In linea di massima
È che di massima non c’è
C’è una linea sottile, ma nemmeno poi così sottile, che quando scopri non sempre si può recidere
Filo su fil di ferro che se tiri non perdona ma se sposti coccoli tocchi scaldi torci e contorci si spezza.A volte nemmeno sai quand’è, l’esatto momento in cui senza pinze,
solo ma non da solo, si spezza
Che poi non è tanto trovare sempre nuove scaltre fuorvianti diverse frasi in codice illusorie per l’esterno con cui farsi contattare le farse comunicare le frasi salvare le farmacie le pizze la sera i volantini i bus appiccicati dallo schifo il martedì sera.
Che poi non è tanto trovare i mezzi che di mezzi ne hai tanti e non che sia stupida come ti fanno passare, no. Sì certo è anche questione di mezzi ma vuoi o non vuoi un mezzo lo trovi. È che non vuoi.
Perché non puoi. Ma se potessi non vorresti perché non puoi. Non vuoi.
O meglio vuoi ma non puoi e quando non vuoi puoi e se vuoi non puoi più poi se puoi non vuoi perché non puoi fallire il tuo progetto salvifico no. Non puoi.
Che poi non è solo parlarne un giorno che bel clown dove hai preso quel colore rosso like, esce la notizia e poi l’intervista la stanza le macchie non tue la casa non tua, i soldi i suoi. Che bella. La storia, ma guarda, mannaggia che storia.
Che poi il meccanismo è peraltro ingegnoso e prezioso e capace di salvarci, eh, ci mancherebbe pure.
Ma quante, lo sapete? poche. Il problema sta a monte. Uno freddo e senza chalet dove postare le storie, tanto le tue durano ventiquattrore le mie sapessi, coi gatti le vite, le conto e no, non mi arriva alcun cuore.
Perché anche se lo hai e fai quel drin folle più folle della stessa cura, tu ti salvi da sola perché fino a che non vuoi umanizzarti non ci sarà un santo abbastanza forte da prelevarti. E quando sei salvata, mo son veri cazzi, e non importa, che tanto si sa che ti salvi da sola.
Tu vai tranquilla, posta la tua storia. Magari se mi aiuti col compenso, che ho tre quattro avvocati da tener su.
Una due dieci quattordici volte l’ho detto, ma dillo, l’ho detto, ascoltami tu, promesse che bucano il cuore, le strisce pedonali sulle gambe, perdonami, perdonali perdonati, squarci di gogna di bava di il mascara il fondotinta. Prima c’è che resto a casa, non posso. Prima c’è che all’ultimo devi sempre rimandare i tuoi appuntamenti, quello di lavoro, la fisioterapia, la patente, l’uscita con il tuo migliore amico, li rimandi e ti inventi l’ennesimo problema la luce le bottiglie, la macchina, mi spiace. Si è guastata. Prima c’è la febbre improvvisa, la disgrazia familiare proprio poco prima. Mi spiace, la febbre è salita. Prima c’è la vergogna di sentirsi precaria e fallimentare, pazza, di aver riscelto di nuovo il tuo normale, il male, cambiare, prima c’è la speranza bastarda e le sue lacrime. Prima c’è che ti senti di avere il peso del mondo addosso, perché non hai un limite di sopportazione né senso critico di capire dove sta il pericolo la vita le tue rose in ginocchio mi fai schifo non lo dire. Prima c’è il silenzio quello che non ti farà mai aprire bocca, perché sei tu, non altro, sei tu il problema da soffocare con la sedia in gola, prima che qualcuno se ne accorga.
L’hai detto a qualcuno? Peggio per te.
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