Intervista

Tra le nostre molteplici viste
Filo su fiore, sei un fiore rosso bellissimo sul cielo terso, del mio colore preferito e starei ad ascoltarti per giorni. Sembri dipinta

E tu quando te ne sei accorta?
Io? a venticinque anni.
Perché me l’hanno detto.

Sennò non so se l’avrei mai scoperto. O forse si. Cioè mica son stupida, oddio, parecchio, ma non in questo caso, lo sapevo, ma non in quei termini. Non a quel livello di cuore di carne di sapere, non razionale. Lì nel profondo, io non lo sapevo. O meglio. Non volevo saperlo. Non volevo accettarlo. Che a volte non sapere e non accettare si toccano tangenti ma son cose profondamente diverse. E come l’ho sentito dire, mi son stranita, sentivo davvero di non averlo saputo mai. Che mi pare assurdo, oggi che è passato così tanto tempo. È passato tanto tempo.
Ma mi sento sempre quella ragazza lì che aveva capito quel giorno. È una sensazione molto strana.
L’ho sentito come un, oddio ma che sul serio? Ma è un processo iniziato tempo addietro. Però se mi chiedi quando l’ho scoperto ecco, tra i ventiquattro e i venticinque. Precisamente il giorno prima di Pasqua.
Quello era un periodo tremendo, credevo che la mia relazione fosse così difficile soffocante in cui dovevo sopportare tutto per il presente e il passato che avevo, come mi avevano sempre accusato di, come se il problema fosse il mio. Così pur di far vedere che stavo facendo qualcosa di assurdo ho pensato di fare ciò che mai avrei pensato nella vita, di incontrare una persona che mi fa molta paura, mio padre. Un fantasma.
Ah si? Dopo tutto quegli anni?
Sì, mi ero decisa di fare per l’ennesima volta il padre e la madre della situazione e dire, dirgli, esisto. Sono qui. Lo volevo fare per me. Pensando che quell’atto mi facesse distaccare da lui e dalla paura, da tutto quel dolore, dalla colpa che lui e la sua famiglia mi aveva buttato addosso, e dal fatto che stesse ancora e ancora invadendo così tanto la mia vita da non riuscire a vivere più, nemmeno una relazione con uno mio, di uomo. Talmente traumatizzata che quel trauma non è ancora carezza, forse mai lo diventerà.. Forse pretenderlo è esagerato. C’è un limite pure alle pretese.
Mi fai presagire che invece..
Eh, invece la mia titubanza la mia paura la mia nausea e il mio terrore avevano ragione. Ero talmente tanto accecata dalla speranza, come al solito, che il tempo, passando, avrebbe potuto accarezzare i cuori, che mi ero decisa.
Poi avevo iniziato a rimandare. Avevo tra l’altro grossi problemi economici, che a vivere per gli altri non avevo un centesimo sul conto. Insomma, avevo iniziato col dopo. Il mio istinto non si sbaglia mai. All’epoca e neanche ora. E infatti.
Infatti?
Infatti tutto quello di cui avevo paura si era avverato, così. Come sempre, aggiungerei. Anzi, in realtà non così tanto. Non si aspettava nessuno che provasse davvero a farla a pezzi.
Da lì la mia vita ha iniziato ad andare velocissima. E insieme di una calma mai sentita. Corse contro il tempo, contro la morte, appresso alla vita. Mai così dritta all’obiettivo come quella volta. Non c’era più tempo per pensare per capire per quei dopo per quegli atti folli a cui non credi, solo per chi? Un uomo con cui stavo dal quale mi facevo trattare esattamente come il primo. E forse anche come mai stata figlia di un padre che..
Da quella vigilia di Pasqua ho capito.
E cosa? Che non avevo più tempo.
Per un altro anno ho fatto la madre e il padre che non ho mai avuto. Poi mi sono stancata. Ho imparato a fare una cosa da supereroe, che ancora mi chiedo, ma sul serio che? Ero una bambina. Davvero. Se ci penso raggelo. Ho imparato a grosse spese.
Mettersi da parte e stare a guardare non potendo fare più niente. Stare a guardare la morte di chi ti ha dato la vita. E smettere. È la cosa più difficile del mondo. Vedere qualcuno che muore restando in vita, vivere ogni giorno, da più di dieci anni con l’ansia che il telefono squilli. E sentirselo dire, che lei è stata uccisa e che lui si è ammazzato. E tu sei lì, che nessuno ha accettato mai il tuo aiuto, che quando l’hai dato, una due, cento volte in tutte le lingue, sei passata per ingrata menefreghista stronza e pure puttana, senza pensare mai alla tua vita, lasciando scorrere per anni la tua esistenza in nome di morte serena e marito col cappio al collo, la tua gioventù, la tua infanzia di pane e violenza, e non puoi fare altro che arrenderti, fallire finalmente tutti i tuoi progetti mortiferi, per non farti trascinare da loro, dagli altri e stare,
ferma. E pensare alla tua vita. Tu, che sai ancora dire che gran gioia la vita. Ogni giorno che puoi. E sai piangere a fiumi. Che dono. E sai ridere di gusto. Che poi dire ho imparato, imparato è una parola grossa. Ma sai di essere su un altro piano, oscillante, ripido, ma un altro.
Immagino che tutti ti dicano, ti abbiano detto che sei giovane e che hai una vita davanti. Vero?
Sì. Non hanno tutti i torti. Di tanto in tanto ci provo, a vederla come vedono tutti fuori. Come sempre mi sono sforzata. Poi ho mollato anche lì. Che senso ha, con me non funziona.. mi fa comportare come sempre mi sono comportata, marionetta del volere non mio. Anagraficamente però, cerco di ricordarmi che non ho ottanatcinque anni, come invece mi sento. Che fa pure ridere. Ma a me no. Cioè io ci rido, io rido di tutto, e lo facevo anche ai tempi, ma in fondo ridere non fa.
Perché sei stanca. Nelle ossa, nella carne. Ed è difficile che da fuori si capisca e si percepisca, perché da fuori sei sempre una primula. Per quello sono strafelice di invecchiare. Primo, perché vuol dire che sono viva, secondo così non mi tocca sentir dire cose del tipo l’età, appunto. E altre..
Non è l’età a fare del vissuto una persona eh..
Esatto. Dici bene. E manco il tempo e manco la sofferenza. Sennò saremmo tutti saggi, invece siamo tutti…
Sì è vero che avevo venticinque anni, sì a imparare a fare, ma iniziare a fare certe cose ora è molto dura. Altre non le puoi fare più, ecco questa è la cosa che mi fa più male. Dai zero ai venticinque impari determinate cose, puoi fare determinate cose, che non puoi fare dopo i 25.
Dici bene.. Sennò nasceremmo tutti grandi e grossi! E che senso avrebbe crescere?
Già.. Ma non tutti lo ricordano. Tutti pieni di quel non ci sono limiti nella vita, si può far tutto ad ogni età.
Invece no, che frottole.. La meraviglia della vita è che i limiti per fortuna esistono, ogni età ha le sue peculiarità e caratteristiche, morali e fisiche.
Mi son sempre vergognata della mia vita. Per quello ho sempre cercato di nasconderla e raccontare a tutti una versione. La versione. E come ero brava. Tenevo tutto fortissimo. Sola. Ci credevo molto. Ci speravo tanto. Forse pure ora. Ma cerco di non caderci più.

Dare dignità alla propria vita e alla propria storia è il primo passo per iniziare a viverla, la propria storia e la propria vita, e quello sì, davvero lo puoi fare sempre.

Hai vissuto una vita. Ed è la tua. Non devi per forza raccontarne un’altra per non vergognarti. Da piccola, era il mio cavallo di battaglia. Ero tremendamente sola. Ma mai avrei palesato qualcosa, sia perché me ne sono accorta poi.. No? (rise, tirando su le punte delle lunghe trecce) sia perché i miei genitori dovevano essere i migliori di tutti i più perfetti i più bravi i più tutto del mondo, e così la mia vita. Ed è la stessa strategia che poi ho adottato in tutte le mie relazioni..
E ora?
E ora boh, finalmente boh.
Aspetta. Dimmi qual è una cosa che hai imparato ora e che si impara, secondo te, da piccoli..
Eh, mi chiedi niente.. Son tantissime.. Mi tocca sbucciarmele tutte sai!
E dai, una. La prima che ti viene in mente. E poi ci salutiamo…
Filomena arrossì, e con la voce roca guardò in basso e poi il suo viso, nascondendosi sotto la mascherina fino ai sandali .. E disse:
Mangiare.
Salutò, sorrise di quel suo sorriso misto leprotto che si ritrova tutt’ora e il signor Fausto, un uomo distinto e fiero, fece con lei. Erano belli, insieme. Lui delicatissimo, lei una fata di quelle toste come il diamante.
Sarei rimasta ad ascoltarli per giorni.
Ma ora vado a mangiare anche io.
Filomena.

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