Di fetta, di parte, di rotta
Solo di una, posso occuparmi
Filo su responsabile. Di quella parte, della mia parte. Non di altro, non dell’altro. Solo della mia parte.
Non c’era incontro che desse risultato migliore e a ogni modulazione del mio umore la tragedia era sicura.
Legnate, lanci contro il muro, vetri rotti, ematomi e messe in riga sopra male parole e lezioni di vita.
Eppure era solo un po’ di muso. Sconforto, errore? Figuriamoci l’errore. Le Madonne non fanno errori. Non hanno emozioni.
Posso avere sconforto senza la paura di essere uccisa? Senza mandare a monte una vita? Senza pensare di essere sgridata picchiata di non fare più la cena di essere un po’ offesa di arrabbiarmi di non sentirmi mai accolta e mai capìta? Posso incazzarmi?
Posso dire cazzo vaffanculo che merda il mondo fuori? Oggi va così. Puoi abbracciarmi un pochino qui? Posso avere anche io la mia fetta di parte e tu stai senza andare via?
Ed è tardi è già tardi. Già che chiedi e fai la supplica è già tardi. Non per tutti è facile ascoltare capire mettersi fermi e aspettare, far parlare, coccolare, far sfiatare, amare. Non lo sanno fare.
Io non lo capisco non lo capisco perché tutti gli estranei diversi che ho incontrato sono così. Perché non sono diversi. Ma solo varianti.
È chiaro che il problema allora sono io, me lo dico io, lo dicono loro. No che non sei tu.
E loro non capiscono si sentono sfiniti le accuse la pazzia, sono io che li sfinisco. Loro si sfiniscono davvero. Loro sono a sé. Sono diversi, di età, di estrazione di luogo, come possono essere uguali se sono diversi?
Perché sono solo varianti dello stesso mazzo.
Sono io il problema, io faccio impazzire le persone io sfinisco le relazioni gli uomini mi merito le loro reazioni.
E ancora che ci credi. Fino a che non smetti è così che riscegli.
Questo è quello in cui credo. E non riesco a farne a meno. Tutto, sento, che è responsabilità mia, tutto sta nelle mie mani, che come elefante sui cristalli mi muovo e rovino, che come respiro devo respirare in fretta, silenziosa e perfetta, perché rischio che l’altro si senta in colpa, si senta attaccato e così ci si sente davvero. E rischio di morire se non sto a trenta a come mi muovo.
Ma io avevo detto solo che bene non stavo davvero.
Mi hanno dato della bambina della stupida dell’infante se parlavo di amore, della psicopatica ogni volta che ho pianto, della puttana della depressa della malata ogni qualvolta raggelavo per qualcosa che per me normale non è. Mentre tu ridi, ridi del mio dolore e giochi con me, allora ti credo che sono o ad essere un peso, mi hanno picchiato per tutte le volte che ho dissentito per ogni mio storcere il naso le lezioni di vita a memoria, per una povera fragile bambina. Così ho smesso.
Forte della mia illimitata pazienza, speranza puttana.
Lei è puttana.
E loro sono diversi, ciascuno a modo suo. Il problema sono io. Io che sono la costante in tutto questo, ho smesso di dire di fare di essere di respirare. Ho smesso di mangiare di parlare di piangere di contrariare. Perché loro sono diversi, sono io che sono sempre uguale.
Ancora così.
Eppure era solo un momento di disagio. Perché reagire così? Mi chiedevo.
Lo sconforto lo avevo costante, di non sentirmi accolta per cose banali, futili, normali.
Anzi, che dico, era peggio, a volte sì, così io resto. Così mi attacco al tuo foglio al profumo miele e muoio affogata come l’ape.
Ma io non posso permettermi di essere a disagio perché il mio disagio porta alle tragedie di cui accusano però me, la Madonna nera. Così se io ti vedo distrutto, o appena infastidito, sposto l’attenzione su di te che ti senti piccolo e spaesato come un bimbo davanti i bignè, allora ti accudisco, ti spiego subito e di coccolo, che ho paura che vai via sei ti disturbo, che ho paura se reagisci se dico son triste, ti appesantisco, allora ti dico come fare, per la prossima volta. Non ti preoccupare.
È già tardi, già che devi insegnare ogni giorno a comportarsi è già tardi.
A me fa impazzire mi fa impazzire da anni, questo carosello infinito di violenza a tanti gambi che non la vedi all’inizio eppure l’inconscio ha già scelto ed è già troppo tardi, perché già che stai chiedendo proprio a quello, hai già scelto, sennò non glielo chiederesti nemmeno, implorando di amare, di saper amarti.
Ho capito che pretendere gli scarti e le briciole di un pasto è poco, basta che non mi picchi, e io sono felice, e che quel poco lo pretendo da persone che nemmeno lo sanno dare, quell’amore che vedo da lei e vorrei mi dessi anche te. E fa schifo, perché a volte lo dai. E io non capisco.
Ma in realtà ancora lo agisco, ancora son nel giro e mi terrorizza una relazione umana che se scelgo sempre uguale impazzisco. Impazzisco.
Relazione qualsiasi, forse impazzisco, ora mi spavento del carosello che alimento.
Perché l’altro può essere come vuole e fare di me brutto e cattivo tempo come gli va.
Ma la mia parte, dove sta?
la mia responsabilità maledetta? Forze inconsce che si mangiano tra loro e che si tirano a vicenda, cercando sempre la stessa cosa, la morbidezza negli scogli. Ma non li vedi che so scogli?
Se fossero già scogli non glielo chiederei. E lo sai bene che non glielo chiederesti.
E mi sento stupida perché sembro impedita a scegliere, e invece no, mi fido dell’alga morbida che si son fatti crescere addosso, così per ben presentarsi e fuorviare e se glielo dici sei pazza, ma cosa lo dici a fare? A dire a un alcolizzato che sta male, di farsi curare?
E io mi fido. Mi svuoto mi riempio di loro come un tacchino.
Dove sta maledetta. La mia fetta, dove sta? Dov’è il pulsante di questo carosello, di questo andare sempre uguale?
Ma loro son diversi, ho pensato.
Sono io che sfinisco, che faccio impazzire le persone, che merito, che esausto.
Diversi nella forma ma non nel contenuto, pretendo calma da chi non la conosce nemmeno dentro a sé.
Pretendo cura e attenzione da chi so che non ha non sente e non vuole, ma un po’ si dai, il tanto di bastarmi, che tanto mi basta, e posso insegnare loro come si fa.
Che carosello speciale ed assassino questa esistenza mia. A voler insegnare al leone affamato come farsi vegano.
Mi spaventa, eppure se ne parlo, ogni giorno ancora e ancora, so che posso cambiare rotta. Perché lo so che sono in grado, come riuscirò a mollare, come riuscirò a non sentirmi sempre sbagliata come credo, ho creduto e mi hanno insegnato, seduti là alto, a veleggiare sul nulla eppure che sbadati sui i loro stessi pantaloni stracciati, sul loro culo a sentenziare la vita degli altri, senza fermarsi mai sulla propria.
Veleggiano su un pulpito prelibato che non solo già occupavano, ma li ho rassicurati mettendoli io, ancora più su.
Allora sì allora sì che posso cambiare davvero la mia rotta. E meritarmi l’amore. La cura e la dolcezza, la calma delle persone buone. E quelle cose normali e comuni che mi sembrano assurde da pensare di non saperle fare, loro le sapranno già fare e non gliele dovrò insegnare. E non resterò ingannata dai loro miraggi. Perché non avranno bisogno di metterli in scena e io sarò meno stupida a bere in un immagine riflessa nella cera, che è bollente, è acqua di candela.
Tolsi gli occhiali e un’enorme ultima lacrima chiuse quella giornata. Dentro, così limpida e pesante, ci potevo scorgere tutta la mia storia.
Il gatto lo sa quando sto male. Riconosce i miei ormoni la mia voce e la mia emozione, proprio come un cane, mi lecca e si acciambella. Grazie a te, per tutto quello che fai per me.
Elisabetta.
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