Gerbera 5A

Maschere promesse e mascherine
Filo su lettera, piena A,
a cui tu aggiungi sempre la sesta

Scomoda la mascherina che si appiccica alla pelle e si sposta su e giù nella nebbia degli occhiali

Scomoda al mare al supermercato, da soli sul davanzale.
Scomoda se devo sorridere se voglio sorridere e voglio che tu lo veda, come mi illumini, non lo posso fare. Comoda la mascherina perché tra la gente sto bene. Mi rende invisibile.
Scomoda perché con te non la ho eppure sono lo stesso invisibile.
Gerbera lo sa bene mentre dà ai suoi topi da mangiare
Lui sta nell’altra stanza, gioca da tre giorni ormai, davanti a quel maledetto schermo, al suo gioco delirante.
Non ha mai amato i videogiochi, Gerbera, perché non li ha mai avuti. Ma le sarebbero piaciuti. Quindi quando incontra qualcuno che li usa lo ammira molto.
Ma il modo di chiudersi davanti a uno schermo, che sia del telefono o di un computer, a Gerbera ha sempre tranciato petali e gambo.
Perché la sua crescita si è sviluppata su un vaso dal terreno arido, così. Su un agglomerato di dolore silenzio e pixel. E lui lo sapeva, ma noncurante di quanto le facesse male, lo faceva. E poi si lamentava, con la solita frase, con te non posso fare niente.
Gerbera dei suoi incontri non capiva nemmeno questa, di consequenzialità. Una cosa è una, non è il niente.

Abbiamo avuto una discussione, niente di trascendentale, il quotidiano, ma io sono così, dopo qualche ora non lo trovo più il senso di farsi la guerra del silenzio, preferisco parlare subito, a me fa male il silenzio, lo odio, di un male antico. Perdere troppo tempo così, nel silenzio altrui, che devo rispettare, io monto, e lui lo sa, è per quello che lo fa, pensandoci e non pensandoci. Ma stavolta devo resistere e non fare la sottona. Ma così non funziona, se io non mi muovo lui non si muove, nulla si muove, gioca a voce alta, si diverte, Gerbera dall’altra parte dell’orgoglio, lo sente, chiama l’amico, non torna nemmeno più ad a coccolarsi a lei la notte, mi irrita tutto quello che fa, perché non mi vede, provo a fare rumori in casa, ma niente. Sbatto la porta, ma niente. Forse sono diventata invisibile, una cosa invisibile. Ho pulito casa e gli ho preparato la cena, con le cose, le sue preferite, non mi importa della ragione, provo a fare una cenetta con amore. Gli ho messo tutto sul tavolo, ci ho passato un’intera sera, ai fornelli, con in mente il suo sorriso e un cuore in mano. È tornato dal lavoro, non mi ha guardato, non ho fame.
È tornato al computer, a giocare. La cena poi è andata a male, l’ho dovuta buttare. Il cuore ha iniziato a piangere, di un dolore molto grande.
Dormo male. Malissimo, da due giorni almeno. Non torna ad abbracciarmi a patella, lo sa che solo così il buio non mi fa paura. E quanto dormiamo bene. Mi ha chiesto di andare a convivere. Dopo tanti pensieri e pensamenti, suoi, son pronto non son pronto, ti amo non ti amo più, lo sai che cambio idea ogni giorno, come fai a sopportare tutto questo grazie che mi ami tu sei lei la mia lei, dopo natale abbiamo deciso. Ho fatto in modo, come sempre faccio, che fosse l’altro a proporre cosicché io possa dire di sì a qualcosa che desidero ma senza che l’altro decida io non propongo. Non propongo più. Ma non sono sempre stata così, no. Di natura Gerbera, è nata proponendo. Poi la vita, gli eventi, le persone che lei amava glielo hanno rinfacciato, ma non qualche volta, sempre. E allora lei ha smesso. Se l’altro propone vuol dire che ci ha pensato lo vuole. Ma soprattutto lo desidera. Tanto. E allora non ci sarà più lo sfascio di restare come un carciofo sotto al diluvio, a sagra finita, per terra tra gli scarti, messo in scacco dalla colpa e dal dolore, colpevole di aver desiderato qualcosa che l’altro fa per beneficenza devozione, per farlo per te, per sentirsi pulito buono dentro sé. No, Gerbera aveva escogitato un modo.
Un nuovo modo per stare zitta e non dare fastidio. Ancora di più. Aggiunto agli altri.
Anche io desideravo la casa. Mi aveva convinto che era la scelta giusta davanti a una Sacher a Vienna, voleva dal primo giorno portarmi a Vienna. Ha cambiato idea quattro volte in un mese. A me non andava neanche più. Ma ho accettato. In fondo, anche io desideravo. Parlando dei figli continuamente, quei piccoli che stavamo cercando di avere.
Me l’ha chiesto al cinema del suo paese prima di rientrare a casa dei suoi.
Dopo due giorni dalla firma, si è incazzato, ha detto che non era pronto che stava male, che se ne andava di casa. Lei allora se l’è andato a riprendere. Amava farsi pregare. E lei inseguire. Memore dei suoi costanti non mi devi ascoltare perché sono un coglione lasciami stare quando faccio così poi tanto lo sai dove cazzo vado senza te lo sai che ti amo, non ti devi spaventare se ogni due giorni faccio le valigie me ne vado di casa. Te l’ho detto tante volte torno sempre, faccio il giro dell’isolato perché quando esco non posso dire al mio orgoglio rientra subito in casa. Devo spaventarla.
Ci credo sempre quando va via, se n’è andato via di casa. Anche stavolta che ho un ritardo di tre mesi.
Come sempre fa Gerbera quando trova casa, attiva la missione eroica del tenere e vive per capire chi ha davanti, cercando soluzioni.
Gerbera non è Dea e non è Santa.
Ma sembra uscita dal Medioevo a volte, tiene unita le famiglie, le persone. E non per possesso, ma per colpa. La sua, non c’è riuscita, per colpa sua, allora tiene come può relazioni, famiglie, come giocoliere sul vuoto, una missione di vita destinata a fallire.
Ha conosciuto i suoi, ha passato dicembre, si sente con Stefi, perché non lo fa più l’errore di tenere dentro quattro mura le cose, sa che è molto pericoloso, lei è dolce le ha anche preso le pantofole, è lei che le ha scritto benvenuta in famiglia, è lei che le dà manforte quando lui imbroda fa male e sborda, lei lo sa. Ma a Gerbera non importa. Piange un giorno si e uno no, senza neanche farsi troppo vedere.
Lei lo sa.
Ogni volta che cerca di parlare di sé, lui si sente incolpato. Lui lei dice sempre non sei tu che mi dai la colpa, sono io che non ce la faccio. Niente ha senso, non voglio fare altro che stare a fare niente. Ci vado a fare quella visita. Te lo prometto.
Non accetta, Gerbera non accetta che le persone non ascoltino quando lei sta male.
Non accetta che chi si organizza per mesi la vita, poi, varcata la soglia di casa, decida di andare via. La casa, quella sacra, quella ferita aperta, magico esempio. Come la gravidanza insieme a lui desiderata. Lui non vede l’ora. Credo che Gerbera abbia fatto decidere a lui anche quello così un figlio non glielo rinfaccerà mai.
Come quando a gran fatica prova a dire che una cosa, una parola, un comportamento le crea dolore, per favore si può non rifare più? Lei è adirata ma prima di perdere la calma, per favore lo chiede sempre, lui dice che capisce. Poi fa la stessa identica cosa il giorno dopo.
Gerbera si sente sempre sbagliata. Non capisce. Non accetta, non capisce. Come non capisce perché ha quasi trent’anni e non ha mai risolto.
Mi sento in colpa, perché lo so che sono brutta, non ti eccito abbastanza, non mi desideri abbastanza forse, ho comprato un completino, anzi due, quello che piace a te.
Come sono andata a letto ho sentito bollire l’acqua, si è cucinato la pasta come pegno di rancore che mai si avvicina a una resa.
Mi sono arrabbiata due volte. Ma che fare, vorrei che non fosse così impaziente e impulsivo, non sembra si ricordi di quello che dico, un momento dopo non lo ricorda più.
Il completino l’ho strappato il giorno di capodanno, anzi tutti e due, si quelli che gli piacevano tanto, pensavo di fare una cosa carina. Ma quando l’ho messo non gli è interessato. Ha pensato al suo, a darmi addosso perché quella situazione mi faceva soffrire. Ogni volta che gli dico sto soffrendo, parliamo, risolviamo?
Gerbera riceve negazione. Dovevo capirlo.
E lo facevo. Ma io sono Gerbera e sono stanca di capirti sempre.
Non tutti gli uomini pensano al sesso, sai?
Poi ho capito, dopo mesi che non era colpa mia.
E non che lui non volesse pensarci, è che per quasi trent’anni, aveva deciso di non affrontarsi. Però con tutti si, con te no, ma poi si ma poi no e poi si e ancora no.
Ma a me non importa, lo sai. Ti amo, e insieme si affronta, tutto per te, il mio amore.
Possiamo anche non farlo mai, io ci sono, accanto a te, io ti amo, sono qui, per vederti sereno.
Dopo mesi ho capito, non ero io il problema, qualcuno lo aveva con sé.
Quando l’ho capito, quando lui ha risolto il suo problema, il mio corpo mi ha comunicato senza parlare che la mia missione era conclusa.
Dal giorno in cui ha risolto, nonostante tutto, è caduto in un negato insondabile buio, e io non l’ho lasciato mai. Nonostante soffrissi come una bestia a sentirmi sempre sentirmi sempre sbagliata. Non mi sentivo da tempo più amata. E poi ero di ritardo. Due mesi già. L’ho amato ancora di più nelle sue difficoltà, ma non gliene è importato.. Gerbera il posto accanto, lo conosce bene. È medioevale, è nata per Accettare Accomodare Acconsentire Arginare Amare. Non è mai colpa dell’altro, ognuno fa le sue scelte, e quella di Gerbera era una sua scelta. Restare nell’incastro. Curare.
L’altro può essere tutto quello che vuole, Gerbera accetta perché sa che si può migliorare. Risolvere non buttare lottare.
L’altro però di questo medioevo, anche senza volerlo, aggiungeva sempre la A più pericolosa e ci giocava a dadi.
Gerbera arginava l’aggressività di tutti, anche questa volta, stavolta le mani addosso stavano in tasca, ma le parole erano le stesse e gli atti di abbandono costante non facevano che aumentare. Gerbera a lungo andare si sentiva sempre più bruciata, attraverso i gesti, la parola, il gioco del ti spavento nego e rinnego e piango e ti chiedo perdono, pretendeva che lei se lo facesse sempre passare. E lei eccellente. Si prestava alle richieste non dette. E poi urlate. In nome del tenere sempre.
Anzi si una volta le mani le aveva strette forte a me, per spaventarmi, era geloso che sentivo Cris.
Ripetizione. Come lui, anni prima. Eravamo da me, ha passato la notte a chiedermi scusa.
Io me la sono fatta passare.
Si era aggiunta l’altra A a quella negazione costante del buio. Gerbera si sentiva in colpa anche per quello. Dipendeva da lei, sicuramente, non lo capisco in qualcosa, non ho fatto abbastanza, non sono abbastanza, passava i mesi a riproporselo e ricondirselo a modo proprio. Da quasi un anno la sua vita si era rimessa in fermo, nuovamente, per un lui, quel lui così inaffidabile. Ancora una volta. Fallimentare.
Ma lei lo aveva capito dal secondo appuntamento. Lui aveva pianto a dirotto tra le sue braccia, in macchina, devo lasciarti perché non sai come sono, sono un disastro, io non so stare con nessuno, devo stare da solo. Lasciami andare. E quando Gerbera sente un grido di aiuto tale, si mette il mantello e parte. Come un trattore. In nome della richiesta di aiuto so passare sopra ogni cosa che mi riguardi.
Ma il corpo di Gerbera, arriva sempre come un regalo, arriva al dunque, arriva sempre molto prima del raziocinio e della missione, del mantello, di ogni perdono, il suo corpo si era svuotato, non sentiva più niente.
Lui, lo sapeva, e risolto il suo problema, non smetteva di desiderarla. Ed era importante era una conquista, solo che faceva male, perché non era, e forse, non lo era mai stato, un desiderio che abbracciava fino alle ultime cavità del corpo, assomigliava più al desiderio dei bambini viziati sulle giostre, che scendi e che sali, tanto i cavallini dorati sono sempre lì pronti a girare e nitrire uguali, cavalcanti e appaganti.
A Gerbera, di fare l’amore con lui, non andava più.
Non gliel’ho mai detto. Aveva risolto il problema di una vita, c’era riuscito, e lei aveva sofferto, e in nome di quella pazienza e di quella sofferenza, solo per questo, era felice. Non poteva rovinare tutto con un suo no. Si sarebbe sentito fallito.
Ma Stefi, questo ed altro, non lo ha mai saputo e tanto altro, non saprà mai.
Quella meravigliosa aggressività col fiocco che conosce bene, stavolta era celata da una intelligenza raffinata, ma è andata crescendo e non si è mai risolta. Fino a che, improvvisamente, il nemico di tutta la storia sono diventata io. Una stronza, Gerbera, di quelle pazze, di quelle pazze, Gerbera, una delle tante.
Gerbera non ne poteva più, di essere non vista. Di essere trattata male. Un male che lacerava le pareti dello stomaco. Portava avanti la missione di donna mai mancante né manchevole, perché lui si senta forte, diversa dalle altre, che avesse una persona forte che lo facesse sentire, forte.
Credo, una madre. Gerbera errori ne aveva fatti, non è perfetta. Ma in nome di quell’amore non aveva mai mancato una scusa una colpa una fustigazione.
Gerbera è una che lotta sino allo schianto per sistemare le cose quando c’è la musica ancora suonante.
Ma quando la musica si spegne qualcosa la sveglia dal sonno. Di una cosa bisogna essere certi, Gerbera, finita la musica, sparisce con tutto il dolore. Con tutto il vestito, portata via dall’onda continua in battigia. Perché se qualcosa finalmente si rompe e distrugge ogni cosa significa che Gerbera, ha resistito talmente tanto che è già quasi morta.
Ma poi, in mezzo a quella tempesta, va via. Per sempre via.
Le mascherine forse non ci hanno coperto o tolto il diritto di essere chi siamo, così come non ci impediscono di essere chi non siamo.
Non privano di umanità se già non l’abbiamo.
Non ci tolgono l’identità se già non l’abbiamo.
Stanno svelando, giorno dopo giorno, ancora di più chi siamo.
Esacerbando l’odio che proviamo verso noi stessi e gli altri che incontriamo
Il mondo ci chiede di coniugare verbi a cui non siamo abituati: comunicare. Guardare. Condividere. Esprimere il nostro mondo attraverso una linea di confine che non è menefreghismo. Veicolare rispetto, l’amore, il perdono la messa in discussione.
Mancava anche a Gerbera il sorriso, l’unica cosa che sapeva usare, con gli occhi e la mimica facciale da cui leggevi tutto, anche i punti di sospensione dell’anno passato.
Però non l’ha portata via il covid, no, ma quella cosa che non sappiamo usare: la parola. Al ritardo, la sua soluzione è stata tu devi abortire, io un figlio non lo voglio. Lo amava così tanto che a quelle parole non si è schifata neanche come avrebbe voluto, dovuto, urlare e scappare, perché cercava ancora di comprendere le sue ragioni. Ma si è tanto spaventata. Non ad avere un figlio, ma a quelle tremende parole. Non si capacitava che anche stavolta avesse scelto il suo narcisismo, che un piccolo, presunto cuore.
Dopo tre mesi di chiusura, nel momento in cui lui se n’è andato il suo corpo ha mollato, ha abbandonato, e ha ripreso il suo corso. Grazie alla fortuna di un incrocio di cose malandate. Per accogliere in sé un figlio, il suo corpo astuto, aveva scelto il rifiuto, rifiutava da tempo nonostante i tentativi, davanti a quel folle amore, dolore. E aveva ragione.
Ci fosse così scomoda anche la maschera che portiamo persino con noi stessi, sotto quella che molti hanno azzardato chiamare con leggerezza, negata libertà, quella di cerone e guancette benestanti, macchie di catrame e confetti al gusto di vita che incolpa, fallita, che agghindiamo ogni mattina.
Gerbera nonostante tutto, non la sapeva dare a nessuno non la voleva dare a nessuno la colpa. Neanche nella peggior carneficina. Non per eroismo, ma perché sa quanto inchioda e sa scegliere altro, sfinita, la vita.
Attenzione, magari prima che sfumi in devozione. Mascherina o mascherone?.
Scegliete voi, ogni giorno, di quale avete più orrore.

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