Anna Cristallo
Dentro vedo, ma fuori no
Filo sfinito
Ricco e meschino, accecato e preso in giro, unto e sbattuto di brillanti, ora fioriva di spago.
Da solo. Da sé.
Quello che lui le aveva promesso sulla scia delle stelle, col mondo abituato a stare sotto i suoi piedi, banconote per comprare fama, e sentimenti per contraffatte felicità e le sere, per cui vendere l’anima e oro leccare, che con uno schiocco di dita avrebbe potuto ottenere per lei, ormai era ricordo, era lontano, arrugginito dall’aria dal variabile tempo. Dal freddo.
Lei era lì, e raggiungeva da sola, facendo un giro tutto suo, impervio, sbilenco, incredibili sponde, andando avanti, molto più avanti di lui, facendo quello che mai si sarebbero aspettati: era diventata imprenditrice di se stessa, e quel “di se stessa” non era un dettaglio, era prezioso, fondamentale, per la storia che aveva, era lì con le sue non armi, la buffezza, la gentilezza e i boccoletti sparuti, vendendo biancospino ai cigli delle strade, stava diventando quello che voleva, una voce. Oltre lui. Ma questo Anna ancora non lo sapeva, aveva ancora bisogno di sentirsi in posizione di subordine.
Mentre lui aveva ricominciato ad orbitarle attorno, per mantenere salda la sua facciata, quella del buon vicinato viso, lei si allontanava.
Anna si prende le sue responsabilità. Quelle d’ogni cosa, la colpa pure, e se c’è anche l’umiliazione.
Già che c’è.
E non è una lode. È una zavorra.
Aveva imparato a farlo nella pancia della sua mamma, stressata e triste. Assorbire, aspettare, subordinarsi senza farsi domande.
Come se la membrana, la pelle, non ci fosse.
Come da grande. Anna analizza le cose, tutte, in maniera spasmodica e ossessiva, prima, nel mentre a posteriori. E se fatto non da sola, quando non lo fa da sola, è utile, e oggi vede. E per la prima volta può dirsi, può ammetterlo a se stessa, è palese, ne ha approfittato di me. Scoprendosi fragile e ingenua. Come ero tonta, si ripeteva, non lo conoscevo quel mondo, il suo mondo. Assetata di sogni e cambiamento. Cascata. Come pietra sul fondo. E da sotto fa più male ammirare la luce che penetra l’acqua salata, affogando di desiderio, il desiderio, per arrivare su, insieme a lui. E intanto frigge le ferite. E gli occhi. E nei polmoni fa sushi. Ma tolleri, che Anna tollera tanto, e il vortice che ti ha preso sa di giochi, di galleggiare, un giorno lassù dove ci si diverte e si respira, anche io.
Accecata.
Approfittata.
Stava imparando ad ammettere a se stessa di essere stata ingenua, di avergli creduto e di aver creduto in un mondo raccontato, ma che di vero non aveva nient’altro che la carta stagnola, sulla mozzarella, senza lattosio, in frigo, la sera. Ma come può essere una colpa credere in qualcuno? eppure lo era stato, anche stavolta. Non è vero. non perderti Anna, non è una colpa credere, è farlo senza tenersi niente, è farlo con le persone uguali a quelle da cui scappi. Come puoi pensare di ottenere un risultato diverso se le persone che scegli sono, nel sintomo che conosci e da cui scappi e allo stesso tempo credi, sapendo già che il tuo inconscio sopraffino ha già sgamato, i migliori portatori? sempre più azzeccati, sempre giocati sulla più alta delle scommesse, le tue scellerate poste.
Stavolta, ad ascoltare il cuore affaticato di Anna c’era l’aria serale di luglio. Quella calda attorno alle braccia, quella che avvolge il corpo come una coperta morbida di quel tessuto che pare una nuvola di cui non ricordo il nome, Anna, quell’aria che fa divertire le stelle, ma non ce la fa ad arrivare al cuore, perché in quel momento le ossa e la carne si fanno pesanti, e spesse, come una cotenna dura, cruda e permeante solamente il ricordo di quello che fu.
Meschinità. La pelle si ispessisce verso ciò che fa star bene, e si trastulla, mentre da dentro il petto si fa più sottile e il cuore si arrampica sullo sterno e fa capolino nella gola, mentre gli occhi controllano ciò che la testa lavora e non vorrebbe, vedere se c’era, inchiodato a quella finestra. Fila dentro!
Fila dentro che prendi freddo!
Come quelle vetrate che da fuori non vedi dentro ma da dentro vedi tutto fuori. Qua però era sempre il contrario. Fuori riusciva a farci di tutto su quel cristallo dentro, toccare, guardare in profondità meschine, sperperare parole e ravanare ferite con dita allenate.
Mentre ti crogioli nel godere del tuo stesso dolore. Stuzzicando, come lingua su dente che cade, una vita vecchia. Di nome e di fatto. Risvegliare sensi assopiti di complimenti vuoti, profumi e vomito da rimangiare.
Anna lo sapeva che all’altezza di quella via, il cane avrebbe tirato di più, sotto quei portici che conosceva a memoria, sebbene ancora troppo piccolo non ci fosse stato mai, attraverso lei, c’era stato col suo odore, le sue attese e il sesso davanti all’ascensore.
Si sarebbe voluta fermare per gridare forte davanti a quel Poco che restava, invece di non riuscire a fare nulla nei confronti di quel cuore che amava farsi male, e cadere giù e risalire su, per quante volte non so contare, e le spalle farsi vuote e le orecchie riempirsi di parole, avrebbe voluto gridare forte.
C’era la moto, c’era anche lui. Alzò lo sguardo. Il desiderio aveva colliso finalmente con la realtà.
Le spalle, le avrebbe riconosciute tra mille tutte uguali alle sue.
Gridare. Indifferenza gridare, di modo che si girasse e non trovasse altro che la sua ombra, desiderando insieme di essere guardata per la prima volta forse, delle scuse, forse, come calamita al suo cospetto, che gli cadesse qualcosa, inavvertitamente un dolore, per potersi alzare e fermarsi a guardare appena più avanti del suo naso, nudo. Giù. Dove era lei.
Sì, che gli cadesse qualcosa lassù, al quinto piano che dà sulla strada, dietro le frange di quella orribile tenda che si impigliava a qualsiasi tepore d’amore, stabilità, in quella casa, come la preferita delle sue amanti, quei vestiti che tanto sfoggiava, labbra carnose truccate, le tette rifatte, luccichini e serate di gala. Cuori vuoti, a fine serata. A casa, in frigo, solamente l’acqua. Sul letto le camicie, le giacche, la perfezione. Dimora impeccabile e per questo mancante. Piena di bui. Come i miei capelli, addosso e per terra, saranno ancora là da qualche parte, in mezzo alle gambe delle successive scopate, di chi ancora pretendeva di non poter amare, prendendo in giro, se stesso per primo, come Anna che camminava più veloce, tra le macchine posteggiate per voler dimenticare.
Ti vedo. Son giù. Non sali, e alcuna spiegazione se non l’orgoglio. Sali che è pronto il pranzo, il pollo è cotto.
Resta qui, ti vorrei baciare.
Era quella, la frase che lui le disse, la prima volta che la vide, sul divano della sua casa, così sconosciuti, sali?
Era passato un anno, dal canto ingannevole e dolce delle sirene, Anna ascoltava le voci, il sudore, lo smog, le promesse mai mantenute, spero che tu sia più felice.
Il mascara di lei poggiava ormai da svariati minuti sullo schienale della sua vetrata, buona per convenienza e sicura come un ti amo sulla sabbia, agitava la dita. Le sembrava di vederla, quella faccia sbattuta dalla vita lussuosa, di chi ha tutto e non sa prendersi niente, di chi vuole tutto ma resta da solo, con un numero sbiadito sulle mutande di lei, una sera come queste, di luglio, nei resort delle coste più bieche.
Che ci fa la sedia così attaccata al vetro? mai stata così vicina alla strada. Lì c’era il cuscino di Serena. Lì dove mi accucciavo con lei quando mi lasciavi in casa perché tu vergognavi, non puoi venire, perché poi la gente cosa va a pensare?
Il cane tirava e finalmente la via concludeva, come a voler smettere di camminare, e fermare quel delirante monologo del suo indeciso mal-andare. E Anna ci stava, ci stava tutta intera a quel gioco per due carezze sbattute come soldi, così succulento e coperto di false cure, di te faccio quello che voglio.
Le scopate eteree con la dea dell’amore però finiscono, finiscono anche quelle.
Anna cammina col cuore al guinzaglio che è luglio, è vero, ma in quella via è ancora Natale, a mio figlio lo dico, lo dico tra poco, di noi, è che con una così giovane non sono mai stato, l’età, questi problemi d’età, come se non lo fossi mai stato, che gran bugiardo, e i tuoi non temere, ho bisogno di tempo, e settembre e novembre e poi ottobre, un tempo malato, schizzato e in retromarcia, un tempo ottuso e vibrante di ossessione, quell’inverno a luglio, l’aria calda al cuore non ci arriva quando passa per quella via, che tutto si ferma e un diluvio di non senso pervade le arterie. E la cotenna si forma, sì, ma nei posti sbagliati.
E il ricordo di quanto fa male. E il presente di quanto me lo ricordo, il dolore e il male che fa.
Lì dove ogni angolo del suo corpo ormai vecchio si avvolgeva alla pelle giovane di Anna, che fosse mattina, notte, pomeriggio, sera. Con la partita, con la musica di Ramazzotti era la mia ex, e Biagio Antonacci ti guardo dentro al cuore e la dedico a te. Ma ho paura. Di quel che sento per te. Così l’aveva stravolta, per l’ennesima volta, salvando solo sè. Ci avevano messo ben poco a capirsi, un’intesa mai avuta, che gran bugiardo, un malessere incastrato negli stessi punti di sutura. Da fuori ti vedo dentro.
Da fuori tu mi vedi dentro, sei troppo per me, sei troppo per essere te, ma che ti fanno le persone se tu sei così. Mentre intrecciava le sue mani forti alle sue, sottili gambi di grano sottesi al desiderio sordo di lui, fisico e glaciale, sentimentale e caldo di lei, ci credeva, e lui, non sapeva quel che diceva, sul corpo di lei. Succoso e tenero. Erano prove di leggerezza vuota, dirupo e sesso in cambio di presenza, proprio ciò che voleva. Ma mi sto innamorando, e pure tu, che non vuoi ammetterlo a te stesso. Touchè.
Lei gli insegnava ad amare, lui a stare in un incastro che da fuori non avrebbe mai scelto. Bugiardo.
Mancavano ormai pochi metri, Anna aveva iniziato a sudare quel caldo freddo che solo chi ha un cagotto imminente può sentire. Quello da congestione. Ma lo stomaco era vuoto e anche il cuore.
D’improvviso Anna non poté più entrare nella casa delle frange sul cane, Anna quel Natale aveva smesso di essere una bambola con cui giocare. Vittima del suo stesso gioco. E lei con lui.
Guardò in alto per l’ultima volta, certa di non volerci passare mai più. Lì dove lei stessa si era dichiarata amore in silenzio, l’amore e la violenza dei pensieri più reconditi lui, sesso acrobatico in compagnia, da un giorno all’altro, Anna, sbattuta fuori da ogni pensiero. In quel luogo di arancione mostro e di vita vissuta vuota, non poté salire nemmeno a riprendersi le pastiglie.
Menomale.
E invece non lo era, menomale.
Salutare il cane nemmeno. Come a voler dire, qui entrano solo gli eletti, ricordi? E lei, non lo era più.
Menomale. Lo sei stata fino a farti male, in un palcoscenico dove farti del male anche troppo, la voce dentro lei continuava.
Aveva smesso di esistere per non essere di troppo, retto silenzi, presentazioni mancate, prestazioni e bocche tappate davanti a cosa le faceva schifo, e pazienza assordante, narcisismo aberrante, i racconti, le calze, l’amore e le serate, tu esisti in queste mura, fuori sei sottoposta. Dentro i fuochi d’artificio si consumavano sotto le unghie e sulla schiena, fuori le unghie frullavano negli occhi per non riconoscersi umani, sensibili come Anna, sfortunatamente era. E forse anche lui, ma non lo sapeva.
In un’altra vita forse.
Sapeva però come fare, del male un vezzo, del perbenismo un gioco, e negare quel luogo, che per mesi era stato il loro luogo. Quel carico, come un eco, ritornava a sbattere le porte di una casa ormai vuota, tu che sei stata corpo e anima e cibo buono, ora no, non vali più la mia tregua. Tu non sali. Quello sguardo che ancora in sogno uccideva, dentro di sé risuonava con tutto il carico di disprezzo e lontananza mai spiegata, come fosse quella sera, sotto il sole di un luglio ormai maturo, vibrava le corde del suo cuore stanco.
Era quello ciò che restava di tutto quello che si erano amati, di nascosto, un segreto inenarrabile. Un divieto. Ma l’amore è un’altra cosa. Il lusso di essere donna e di essere uomo, vivendo una vita semplice e umana.
Stavolta, ad ascoltare il cuore affaticato di Anna c’era un clacson serale di luglio. Ti muovi ad attraversare o ti metto sotto?
Anna, era stata una delle tante, ma questo per le parole spese fino alla nausea e il piatto su cui l’aveva messa collideva con la sua beatificazione sotto-terrena. Anna sei stata una delle tante.
Uomini perduti, infelici, spezzati e insoddisfatti, per corpi giovani fatti ancora di poesia ed errori di inesperta fiducia, accecati da facciate di stelle ormai morenti.
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