A Tegucigalpa, non le va
Io sono onda, sono caos sono tutto quello che non ti torna
Filo su pulpito, quello speciale. Morbido e alto. Ha il tuo nome.
Salici su e osserva tutto dall’alto, grida, critica, ridi, parla, giudica, balla, piangi fai proprio tutto quello che vuoi, non trattenere, non incanalare, non essere diga che tutti richiedono. Balla la gioia di essere caos.
Tegucigalpa si chiede come si fa, come farà, cosa sarà a dire no se non le va.
A non accogliere le rose con le spine perché da imparare da loro c’è sempre, a non mangiare il radicchio amaro che fa bene, a non toccare il sale con le mani se ti graffia il gatto, a cui sei allergica peraltro, che io non le voglio le spine le amarezze cercate le ferite col sale però voglio il gatto, e il gatto va bene perché è un gatto. E perché lo fai lo stesso? Perché non è carino.
Non è carino rifiutare. Non è carino dire no al radicchio alla rosa a lui a lei a loro a quegli altri perché chissà che occasione potrà essere e che mi perdo, per crescere e imparare. Chi sono io per rifiutare un invito, una rosa, una spina o un radicchio, da che pulpito mi metto io, per dire no.
Sarà che scegli per una volta nella vita, e non ti fai scegliere, o no?
Sai che si può dire di no e fare nella vita tutto quello che ti va?
Tegucigalpa si chiede come si fa, come farà, cosa sarà a dire no se non le va.
A Tegucigalpa veniva proprio male, davvero male capire che avere un giudizio un’opinione un desiderio un sentore era il proprio senso di vivere, e che scegliere voleva dire anche silenzio dissenso delusione parole vuot.
Tegucigalpa hai un nome che non è degli altri, impara a leggerlo e a farlo tuo, hai un corpo e non è degli altri, impara a coccolarlo e a farlo tuo, hai un cuore e non è degli altri, impara ad abbracciarlo e a farlo tuo. Non è degli altri che se lo prendono quando gli va, ma tuo, sei tu che decidi o meno di darglielo. E se dici no nessuno muore.
Dato che contrariamente di solito è la parte che è sempre spettata a te.
E non è scontato saperlo fare se per tutto il fiume che hai imparato a non tenere niente per te, nemmeno le unghie attaccate alle dita. Hai lasciato che tutti si prendessero tutto di te, mentre tu cogli i sapori e porgi sul vassoio, ti serve? tieni ma certo, a me non serve niente, puoi farne ciò che vuoi, io sono niente, sono un mezzo semplice, qui che scorro, solo per te.
Sono brutta. Rispetto a quello che mi hanno insegnato che è bello.
Sono stupida. Rispetto a quello che è l’infinito sapere come modello.
Sono emotiva, e piena di inventiva di cuore e di pazienza e di non limite alla sofferenza.
Sono tutti i colori e le mie misure, sono le sponde e le pietre in frantumi.
Tegucigalpa aveva avuto il suo rosario e quelle preghiere da ripetere ogni volta il sole levava le tende e si metteva in cammino. Chi sono io rispetto a te che sono niente, un vuoto da colmare, e tu sei tutto il bene che ci può essere tra queste bare, riempimi pure di te.
Piena di cure per te.
Tegucigalpa sei troppo sensibile sei troppo pensosa sei troppo tristona sei troppo perfetta sei troppo piena ma anche vuota sei troppo complicata sei troppo malata sei troppo pazza squilibrata.
Perché si sa “l’emotività va saputa incanalare e utilizzare positivamente sennò è controproducente”.
E invece no, io non voglio produrre un bel niente.
E io non voglio incanalare proprio niente.
Io voglio farmi travolgere, perché sono fortunata che ancora sento. E provo. E sento fortissimo dentro. E se a voi fa paura a me non importa.
Se vi imbarazza il mio rossore le mie lacrime la mia allegria la mia accoratezza non ho bisogno di lezioni di vita. Questa è la mia forma, ed è esattamente così che voglio viverla.
Non è quel che chiedono tutti a gran voce, saper canalizzare trasformare tutte queste infinite ipocrisie repressive con un bel nome, disse lei chiosando.
Il problema è sapere come ti chiami, farlo uscire quel sentire, mettere tutto quel sentire in qualcosa che sia cucito sul tuo cuore sul tuo umore sul tuo buio e la tua luce, facendoti avvolgere. Travolgere.
Rischiando? Sì rischiando di essere la versione migliore di te, se vuoi, e pure la peggiore di te, se vuoi, l’umano migliore per te, nella tua versione.
Il caos perfetto. Col tuo nome, e la tua emozione, perché è quell’emozione che fa di te quel particolare essere umano.
Non sarai mai migliore di nessun altro perché nella vita non serve essere migliore, più bravo, più tutto quello che senti in dovere di fare per farti accettare.
Ma gli altri sono diversi.
Sono più bravi.
Più competenti.
Tu cosa avresti?
Tegucigalpa aveva vissuto di paragone continuo. Dai capelli alle mutande per dormire, dalle tette alle unghie incarnite. Dal pensiero soffocato. All’emozione che va incanalata. Che va sempre incanalata.
Lontani dai mantra eterni dell’utilizzo utilitaristico delle emozioni che se si chiamano emozioni saranno emozioni proprio perché sono emozioni. Tegucigalpa si chiede come si fa, come farà, cosa sarà a dire no se non le va.
Sai come si fa?
Dicendo così. Non mi va.
E le spiegazioni? Ma alcuna, ma va!
E soprattutto sticà.
Tegucicaos, qui ed ora, e di farlo col mio nome. Ma così? Sì, piena e travolta d’emozione. Finalmente senza qualcuno che fa sentire Tegucigalpa una Tegucigalpa sbagliata, in difetto perché troppo, in eccesso perché poco.
Restando ben lontano da tutto quello di cui si è presa in carico fino ad oggi, senza ascoltarsi mai e senza averlo, chiesto mai.
Le altre Storie
L' Associazione
Ci segui?
Scrivici!
© Storie di Lana - APS, C.F. 92180030907
La totalità delle Storie scritte all'interno di questo spazio web sono di proprietà di Anastassia Caterina Angioi, in quanto autrice delle stesse.
È vietata qualsiasi utilizzazione, totale o parziale, dei contenuti inseriti nel presente portale, ivi inclusa la riproduzione, rielaborazione, diffusione o distribuzione dei contenuti stessi, senza previa autorizzazione scritta dell'autrice.


