Rotula e la religione
Quel modo di stare al mondo
Filo cucito dal basso dei suoi inverni, fatti di stanchezza, speranza e ginocchia ai piedi
Se la nostra religione si basa sulla salvezza, le nostre principali emozioni saranno timore e tremore.
Se la nostra religione si basa sulla meraviglia, la nostra emozione principale sarà la gratitudine.
Carl Gustav Jung
E tu credi? in cosa credi? le chiedevamo sempre. In che senso? rispondeva.
Ma come in che senso, credi in Dio? Nella Chiesa e quelle cose lì? Innanzitutto Dio è una cosa, la Chiesa è un’altra e quelle cose lì, come dici, altro ancora.
Io credo, credo a modo mio, che domande del genere non dovrebbero essere fatte.
L’intimità è una cosa seria, non è un modo veloce per capirti al volo, e incasellarti nella rubrica del santo o del satanico, al primo appuntamento.
Passavano gli anni, e Rotula ci aveva fatto il callo, da pigna ci soffriva, perché non aveva fatto né il battesimo, né la comunione né la cresima come tutti. E che strazio tra genitori bambini feste mai avute maestre contente sempre degli altri. E che strazio far capire sempre, con in bocca parole non sue. E che strazio poi con parole sue.
Crescendo capì.
Non tutto, ma capì che la sua religione era una ed era pure ben precisa. E non se ne doveva fare più vergogna.
Era la religione dei vestiti rossi a pois bianchi che fanno sentire bene. La religione del pianto, della fragilità, la religione della forza, quella delle streghe delle puttane dei bambini, dei polverosi buttati sulla strada, quella dei dimenticati dei non ascoltati dei vuoti e dei diversi, la religione della disobbedienza dell’intolleranza, dei sogni e della possibilità. Della profondità e delle mongolfiere. Del io ti vedo, io ti amo, tu mi manchi, ho sbagliato e te lo dico.
Credeva sempre a meno cose, sempre più scelte, sempre più chiare, e come a farlo apposta, quanto più le aveva chiare, Rotula a dispetto, sempre più forte, e con veemenza, ci provava ancora più ostinatemente, a rientrare nei modi di fare e di pensare non suoi. Presuntuosa ed egocentrica di far la differenza.
Ma de che?
Rotula si chiedeva perché lo facesse, soffriva le pene dell’inferno, non capiva perché si sentisse sbagliata e la facessero sentire costantemente tale. Le cose ovvie per Rotula erano troppo complicate.
L’ovvio era proprio particolarmente incapibile.
Dove c’era scritto tirare lei spingeva dove c’era scritto scorrere lei tirava, dove era destra andava sinistra, dove era giallo vedeva qualche sentore di verde, dover era palese trovava il meraviglioso ma forse son io che.
Poteva salvarsi dalla tragicità della vita, scampare violenze reiterate, contare le stelle una ad una, carpire gli andamenti del pensiero, comprendere qualcuno dal respiro, dallo sguardo dal modo di camminare, e con quello che chiamano molti sesto senso, fiutare, in pochi secondi, la natura, il fastidio, la sintomaticità di qualcuno o qualcosa. Ma mica faceva tesoro di queste attitudini, doni, piaghe, chiamatele come volete, no, trovava mille possibilità varianti scusanti per dire ma no, non è come pensi, ma diamola una, quattordici, ventisei, settecenttrentasette, millenovanta possibilità, fino a che non muori. Poi se muori fa niente, hai tentato l’intentabile, ora puoi andar via. Ma se sei morta come fai? ma che importa, diceva Rotula.
Faceva un giro enorme di giostre paludi fuochi d’artificio e Ade, fino a ritornare esattamente a quel fiuto di partenza. Aveva ragione. Ma non lei, come si potrebbe pensare, presuntuosamente. Non lei, ma il fiuto. Il fiuto non sbagliava mai, perché era sveglio, intelligente, assodato, lavorato, saggio, quel fiuto, noncurante la natura della sua testa contrita, sapeva, lui sapeva tutto, era lei la presuntuosa, che dando sempre possibilità allo stesso meccanismo gli stessi incontri le stesse scelte le stesse situazioni con buccia differente ma con ripieno sempre uguale, non lo ascoltava mai. Se non a un passo dalla morte, quella morte ben conosciuta. E quando se ne accorgeva, cercando di slegarsi, faceva scacco, con lacrime, lavoro, passi falsi, con tantissima fatica, quella dilaniante guerra col sintomo, gli altri, ignoranti della situazione, tiravano fuori dal cilindro le peggio cose, senza capire, senza sapere che Rotula e fiuto avevano già fatto mille volte lo stesso giro e sapevano bene di che si stava trattando. Ma questo, gli altri, del lavoro dietro, non sanno.
Credi?
Credo, credo a modo mio che in qualsiasi cosa io creda si debba percepire dal mio stare al mondo.
Da come scelgo di stare, di rapportare la mia anima con l’Altro.
Credo nella religione del rispetto, della gentilezza e della tenerezza del pensare continuamente a come sta l’altro. E del modo in cui la mia luce, il mio buio, le crepe sul mio volto illuminano chi incontro.
È una religione severa, ancora, e un po’ violenta nel giudizio con me stessa, scrisse Rotula su un foglio di carta, che appallottolò e mise in tasca, ma è la mia è in lei credo. Credo che se ti dico una cosa è quella che penso. E se mi esce male o sbagliata chiedo scusa. Ci lavoro, ci penso e ci riprovo.
La mia è una religione semplice, porta i vestiti rossi e profuma di pane, erbe e cipolle fresche.
È una religione che abbraccia molto, che empatizza ed espande, e soprattutto che non salva nessuno.
È la religione dei colori e dell’errore, delle domande e del non trovare risposte, ma ci tenta e poi in realtà le trova. È la religione dell’amore. Del nulla, del tanto a peso di baci, il mio oro. Amare, dare, sbagliare tentare colorare sperare coccolare, in un mondo individuale, di trattenuta, orgoglio, mancata presa di coscienza e poca introspezione, solo ego e referenza, è per me l’unica cosa che conta.
Inizia ad appuntare anche ricevere, chiedere meno scusa, dire meno grazie, non curarsi del giudizio altrui, non fare la sottona, ascoltare San Fiuto, e un paio di altre cose importanti che ti dico brevemente in separata sede.
Ma questo non lo appallottolare, piccola Rotula sporgente. Questa mettitela bene appesa sul muro giallo, mentre ti passi il Rilastil sulle cicatrici di ogni graffio, ogni pugno, di ogni mancato ci sono, mi manchi, arrivo, ti tengo, ci tengo, di ogni mancato intervento.
Che la tua religione qualsiasi essa sia, ti possa abbracciare, possa curare, sorreggere, guidare e fare del bene senza dover rinfacciare. Che non sali le ferite ma le raddolcisca. Una religione che dica insieme. Che stia accanto. Che parli e lasci spazio. Che ami. Che racconti. Una religione per tutti, che non si impara e non si allena. Ma si sente
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