L’otto M’arzo

Pane mimose e aggredite speranze
Filo su verità d’asporto per la festa di ogni donna, bella calda in un fagotto.
Se il mondo si alzasse dal letargo e la dicesse, come sarebbe?

So che non ci sei abituato, ma ti aiuto io guarda, piano piano, puoi metterla un po’ qua dentro, la verità, per cortesia, bravo sì qui all’interno del fagottino con la pinza di legno.

Mi dici che ognuno ha le sue verità? Ti fermo subito.
Forse nel colloquiale, fino a un certo punto, puoi anche aver ragione. Ma non si arriva facilmente neanche a virgola perché non si tratta di di verità, ma di percezione, daltonismo, sintomo, stortura.
Poi non più.
Partendo dal presupposto che coscienza non sia pervenuta, esiste qualcosa più grande di noi, che sta al di sopra di noi, e noi, anche se non siamo abituati, anche se ce ne freghiamo le mani e le braccia, anche se crediamo di essere padroni dello spazio dell’anima della vita di tutti e del perché degli altri, quel qualcosa resta lì, per aiutare a comportarci e se non sappiamo come comportarci, ci regola nel mondo, ciò a cui in mandrie voi non credete, predicatori del Far West.

Vorrei un regalo per tutte le donne quest’anno, la verità. Nient’altro che questo.

Come sarebbe il mondo se tutti dicessero la verità?
Sarebbe per molti, un patatrac.
Uno di quelli brutti per tanti, molti finirebbero in galera. La popolazione sarebbe a metà. Sì, proprio così, a metà. In galera, a scontare le pene che hanno inflitto in un mondo in cui la verità fa scemo.
Un patatrac vero, dove la legge fa la legge e non guarda in faccia a nessuno, dove i pensieri si devono necessariamente pensare, le parole non danneggiare e i soldi, in vero, semplice mezzo per divertirsi mangiare e vivere meglio, dove non nasco per prenderti in giro perché tu sei me e so come ti senti se lo facessero a me.
Le grotte di sabbia tornerebbero al mare, e il rancore farebbe pilates. La vita condivisa si ricorderebbe e nessuno perderebbe d’un tratto la memoria.
Chi vuole potrebbe guardarsi nell’altro e al posto dell’altro perché non ci sarebbero menzogne a dividere i Paesi le coscienze le persone.
Come sarebbe il mondo se tutti dicessero la verità? Ci sarebbe più disagio a breve termine, forse, ma più felicità a lunga percorrenza.
Finirebbero finalmente gli amori finti, i rapporti senza stima, le poltrone rubate, i lavori accontentati, i colori, te lo direbbero che non restano sulle maglie, che i sacchetti delle patatine avrebbero una fascia grande: siamo mezzi vuoti, il pan di zucchero te lo venderebbero già con la scritta amaro, e gli spinaci cotti signori, sappiate che diminuiscono fino all’ultima foglia, tutti!
E ogni volta che vedresti una cosa che per te non va bene, la verità, impareresti da piccolo, che è solo una: quella che hai visto, da dire, che devi dire per non mettere gli altri nei guai, quella col tuo nome e il nome di molti altri.
E ogni volta che vedresti una stella cadente cadere sul soffitto della Terra, sapresti bene che quel che desideri solo se te lo dici e lo dici a chi ti vuole bene davvero si avvera, mentre al cielo lo gridi, mentre in grande lo scrivi e ci fai i conti ogni sera, cosa ho fatto, oggi, perché la mia promessa resti qui con me, preziosa e vera?
Il mondo, in verità, non sarebbe solo da galera, o un grande patatrac.
Sarebbe bello come l’aria calda che accendi quando hai freddo, dentro il letto. Bello come il tuo sorriso al mattino mentre guardi verso il porto.
Bello come l’amore, quello vero e spassionato, da fare e rifare insieme a te, che mi manchi da morire. Bello come una stoffa, cucita su misura, come una dolce sorpresa pensata solo per me, mentre il cuore sincero, che sa che cosa vuole sente il bisogno di curve, sempre le stesse, sì e mai noiose perché hanno il tuo nome.
La verità è un vento buono che sistema le cose che son già sistemate e fa crollare quelle già rotte, indica sulla mappa un luogo di ritrovo sicuro dove non devi pensare a quello che è meglio dire perché sei più impegnato a dire, e pensare a come dire e perché dire.
Verità, ha di guance rosse la casa e di braccia amorevoli la stanza, per essere niente e lasciarsi andare alla vita, comunque vada, segui la scìa, surfa, fermati, e prova a respirare sempre.
La verità porta le calze lunghe, le labbra rosse, sa tutto sul nulla, dal niente si consola.
Se la verità fosse un piatto sarebbe quello che ora, se chiudi gli occhi senti profumare davanti a te e un poco sulla bocca.
Sarebbe un mondo meno ingiusto, in cui la panna è fatta di panna e gli occhi innamorati di gioia, di rispetto e solo amore, sarebbe un mondo di continui otto marzo, di responsabilità, di coscienza e poche smancerie intrise di perbenismo e colpe.
Direste un’utopia, tutto questo, è vero, lo comprendo ma oggi è l’otto marzo no?
La festa delle donne, dicono tutti, e allora posso chiedere anche io, oggi, il mio regalo di festa: voglio la verità, da tutti. E voglio vivere dentro un abbraccio che so non mi abbandona e pensare che ogni onda dei miei capelli ogni ruga del mio volto e ogni piega di carne del mio corpo ogni curva di ossa di grasso di pelle che ho fatto della mia vita il percorso, un bacio delicato color cielo sereno si posasse e scegliesse il riverbero del mio vivere, che per molti va all’indietro, ms me che me ne importa, lo so che non si può, ma qui si può sognare un mondo come questo, in cui dire ciò che si è fatto, che si è combinato che si è sbagliato, prendendosi il grumo sulle spalle e facendone qualcosa, un mondo in cui si pensa si prova si fa si può dire, si impara a dire, e ogni giorno un po’ di più si riesce a non ferire, permette di vivere.

Un mondo dipinto da cuori leggeri e stomaci più pieni, teste meno vuote, e mani che cingono tremanti terra brulla, non additano superbe e sicure mentre sbagli.

Oggi è l’otto marzo, è la mia festa dicono, allora oggi io vorrei delle scuse, dei fiori, tante scuse, tanti fiori, tanto amore tante parole buone.
Vorrei la verità, quella che su questa terra, troppe persone porteranno nella gelida terra. Vorrei che la smettessero di prenderci in giro e di far finta, e aver pensato così di vincere il bingo della vita.
Amo gli errori e i patatrac e le persone tessute di verità. Ma che ti inventi? Ma per cosa? Ma per chi?
Se ti svegli e vuoi inventare, fai una cosa, prendi un foglio e inventa storie per i bambini del mondo, inventa colori e nuovi modi per giocare, nuovi modi per amare nuove strade su cui correre e sedersi e gridare, prendi le tue invenzioni e mettile nel tritacarne, lì dove invece hai lasciato me il cianuro e una preghiera a dio.
Mondo di dolore di sopruso e di menzogna mi hai stancato.
Vorrei questo regalo per oggi, vanno bene anche le mimose, per carità, ma io oggi vorrei un po’ di verità.
Per un vivere più limpido, di pozzanghere in cui specchiarsi e alberi felici dove l’aloe è amara e non finge di essere fragola, e resta amara pure in mezzo alle poltiglie che ti propinano da ingoiare.
Se la verità avesse un nome avrebbe i tuoi occhi.
E invece ha una suola di scarpa di latta che si crede genuina e di stivale al profumo di campagna.
La verità rende liberi, ma ancora non l’ha capito cuore alcuno. Perché cuore alcuno non ha ancora capito di averne uno.

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