Luna di miele
Di bianco vestita di rose sciupate di fili strappati di rosa di giallo, sapeva di earl grey
Filo su sposa, la tua
Non aveva ancora capito se tornare nel triangolo delle Bermuda la spaventava sempre a morte e basta o se l’abitudine al suo vortice la spaventava a morte da farla stare lì in mezzo comunque in una sensazione di trance e assenza come se il pericolo fosse sempre dietro l’angolo ma allo stesso tempo al sicuro.
Come se la colpa fosse lei.
Perché è palese che la colpa fosse lei.
Si ricordò della sensazione del giorno prima.
Bastava che fosse guasta solo un’arancia per guastare l’intera spremuta.
Mi sentivo sola e angosciata, di una solitudine piena di gente, quella gente che ascolta solo ciò che permette alla divisione di non fare resto. Il chi va là, quell’ansia mi teneva viva. Avevo imparato a cambiare canale ogni volta che al TG passava la notizia di una donna uccisa dal marito.
Perché avevo imparato.
Prima alzavo un po’, mentre l’orata al vino bianco, la mia preferita, cucinava sotto le sue amorevoli mani mentre le nostre risate sul quarzo della cucina stridevano perché io lo ascoltavo il TG, sulle tende mai comprate, mentre provocante di verità toccavo la sua schiena scoperta, di rabbia e fragili promesse a cui io credevo, con tutte le scarpe, i fiori e i miei chignon.
Immaginavo che un giorno alle 14 avrebbero parlato di me. Volevo capire cosa si sentiva.
Volevo che sentisse anche lui, che trovasse finalmente quel coraggio per andarci, che iniziasse a lavorarci, insieme a me e non su di me.
Non c’era spazio né tempo, in fondo era pranzo e volevo facessimo il pisolino sereno e che stesse tranquillo, il telecomando sbottava immediato su stupidi al quadrato, o su come produrre calze antiscivolo.
In fondo però mi rincuoravo, perché sentirmi toccata? Andava tutto bene. Un marito non lo avevo, come quella del TG, anche se mi sembrava di averne tre, più un figlio un fidanzato un compagno un marito un neonato da accudire.
Sei infelice? Tu puoi farmi anche la guerra, ma io non dirò mai la verità. Perché non sono mica un coglione.
Se continuo a picchiarti finisco in galera.
So che almeno le spazzole e i tappetini ci sentivano, quella mattina meravigliosa, al nostro penultimo sipario senza platea. Ancora oggi i tappetini, ti assicuro che si ricordano.
Autolavaggio sul mare, il rito che preferivamo nei giorni liberi. Tutto ciò che sapeva di famiglia per noi era la vita ,vita che si avvicinava al nostro progetto, una vita insieme lontano da lì, spesa, materasso, cucina, posate, come piace a te. Purché fossi felice. Come lavare la macchina, amore che avremmo trasmesso anche ai nostri bambini, la domenica col sole, tutti insieme, sempre insieme, felici.
Ero magra, magra come la forza di continuare a dire balle, magra come l’angoscia che sentivo addosso, come i lividi che, non vedendolo da quasi tre settimane non avevo più, quei lividi che quando piano piano sbiadivano glieli continuavo a mostrare, come i bambini quando ti fanno vedere la bua. E lui mi dava un bacio e si vergognava, dicendo di mettere via.
Come le rose che seccavano nell’armadio, le avevo messe via.
Non ce l’avevo fatta nemmeno stavolta, avevo scelto di nuovo lui. Facemmo la colazione al Mac come facevano di solito quando ci svegliavamo tardi, che la colazione la sanno fare bene, una coccola. Il brunch.
Noi felici, frizzanti.
Avevamo fatto l’amore tutta la notte, come non fosse successo mai altro che amore, portavo un vestito bianco, non avevo mai avuto un vestito bianco perché si sa, si sporca, ti insegnano.
L’avevo comprato in saldo, di quelli senza spalline, perché volevo che restasse senza fiato, il bianco è il suo colore, il suo preferito, anche nostra figlia si chiamerà Bianca.
Avevo messo una cintura giallo senape che mi sottolineasse la vita quea che lui prendeva in braccio a sé come fossi una bambina, un confetto di cristallo. Unico e prezioso.
Avevo scelto di risposarlo, il lavoro per amarmi un po’ di più, non era bastato.
Le lacrime in ginocchio, implorante perdono, erano una scena che nel suo consueto mi tagliava lo stomaco, sempre, gli chiedevo di alzarsi e l’abitudine non curava. Ma il sapore che avevano avuto quella sera, quelle lacrime che scrivevano sul parquet ma-allora-non-te-ne-sei-andata-per-sempre, io, anche se tu le hai dimenticate, io me le ricorderò sì che le ricorderò per sempre.
Mangiavamo arancione a colazione, lui morsicava le arance, mentre io le spremute. Il sole splendeva così forte che ci pareva di ricominciare, più consapevoli, finalmente, una nuova vita.
D’un tratto la mia attenzione catapultata da ventiquattrore sui suoi occhi cadde sul cielo, era completamente grigio, ma io lo vedevo azzurro, ricordai allora dell’arancia guasta, sì, quella che guasta anche la migliore delle spremute, ma non tutte le spremute a venire.
Firmai la mia condanna a morte. E dopo poche settimane la mia resa.
Era così dolce, ogni santa volta, la nostra luna di miele. Come potevo farne a meno?
Valentina.
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