Plastilina
È un bel granchietto
Filo su io scelgo, e scelgo di esserci,
e non è mica poco
Aver a che fare con l’Altro è sempre difficile.
Su tanti piani. Primo secondo, quinto, decimo e ancora sotterraneo e cavedio. E quasi mai puoi usare l’ascensore.. Sempre trincerato dai lavori, e poi si blocca e poi il numero, eh ma non lo trovo, ora vengono, l’assistenza, il centralino, tuutuutuu è caduta la linea. Sempre puzzolente, pisciato da qualcuno. Quelli esterni ve li raccomando.
Insomma, faccio prima a prendere le scale, ma la schiena fa male, il ginocchio, le anche frastornate dalla vita. E poi son stanca, me lo merito l’ascensore dopo tutta questa vita, si ripeteva Plastilina.
Piani, quelli che si accumulano si sovrappongono, si feriscono e si lasciano, piani di vita di aspettativa di desiderio, paura, giudizio, colpa e buio, è questo il prezzo da pagare se decidi di stare al mondo, di esserci, di andare avanti indietro su per i piani, di scendere, di prendere al volo quel maledetto ascensore che chiude le porte e zac! Il piede incastrato, che paura ste porte insopportabili.
È questo il prezzo se decidi di occupare uno spazio fisico nell’aria insieme a tutti gli altri, con tutte le tue parole le tue bellezze le tue brutture. Sì un prezzo da pagare più equo rispetto al prezzo pagato con la vita, con l’aguzzino.
Che farsene dell’Altro? Scoperta così misteriosa imprescindibile e sconvolgente.
Plastilina per arginare il dolore provocato dall’aver a che fare con l’altro si trasformava in tutto quello in cui una plastilina si può trasformare per non disturbare e non pagare il prezzo di non rendere felice l’altro. Di modo che l’altro potesse essere in qualsiasi modo e lei il suo materasso.
Plastilina fa ogni giorno, il suo clic.
E ora, pur sempre nel gioco delle opposizioni, delle negazioni e delle resistenze presenti e molto difficilo da scrostare, una mattina si è vista spuntare la cotenna di un bel granchietto addosso.
Cucciolo di esoscheletro che cambia carapace due volte l’anno, compreso durante l’accoppiamento.
Val la pena di concedersi anche l’ascensore, di andar piano, su e giù, che amalgama il tempo i piani, i vuoti, passa sulla vita le difficili prove.
E chiedersi a domanda continua e aperta, perché il giudizio dell’Altro manda tanto in scacco? E la cotenna?
Che sta lì davanti. E ti spaventi e ti spaventa. Blackout. E perdi la memoria.
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