Stoffa di mare

Vive in quello che fa
Filo su rete preziosa, quella che fa le onde e smuove i fondali se la tieni insieme a me

In lingua francese il gerundio pretende di viversi mentre si fa, così la preposizione en precede il participio presente. Come volesse introdurlo e sottolinearlo.
En vivant, vivendo, rende l’idea di qualcosa che si sta vivendo in. In corso di vita. E tu ci stai dentro. In-vivente.

A chi in-vive le cose ogni giorno e non ha più voglia di starci lontano.
La vita dura le aveva insegnato a sopra-viverla senza nemmeno spiegarglielo, ora invece era lei che la coccolava regalandole un disegno, il suo come speciale.

Aveva iniziato a filare ben prima di quanto si potesse immaginare, prima della lana, prima del feltro, prima delle parole, filava i sorrisi mancati di chi aveva accanto, delle parole vuote, ne faceva disegni e fiori da piantare, delle lacrime ghirlande di pietre preziose, filava la sabbia, la rabbia, le urla e le promesse. Cuciva i miraggi, le prospettive del cappottino gli orli. Di ogni speranza bottone.
Delle brutture i colletti ai maglioncini.
Teneva tutto ordinato in ceste di vimini e giunco, sarebbero servite, si diceva, prima o poi, non si scoraggiava quando il vento e il terremoto arrivavano senza bussare e disordinavano il suo certosino prendersi cura delle cose, sapeva mettere in ordine il caos più convulso, nel tempo di un pensiero trovava soluzioni che richiedevano tempi ben più lunghi di una spirale di volo, non per essere per forza sempre positivi, come va di prassi convincersi, no, semplicemente perché non c’era altro modo per sopravvivere.
I braccioli non li poteva usare perché erano troppo da bambina e non bisognava abituarsi, che la vita è sofferenza, non bisognava abituarsi alle rotelle dietro la bici, né ai quadrettoni grandi da colorare fuori dai bordi.
Sempre all’interno, mi raccomando.
Così, tra una coccarda in filo di vetro e un vestitino di lividi e fragole lei ci metteva il coraggio al posto dei supporti, dei rapporti, delle ruote, e dell’aria per restare a galla, al posto degli abbracci, dei colori, delle cose buone da mangiare ci metteva la forza d’animo. Il dovere. La consuetudine senza domanda.
Amava le torte fatte in casa perché non ne passavano molte, anche perché bisognava averla una casa, per fare le torte.
La sua ispirazione più grande erano i gabbiani, punto di riferimento mobile e sicuro, e con loro si immaginava di planare. Si metteva sul molo e accucciata dentro un nido di alghe filava, filava i suoni e i movimenti del mare amava le onde infrante sulle cozze e il fruscìo delle reti tirate su da forti, bruciate dal sale, per trovare in lei il gesto migliore, il gesto dei gesti, le ali ricurve, la mano del vento che spinge la schiena, la mano fredda e viola della linea perfetta.
E sposarne uno suo, di andante ondulato, tessuto tra le pieghe, poche, della sua pelle sottile, uno che avesse il colore caldo, amorevole e dolce di una grazia non richiesta e di uno studio lasciato ai carteggi dei capitani.
Lei voleva essere brezza da guardare. Meraviglia da sentire ed annusare. Emozionare.
Nella filanda che volgeva verso sud, senza voler essere migliore di gabbiano alcuno aveva però tutti gli strumenti più raffinati per adempierlo a dovere, controllando che tutto si reggesse in piedi come castelli di lacrime e sabbia.
Per essere impeccabile in sella al cielo la sicurezza di sé diminuiva in proporzione, l’accettazione di sé mirava in basso e nella terra pietrosa i fallimenti lasciavano le orme in saluto a una vita mai stata sua. Comparsa e testimone.
Perché il mondo prestante, non si ciba di sentimento e di cura, inclina la museruola verso il profitto, non importa se il tuo planare è tuo e solo tuo, autentico e soppesato alle tue ali, al mondo richiedente servono i risultati. I riscontri. Le classifiche. I migliori secondo parametro unico. La dimostrazione di una vita confetta, perfetta. Invidiata ed invidiosa.
Ma lei non le aveva in tasca, nemmeno nello zaino, quelle pretese, non erano sue, non entravano nella filanda d’autunno e di mare, non c’era posto per essere la migliore. Era piuttosto un luogo dove ognuno potesse cercare il proprio posto, morbido e tondo, come le uova dentro i cestini, nel cartone, come la pesca sul ramo, come il fiore che trova spiraglio per nascere tra le crepe dei muri.
Lei ci riusciva, perfetta, ma mentre si contorceva per entrare nella cruna degli aghi più stretti si incastrava e si impigliava, perché la macchina filasse a modo suo nel mondo degli altri, il prezzo da pagare era che ogni due giri di lana il meccanismo si inceppasse.
Ma rifiuto e desiderio non erano mai stati giochi birbanti a cui prendere parte.
Perché non si può scegliere di volare due voli insieme con le stesse ali.
Non si può scegliere di salvare tutti e salvare anche sé. Non si può scegliere di vivere e morire insieme.
Non si può scegliere di vivere la vita degli altri vivendo la propria.
Non si può scegliere di vivere nella paura credendosi vivi.
Non si possono cucire i propri voli usando i fili tenuti insieme da una mano, schiavi dal basso.
Non si può planare con le ali di chi non è riuscito ad accettare le proprie.
E intanto filava filava, instancabile filava, le parole, gli sguardi, le conchiglie più piccole da incastonare nelle scarpe, per essere sempre pronta a spiccare quel desiderato volo al passaggio dello stormo.
Era una vita che si preparava.
Ma i gabbiani non volano in stormo.
Ma questo lei non lo sapeva.
Un giorno si stancò di attendere che la perfezione finisse di scavare le grotte dall’interno, la negazione e le sue infinite attese l’avevano fatta ammalare.
Nessuno veniva a prenderla o le diceva che stava facendo un buon lavoro, che poteva smettere di resistere e di salvare tutti, e che poteva andare. Nessuno si accorgeva di come il suo filare permettesse di tenere spiegati i fiocchi delle barche, gli alberi solcare, e intere navi, per mare galleggiare.
Cambiò porti, cambiò visuali, cambiò le ruote ed i braccioli, gli aghi, le crune e le condizioni. Ma non c’era porto che desse un risultato diverso da quello già vissuto. Le altitudini facevano sempre più alte, come se il cielo fosse una salita da cui buttarsi senza vedere più la terra su cui atterrare. Pronta a tutto. Anche a sfidare la pressione.
La ripetizione nera e canaglia non lasciava speranza.
Gli ultimi voli talmente pericolosi le costarono quasi la vita. Assuefatta e anestetizzata.
Soprattutto dopo uno.
Ci mise tanto per riprendersi. Ancora oggi poteva sentirne gli strascichi.
Spesso volava su un fianco e velocissima percorreva i ponti delle navi, accanto ai pescherecci segnava la via come un delfino, un giorno si accostò a un peschereccio bello, che pareva di casa che di tutto sapeva tranne che gelida bara, sebbene la buccia fosse di peschereccio bello, si trattava di una petroliera aggressiva, come baleniera. Il vento quel giorno come da monito spirò al contrario, e lei ci si schiantò sopra, noncurante dei segnali.
Tutti la credettero morta, dai muggini alle cozze, dai marinai ai capitani più stellati. Molti dicevano che se lo era meritato.
Fu solo uno, uno solo ad astenersi da giudizio, un pescatore dall’animo antico che chiamò i soccorsi senza girarsi dall’altra parte e far finta di niente, la prese e la portò con sé, poggiandola con garbo sulle sue reti, sicuro fosse ancora viva.
Il pescatore non si sbagliava. Era viva, ma la prognosi sin dall’inizio fu riservata dormì per mesi. Nessuno seppe più niente di lei.
Nessuno. Tranne chi era saputo stare in ascolto.
Ci vollero anni prima che si rimettesse in piedi.
Dal suo risveglio, qualcosa cambiò. Piano piano, un’alba e un buio al giorno.

Un giorno accadde qualcosa di speciale, in petto sentì che era giunto il momento di smettere.
Sì di smettere di volare a vuoto voli già tracciati e farsi male.
E fare altro.

Decise che se era incapace come le avevano detto almeno sarebbe stata incapace in qualcosa in cui si sentiva di vederci dentro.
En vivant.
Avrebbe filato lei stessa una rete preziosa di storie, per i tuffi col suo nome e le merende tutti insieme, quelle d’aprile con la tovaglietta e il pane, al sole.
Avrebbe filato sguardi persi d’amore.
Avrebbe filato qualcosa sé, per i suoi sogni, una stoffa di mare color coraggio e vita vissuta, sopravvissuta ai miraggi e alle tempeste, sabbia bianca e ciottoletti, incastonata di lettere sottili, una stoffa che potesse essere d’appoggio per lei e le gabbianelle che non sapevano volare e quelle che non sapevano si potesse fare, così come quelle che non ne avrebbero voluto sapere mai.
Ai gabbiani tutti, perché si lasciassero attraversare dal vento, padroni di sé, in sicurezza.
Aveva voglia di vivere tanto e forte, di andare piano e veloce, così come le andava, senza paura di parlare né di dirsi no, tu mai, e aveva voglia di asciugarsi le ossa, lasciar andare tutto quello che le era stato di peso e volare, non pesante e pestata da vestiti fradici e sporchi attaccati alla pelle.
Mise il suo vestitino preferito e buttò tutto dentro un palloncino. Lasciò che le onde si portassero tutto, via, e lontano da lei.
Abbandonando la sopravvivenza poté abbracciare finalmente la vita. Aveva il colore rosso rosso di un cuore di stella marina, adagiato su un letto di fata turchina. E uno sguardo di donna amorevole e dolce, davanti a lei, che teneva a sorpresa, l’altro lembo di fondale. Qualcuno ci aveva creduto. Qualcuno poteva creare, tenendo la rete da una parte e anche dall’altra, onde nuove di mare.

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