccionate , era un paradiso. Finalmente il posto per lei. Cucito addosso.
C’era del timore, chiaramente, perché entrare in un gregge consolidato e ammirato in un momento di cambiamento come quello di Filomena non era facile. Filomena era una pecora bella nera. E lì le pecore erano bianche e grigioline.
Ma questo non poteva essere un problema, lì la diversità, era risaputo, era un vanto, una rara bellezza da far splendere a modo suo. Nonostante i timori e le difficoltà iniziali Mena venne accolta dal pastore come un diamante raro, così anche dal gregge, da quelli accanto, e dalle persone orbitanti la Landa Verde e Scoscesa. Questo era ciò che pareva, le pecore non hanno occhi alle spalle. E sembrava non ci fosse più il bisogno averne, per la prima volta. Finalmente.
Era un vero paradiso. Appena si entrava nel gregge, questo era risaputo, si diventava parte di una famiglia, si cambiava nome, ti davano un nomignolo, e la complicità aumentava di giorno in giorno. Molto più di una famiglia.
Molto più che un allevamento. Molto più che pecora e pastore. Lui diceva sempre, puoi chiedermi qualsiasi cosa, e io lo realizzerò per te, in qualsiasi modo.
E quindi cosa?
Filomena venne chiamata Gilda, come una pecora pazzesca vissuta molti anni prima e lei, entusiasta del nome, di una pagina tutta sua nelle programmazioni della giornata, dell’accoglienza, e dell’entusiasmo per lei, non voleva dare altro che tutta se stessa per rendere grazie. Le regalavano sempre la frutta migliore, anche una pianta per il suo giaciglio, le mattine si lavorava sodo, la sera si restava attorno al fuoco a raccontarsi storie. Filomena, anzi Gilda, era rinata. Aveva anche iniziato a prendersi cura degli agnellini appena nati, tutti la adoravano, anche se qualche voce girava sul suo passato e il suo essere gioiosa e sensibile, ma era normale, si sa, le pecore, se non vai loro a genio, parlano, lei però sicura dei suoi affetti, non se ne faceva carico. In fondo era lì per conoscere, apprendere, migliorarsi e lavorare, era una di famiglia ormai. Conosceva tutti i segreti ormai, anche le persone che nel tempo avevano fatto tanti torti al pastore. Tanto male tanta invidia, avevano portato il pastore a chiudersi in se stesso più di quanto non lo era nei tempi gloriosi del passato, la stanchezza, dopo anni, si faceva sentire, e anche le acredini. In realtà il pastore aveva avuto degli screzi anche in casa, uno dei suoi allievi aveva creato un suo gregge, proprio tra le sue stesse colline. Un affronto vero e proprio non si respirava una bella aria, ma loro erano i migliori e Gilda non avremmo mai dovuto preoccuparsi. I racconti erano tanti e Gilda amava pendere dalle sue labbra, lei lo aiutava in tutto, con le altre pecore, con la tosatura, coi capi più anziani. Lo accompagnava anche fuori Landa quando c’era bisogno, o andava lei a fare le sue veci. Era una pecora davvero speciale, Filomena.
Ora, arrivati a questo punto del racconto l’idillio pare difficile da mettere in discussione, è palese che il funzionamento della Landa sia stato dato nei decenni impeccabile proprio grazie a un insieme di sensibilità e accortezze che rendevano le colline, un famoso locus amoenus e un desiderato da tutti paradiso.
Sarebbe bello che il racconto finisse così. Felici contenti e vincenti.
Ma il tempo è signore.
Anche Filomena lo avrebbe desiderato, il finale da fiaba, in fondo, lì, era tutto da fiaba. Ma la perfezione non esiste, non esistono nemmeno luoghi senza oscurità o impeccabili, alcune cose vanno belate sinché si è in tempo. Almeno dal momento in cui si riescono a vedere, prima che sia troppo tardi.
In realtà i campanelli d’allarme c’erano sin già dall’inizio, legati alle staccionate più antiche, ma quando abbiamo grandi aspettative su qualcuno o qualcosa è difficile che vediamo. Che ci lasciamo il tempo di valutare, scegliere ed eventualmente cambiare. È difficile soprattutto se non sei del luogo, se arrivi dopo anni di storia lucente e grandi concorsi. Chi sei tu, per dire qualcosa di diverso dalla storia?
E noi che leggiamo, scorrendo, tra le righe iniziali, centrali e conclusive di questo piccolo racconto, su alcune cose avremmo dovuto suonare noi stessi i campanellini dell’allarme, ma, felici per Gilda che tanto aveva errato e pur di scoprire i retroscena di luogo rinomato da tutti noi dell’ambiente pastorale ci siamo lasciati prendere dalla fiducia scritta nelle stelle che crediamo meravigliose, perché la cultura ci insegna e ci ha insegnato così. Parole che crediamo buone e belle da dire, perché siamo stati abituati così.
La realtà delle cose era molto diversa da quel che da fuori si pensava e che pensano tutti ancora oggi, sia quelli che sanno e nascondono, sia quelli che non sanno e scoprono, nascondendo il naso nella paglia, lo stesso.
Il fatto di essere un gregge vincente su ogni fronte aveva portato negli anni, i capi, a spostarsi in altitudine, troppo in alto rispetto alle colline sottostanti, pur di stare più su, pur di vedere da su, pur di avere tranquillità, pur di isolarsi dal resto del mondo per lavorare meglio, sempre più su. C’era il vuoto attorno a loro. E non tutte le pecore resistevano al freddo. Molte morivano, o cadevano dalla scarpata.
Ma il numero del gregge non diminuiva mai.
Era strano.
Ma la rinuncia, per il pastore, era un fatto troppo ostico da permettersi. Rinunciare a qualcosa per scoprirsi umani era quasi impossibile per lui. Per sorprendersi in errore, per pensare che forse ascoltare restava ancora il dono più grande per vedersi migliore.
Il tempo, se non areato, fossilizza, anche le menti e i corpi più forti.
Cantarsela e suonarsela sempre da soli rende il mondo e quello a noi attorno, tutto uguale a noi stessi: senza spiragli di evoluzione, il tempo passato a crogiolare le proprie certezze negando la realtà, porta alla morte, soprattutto a quella di chi è diverso da noi, e così, anche nella Landa del paradiso ogni foglia che non cadeva insieme alle altre, che non seguiva il vento e il suo spirare, portava scompiglio. Pur di non vederla volteggiare come le andava, erano in grado di strapparla dal ramo o catturarla con sé, cercando di plasmarla a modo loro.
Ma fuori, questo non lo sapeva nessuno. E se lo si sapeva, si taceva.
Erano tante le pecore che morivano di freddo, ma il pastore piuttosto che cambiare, eliminava ciò che non andava. Egli non si poteva permettere di scendere a valle nella rigidità del si è sempre fatto così col rischio di cambiare la sua particolare visone delle cose. Allora prendeva le pecore decedute e le seppelliva, scambiandole nella notte con identici capi pervenuti dall’entroterra più buio della Landa, di modo che nessuno sospettasse, tanto, le altre pecore, terrorizzate, non avrebbero mai velato.
Ma non lo sapeva nessuno, e se lo si sapeva si taceva.
Non Filomena, che soffriva di insonnia e all’epoca aveva una relazione con Pago, il cane da pastore più grande, che un giorno guardando le stelle, aveva osservato insieme a lui, dietro la staccionata, senza ben capire, il torbido traffico delle pecore più deboli. Pago, così, le aveva raccontato tutto, Pago il maremmano, una testa calda che grazie al pastore e al gregge aveva messo il pelo a posto, era un cane da pastore tra i più belli mai visti, era il più grande della Landa, lo temevano tutti per la sua aggressività, ma nessuno ne parlava più, lui aveva rubato il cuore di Gilda durante una passeggiata vicino al mare. Anche lui era al corrente di ciò che accadeva, ed egli stesso non condivideva. Non ne poteva nemmeno lui, del pensiero fossile del pastore e desiderava andarsene via, per cercare fortuna altrove. Ma da quando aveva conosciuto Filomena anche la sua vita era cambiata, diventando talmente bella da voler rilanciare le sue idee, resistere, e restare.
Filomena però in realtà, chiuse le porte della stalla, non stava bene con lui, in fondo il pelo lo aveva messo a posto per gli altri, magnifico e lucente, ma il vizio no, il vizio si era sviluppato tutto con, e su di lei. E Filomena, pur di salvare pecore, pastori, capre e cavoli, anche perdendo se stessa, non riuscì a parlarne con nessuno del posto. Se non alla fine della storia, e con le persone a lei più care.
Mena, dopo qualche mese di adozione aveva iniziato a sentirsi sempre più diversa, sarà che cresceva, sarà che aveva idee ben precise, sarà che il pelo era sempre più bello e più nero, il belato più raffinato, non capiva perché la sua gioia disturbava.
L’invidia le dicevano, te ne devi fregare, l’invidia era tanta, ma lei non capiva, e il gregge, sempre più chiuso in sé non riusciva a tollerarla. Le pecore straniere erano un problema, per loro. Intimo e indecifrabile.
Filomena, un giorno, sfinita, decise di belare, di belare proprio col pastore che, immaginando una situazione non buona con Pago, decise di ascoltarla a cuore aperto. Filomena aveva il terrore che nessuno la credesse. Ma il pastore fu il primo a dirle che se lo immaginava, che li vedeva i modi di lui, anche davanti al gregge. Lui le aveva detto, abbracciandola, che si sarebbe potuta fidare di lui, che inoltre aveva intuito che avesse scoperto il traffico delle pecore notturne, ma non conosceva il dolore che tutto questo aveva provocato in Mena. Mena era quasi in fin di vita. Ma non se ne era accorto nessuno.
O meglio, nessuno voleva vedere, pur di mantenere la Landa sacra e pura e la nomea intonsa. Quella di tutti. Del gregge, di Pago, del pastore. Inizialmente, sebbene il pastore si fosse mostrato sfranto, deluso e pieno di dolore per lei, decidendo fermamente di proteggere Mena con fare lucido ed equilibrato, qualcosa a noi ancora ignoto tutt’oggi, fece cambiare il carattere e gli occhi a chiunque.
Come non si sa. Si sa solo che dopo aver parlato col pastore, Filomena era scappata per un po’ da quel marcio e da Pago, dalla spocchia e dal vuoto che la Landa aveva creato in lei, ma al ritorno Filomena non riconobbe più nessuno, il pastore cambiò le carte in tavola in sua assenza. Pago lo stesso, e tutti i suoi amici.
La pecora da eliminare era diventata lei, per il pastore tutti e di comune accordo. Anche per le persone con cui Filomena negli anni si era confidata.
Il terrore pervase per anni le sue ossa fragili.
Avrebbero preferito bruciarla, piuttosto che venisse fuori la verità. Piuttosto che guardare i suoi pargoli realmente, quelli cresciuti da a lui, negli occhi per quello che erano, violenti, e proteggerli a qualunque costo anche se colpevoli, e vedere al contempo se stesso per quel che era, il pastore omertoso e spaventato e deluso aveva una sola soluzione: gettare Mena dal burrone.
Intimidirono Filomena talmente tanto che dovette scappare durante una notte di agosto in fretta e furia, di nascosto, per il bene di tutti. Per il bene di un meccanismo troppo assodato per essere messo in discussione, che non tollera macchie di alcun colore e appoggia quelle gravissime, per non offuscare manti chiari e cibi buoni.
Filomena quella estate perse tutto il pelo, frantumandosi gli zoccoli. Prese il suo tutto in un fagottino e se ne andò, almeno per salvarsi la vita, che ella stessa iniziava a mancare.
Il sole però lo sapeva, e sulla Landa si spense per sempre. Lì decisero di usare potentissimi riflettori. Ed ebbero grande successo.
Il paradisiaco gregge continua ancora oggi la sua vita indiscussa, da fuori idolatrato, da dentro leccato. Riducendo Filomena a una spiacevole parentesi, tutto ritornò uguale, come prima del suo arrivo e anche se non era più uguale in tante cose, quel luogo idilliaco continuò ad essere ammirato da tutti, tutti si allearono insieme, per far ritornare l’aria pulita e il sole che Gilda, anzi, Filomena, aveva, col suo carisma e la sua belata, per sempre oscurato.
Nessuno, fuori di lì, ha mai saputo la verità. O meglio, molti non la vogliono sapere la verità, altri, ignari, continuano a bersi felici, una favola mai scritta.
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