Ingenuità e giostre filanti
Se giri sempre in un modo, aspettandoti un risultato diverso è la vita che perdi, non vinci niente, nemmeno i punti spesa
Filo su follia, chiedere allo spago di diventare lana morbida anche se te lo implora e ci si atteggia, sempre spago resta
Una delle tante cose che mi hanno sempre spaventato di me stessa è che, oltre all’attrazione per le persone impossibili, le situazioni disastrate e la difficoltà di accettare la realtà così come si palesa, quella cosa che molti scambiano per stupidità, superficialità, doppio volto, scaltreria, non so come dire, io ce l’ho sempre avuta fortissima, l’ho presa da mia madre, e mi spaventa anche ora mentre ti scrivo. Una cosa che si pensa appartenere ai bambini e che con lo sviluppo, il ragionamento la razionalità e l’intelligenza passi, così come una malattia: l’ingenuità.
E forse è vero che è una malattia.
Chi non la conosce non sa cosa significa, alcuni non la hanno mai avuta, altri non la sperimenteranno mai, l’ingenuità è una bestia.
L’ingenuità di non sapersi tenere niente, fare le cose spontaneamente senza troppi filtri perché ti va di farlo, di donare, donarti, in gesti, parole, attenzioni, affetto, amore, importanza passione. Piccole cose. Perché sicuramente hai qualche fine, così manipolatrice che ti fai ingenua per arrivare all’obiettivo. Sesso attaccamento prima donna? Quando tutto questo, a un ingenuo non importa, non passa per la testa. Un ingenuo qualsiasi? non so, a me almeno.
Pure la mia pelle pare ingenua, la mia espressione, gli occhi, il mio viso, il rossore, l’eritema quando mi agito, la tachicardia di fare una telefonata, la voce che trema, l’emotività accesa.
Ti ho comprato delle caramelle, so che il turno ti distrugge, so come ti senti, è una carezza gratuita.
Non siamo abituati ai gesti gentili le parole entusiaste l’empatia di un sorriso uno sguardo una dolcezza.
No che non ci sto provando. È difficile da spiegare, non lo faccio perché mi interessi e voglio approcciare con te. Certo, a te può arrivare così, molti fanno così, ma non puoi pensare sia così sempre, così anche stavolta. Non mi conosci. Non sai che lo faccio con tutti.
Così sono una puttana?
Pensarlo anche questo, ti è lecito. Ma non mi conosci.
Lo faccio con tutti, secondo il mio tutti. Secondo il mio cosa, ovvero prendermi cura, sentirmi nei tuoi panni. Col pensiero che se lo avessero fatto a me, mi avrebbe fatto piacere. Se me lo chiedi te lo spiego.
Solo con gli anni ho capito che gli altri non sono me e viceversa, per fortuna. Ma non è immediato.
Se mi interessi, io, semplicemente, mi faccio avanti.
Solo che non mi è mai successo. Mi son sempre fatta scegliere. Ho sempre preferito così.
Con lui accadde, infatti, così. Gli regalai un cioccolato della milka perché aveva il turno di notte, ero tornata dalla spesa e lo avevo aperto tornando.
Lo vedevo sempre lì nel gabbiotto, mi faceva tenerezza. Se poi si sarebbe tramutato in ci sto provando con te io non l’avevo messo in conto. A me in quel momento della vita, non andava.
Poi lui ci ha provato con insistenza, baciandomi sulle scale, e così magicamente, è andato pure a me, come sempre. Il mio istinto sveglio aveva già inquadrato, ma io non volevo ascoltarlo. Come sempre.
Sapevo a cosa andavo incontro, lo capisco con poco. Ma non poteva essere vero, dall’altra parte del mondo.
E invece era vero che stavo ripetendo, di nuovo, con uno da tener tranquillo, che non sapeva come si amava, come si restava, come ci si prendeva cura dell’altro. Tutte lo lasciavano e lui si definiva troppo buono. Avevo deciso di insegnarglielo io. Di insegnargli tutto.
Almeno lui non mi picchiava, anche se spesso lo avrei preferito, perché lo stillicidio della colpa e della giustificazione lacerano qualsiasi corpo: era molto più scaltro, col fiocco raffinato, sapeva ben parlare e ben lacrimare, mi strattonava mi stringeva forte le braccia ma per quanto mi spaventassi e ci riusciva, dimenticavo. Era acqua fresca, per me. Tutto, rispetto alla mia vita, rispetto al primo, era acqua fresca. Io potevo fare la differenza nella serie delle sue donne stronze. E farlo ricredere.
Ma come sempre, da Beatrice, sono diventata presto Lucifero. E ci stavo anche facendo un figlio.
L’ho pagata carissima. E non sono riuscita nemmeno a curarlo dal suo malessere. Il lavoro, le non scelte, l’impotenza.
Mi sentivo fallita.
Non ero riuscita.
E menomale.
Il nostro incastro mortale era perfetto.
Appena presa casa che tanto desideravamo non si è sentito più pronto, mi lasciava ogni settimana, e io lo imploravo di tornare. Mi implorava di dimenticare e si ripeteva all’infinito. Non sapeva cosa voleva. In fondo me lo aveva urlato piangendo la prima sera al primo appuntamento. Come amava sguazzare nella sua giostra cruenta, io amavo sguazzare nella mia onnipotenza di far cambiare la gente. Il ciclo, svanì per tre mesi, ero sicura fossi incinta.
Era il giorno di Pasqua, e io stavo perdendo mia madre.
Lui pensò bene di lasciarmi. Ancora oggi mi chiedo cosa stessi aspettando a non ritornare più in quella casa. Feci valigie e me ne andai quattro volte in pochi mesi. Ritornavo sempre. Seguendo i suoi sbalzi di umore.
Soffro di dimenticanza e di fiducia eterna nell’uomo.
Come l’ultimo, poi.
Poteva essere mio padre. Ma a me la differenza di età non è mai importata, anzi, sono stata sempre meglio e a mio agio con gli adulti, anche molto più grandi di me, credendo che l’età fosse segno di senno, intelligenza, esperienza ed empatia. Il problema però era che per me era l’ennesima ripetizione, sapevo vedevo, negavo e rilanciavo. Fiduciosa in un nuovo esito non curavo che la montagna da cui cadere sarebbe stata la più alta di tutte, proprio perché l’ennesima.
Il mio fiuto a cercar casi impossibili si era affinato a dismisura. Separato da sempre, i figli lontani più grandi di me, una madre a cui morbosamente restare attaccato, mi aveva scelto per il lavoro dei miei sogni. Il feeling c’era.
I massaggi per vederlo felice.
Il feeling c’era, ma finiva lì. Ma poi.
Ma poi si è divertito a tenermi lì, e l’ho capito, ma poi.
Mentre io mi innamoravo, di quel che diceva. E che non era. E che giudicava. E che godeva. E che ritrattava.
Dopo il primo lavoro mi ha portato in spiaggia, al tramonto, lontano da sguardi indiscreti, pensavo fosse cosa carina, per farmi vedere un posto nuovo, non conoscendo niente e nessuno.
Sono entrata subito in un vortice di stelle e stalla, e stelle e stalla, quando le cose si fecero serie, forse solo per me, a posteriori mi disse che quella sera era riuscito nel suo intento: portarmi lì e fare il bagno insieme a me.
Fu una sera speciale, prima di andar via si avvicinò abbracciandomi da dietro, coccolandomi e parlandomi come poche volte mi era successo nella vita. Non sapevo come stare per non attaccarmi a lui e non sentirlo bagnato dietro di me, mi venne un gran mal di schiena. Poi mi sono abituata e mi sono rilassata. L’imbarazzo unico di non capire e fraintendere, sotto la luna e le stelle, una chimica strana, mi faceva sentire speciale, importante. Forse tana. E forse finalmente felice.
Un giorno che venne a casa tra parole e musica, mise la mano dove non credevo, mi irrigidii, in fondo dopo quel bagno, non accadde più niente, passavano giorni di lontananza e di incessanti messaggini che accoglievo, come ghiaccio che scioglieva.
Ci tenevo a quel lavoro, e a lui, e non volevo confondere, avevo paura potesse restarci male di quel mio non gradire, così optai per un solletico.
Gli tolsi la mano, ci rimase male.
Ci mettemmo insieme, senza che me ne accorgessi, in poco tempo. Sapevo che andarci a letto sarebbe stata la mia condanna. Io non ci sapevo giocare con i sentimenti. Mi incastrai per bene tra i no e i sì, tra pianti rabbia e va bene così. Andrà meglio. Lui è diverso.
Ma da chi?
Non accorgersi di essere in relazione significa che a parole non è una relazione ma fai le cose che sanno di lei, non accorgersi di una relazione significa che quando hai bisogno e vuoi parlare non c’è, mentre quando vuole lui, c’è sempre, quando te lo deve rinfacciare, che state insieme, lo sa sempre.
E tu lì che ci sei sempre, per i massaggi, il sesso, le attese in casa perché di scendere con te si vergogna.
Così mi resi conto.
E più mi rendevo conto, occhi e orecchie si chiudevano, ermetiche, lontane dal senso critico, rapidamente.
Dopo la richiesta di quel proviamoci perché sei unica, di me non ha comunque mai smesso di vergognarsi, né di provare a farmi spazio tra lui e sua madre, tra la sua assuefazione da lavoro e la platea, né dai soldi e il giudizio della sua cerchia. Tutto quel circo mi faceva sentire usata.
Poi mi ricredevo e poi riprecipitavo. La maestria dei sensi di colpa in abito da sera, quella che ogni uomo impara a toccare rapidamente con me grazie ai miei assist.
Dopo aver dichiarato apertamente di preferir perdere le persone importanti per il lavoro, ascoltai le parole che caratterizzavano ogni mia relazione, raggelai, anche se era un caldo settembre.
Decisi di essere forte e dire basta a quel massacro, decisi di mettere quella distanza che mesi prima non ero riuscita a mettere, desiderio godimento provocazione, insieme possono uccidere. Decisi di non sentirlo più mettendo in chiaro il voler sottrarmi da quella tossicità. Perdendo così anche il lavoro. Per mia scelta.
Sicura che, se lo avessi rivisto, sarei crollata e lo avrei riscelto. Mi chiamava, voleva parlare, sentire chiarire, scusarsi. Ma di che? Una possibilità.
Così accadde. Come accadde. Crollai. Crollai dentro una pozione dagli ingredienti visti rivisti sicuri, perfetti. Desiderata di più. Capita e rispettata sempre di meno. Dopo mesi di latitanza, aprì le porte della nostra relazione a una sorella che mi fece sentire di casa. Di casa loro, di casa sua. Placò le mie paure per un certo periodo. Mi faceva sentire esistente. Una mossa ben trovata. Riscelsi tutto, con tutte le scarpe, rilanciando la sua proposta di provarci. Famiglia compresa.
Era un bingo perfetto per le mie crepe e le mie missioni di salvataggio.
Fragile, solo, spaventato dall’amore. Miraggi di tentativi, che ti tengono lì appesa come ape al miele più dolce. Quale miglior caso per me, Madre Teresa con le sue croci.
Non ero riuscita con mio padre, magari sarei riuscita con lui.
La frustrazione l’ansia le voci le umiliazioni erano acqua fresca, che insieme alle mie lacrime chiedevano in me pazienza, devi avere pazienza, io non ti aspettavo, sei importante, unica speciale, che tu devi capire, che ho bisogno di tempo e di provarci, di tempo e di capire. Mentre perdevo gli anni migliori della mia giovinezza, il mio tempo, le prospettive, aspettative lui metteva sè e qualsiasi cosa lo riguardasse per primo.
Aspettavo, perché doveva capire.
Ero terrorizzata ad esprimere la mia opinione. Non potevo contraddirlo, che la giornata si rovinava. Non voleva essere infastidito.
Ma nonostante ci lavorassi e mi facessi andar bene tutto, vivere nascosta nella menzogna ancora una volta, mi corrodeva.
La nostra vita si basa sulla parola, sul suo uso, il suo peso, il suo magnetismo.
Le parole sono importanti e se usate male, fanno male. Parole, che riescono a curare come a uccidere.
Ognuno è libero di esprimersi come meglio crede, secondo le sue possibilità e la sua cultura. Vero e innegabile.
L’alternanza dei mondi la conoscevo bene, l’avevo già fatta quella vita, tante volte, non poteva essere di nuovo. Di sicuro, ero io, sicura stessi prendendo un abbaglio io, come la sera del bagno al tramonto, sono io che fraintendo.
E invece no, ci azzecco sempre. Riuscendo poi, molto poi, al momento dello schianto, a gran fatica, poi.
Dentro le quattro mura una vita. Sembravamo coppia assodata, senza nessuno a sapere, a guardare, era una cosa. Difficile ma una cosa tenera, piccola e dolce. Col mondo di fuori, la negazione. Era tutto quello che non sopportavo.
Ero abituata a queste giostre impazzite.
Ero sicura di poter resistere.
Mi deludeva che stesse accadendo anche con un uomo così grande.
Ma anche con un uomo adulto, non un ragazzino, capivo. Anzi capivo di più le sue difficoltà.
Poi ho capito molto presto che l’età, l’età davvero non conta un niente se non per peggiorare il buio non trattato che abbiamo in noi, e che io così raffinata ormai scovavo nel tempo di un battito, me ne prendevo in carico e ci lavoravo. Perché tu sei una psicologa, mi analizzi vero?
Lui migliorava, il mio lavoro costante, duro e laborioso, dava i suoi frutti. Le cene, la spesa, le confidenza, le gite la complicità, sorella, marito, le pizze, il lavoro, teatro e teatrino, la spiaggia, i pranzi, i baci le corse, le barche.
Sirene.
Quando mi ammalai, e la febbre fu alta, decise di portarmi in ospedale, chiesi di poter guarire accanto a lui promettendo di farmi piccola e non dare fastidio, nel lettone. Era quasi Natale, ma fece solo attenzione a come farmi uscire di casa perché non sembrassi pezzente accanto a lui, rassicurandosi che non dicessi che avevo la febbre, perché in caso di covid sarebbe stato un casino, per lui.
Le vacanze di Natale le fece sparendo, come se non esistessi, ero la sua compagna nei ritagli di tempo, anche con la febbre alta. Compagna a tempo, a modo, il suo.
Pensandoci ora, di tutte quelle parole, le bassezze, le pene, mi fa tutto tanta pena. Ma mica lui, o forse anche.
Mi faccio pena io.
Come quando una sera sbottai, eccome se sbottai ad essere trattata con tanto egoismo per mesi comparsa, notti di sesso nei momenti in cui potevi essere comoda per le sue paure, dissi tutto quello che non mi andava più, con le lacrime agli occhi, e l’impotenza di sempre, forte del fatto non fossimo soli in casa, così almeno qualcun altro avrebbe sentito, memore del passato. Lui non si smentì, sbragato sulla poltrona, come un muro di gomma ascoltava con supponenza le mie ragioni, come se il suo sono fatto così fosse da schermo a qualsiasi mia parola. Come se vedesse il bellissimo film della sua ennesima non relazione svanire e crillare, collezionata tra una scopata e l’altra, inesorabile in pezzi, perché le pazze, si sa, sono le donne isteriche che chiedono di essere amate. Abbracciate. Capite. Stronze, le donne, anche con lui, in serie come le mie scelte, aperte di bocca e di gambe per quei comodi che non intralciassero gli anni pre e post pensione. Ti metto lì. E fai quel che ti dico, ma senza dirtelo.
Un copione che conoscevo. E che sentivo familiare.
Ingenua e poco aderente alla realtà, avulsa da segnali contraddittori che mi tenessero sempre lì, pronta ad appagare, e no, non è un finto difetto che invece può essere un bel pregio in stile “sono troppo generosa oddio che difetto” no, e non è nemmeno l’inizio di un romanzo romantico de gli amori impossibili, la donzelletta dalla pelle bianco perla non ricambiata che si strugge d’amore. Qui avevano sempre ricambiato e sguazzato tutti nei loro sintomi godendo di gran disponibilità di accudimento, perciò quando vi dicono che l’amore vero è quello impossibile, folle, che ti prende il cuore e lo fa in mille pezzi, che devi aspettare, che devi capire, non credeteci.
Se vi salvate la vita, andate da un analista il prima possibile.
Magari riuscirete a non cercare vostro padre in ogni anima distrutta di cui vi decidete di circondare. E gli altri, di approfittare.
L’amore è un’altra cosa. E l’ingenuità non si trasforma a piacimento in gogna. E nemmeno in Santa Rita. E le fragilità sono pietre preziose di cui fare tesoro, non armi di prevaricazione e supponenza per affogare il proprio partner.
Siamo donne, umane e non onnipotenti come ci richiedono, donne che possono essere amate senza dare la vita in cambio di due briciole e una manciata di attenzioni. Non un hospice di riabilitazione per uomini in difficoltà né di situazioni già viste che per speranza colpa e scrupolo ti dici, sai che c’è? Il problema sono io e sicuro a sto giro potrà dare un risultato diverso.
Le giostre girano sempre in un verso. Se a spingere sempre nello stesso verso, con gli stessi occhi e le stesse aspettative di trovare acqua nel deserto, siamo noi.
Perché in difficoltà, ci siamo noi.
A noi la scelta di come viverci questa vita. Pure da mignottone se ci va, ma a noi la scelta, per favore.
Francesca.
L' Associazione
Ci segui?
Scrivici!
© Storie di Lana - APS, C.F. 92180030907
La totalità delle Storie scritte all'interno di questo spazio web sono di proprietà di Anastassia Caterina Angioi, in quanto autrice delle stesse.
È vietata qualsiasi utilizzazione, totale o parziale, dei contenuti inseriti nel presente portale, ivi inclusa la riproduzione, rielaborazione, diffusione o distribuzione dei contenuti stessi, senza previa autorizzazione scritta dell'autrice.


