Brie, una storia sbagliata
Amata da tutti, ma a Natale ad asciugarle le lacrime, c’era solo il cane
Filo su Brie
Quant’è buono il Brie. A voi piace il Brie?
Da mangiare così, anche con la crosta, che lo vuoi subito e non vuoi aspettare nemmeno di trovare il coltello e allora ti siedi sul tavolo, anzi, ancora in piedi davanti al frigorifero, quella luce che apri e chiudi come fosse discoteca e tu non hai mai visto una discoteca se non da sotto le sue mani gelose, ma si in fondo l’hai vista ma non come avresti voluto tu.
Fa più male vedere una cosa o vederla come non avresti voluto? Non so. anzi, lo so bene. Il Brie. Sta qui.
Volevo nascere Brie.
E la testa inizia a vagare a tornare indietro nel tempo, le discoteche, la gelosia, le mani, l’angelo azzurro che beveva e gli occhi si facevano di fuoco, che angelo poi mica tanto..se poi bevev.. Ma molla, torna qui al Brie. Resta concentrata sul Brie, tutto sta nel concentrarsi sul Brie. Stai lì, leggi la confezione, che lo apri e ti resta appiccicato alle dita, te le lecchi, hai il cane che mugugna, e pure tu vorresti mugugnare a voce alta. Ma.. Ma niente, resta concentrata sul Brie, ti butti sul Brie. Che si scioglie nella bocca, sa quasi di panna, di panino Aurora, quello dei buoni pasto dopo la scuola, prima del solfeggio, in via Roma. Che ti sentivi una fortunata, che coccola pazzesca. Sa quasi di famiglia. In mezzo alla gente. Che strappo alla regola.
Brie.. Ma che sto dicendo.. È una storia sbagliata. Io volevo parlarvi di Brie, la bambina col cuore di neve. Non del Brie il formaggio francese.
Brie, sì, l’amavano tutti. Odiata da troppi. Sapete.
Il fruttivendolo, la sarta, lo spazzacamino, la maestra dell’asilo di Via delle Pigne, la chioccia del pollaio, i cani della corte del Grande Commensale, era amica di Dafne, Brie. Ve la ricordate? La maialina che aveva donato tutto di sé, a tutti, e poi comunque, venne lasciata da sola al cospetto delle lame, davanti al padrone di casa di cui si fidava, uccisa per la Festa di Primavera. Già, quella triste storia. Brie, ci assomiglia, ma non era una maialina. Era una bambina.
L’amavano in tanti, dicevo.
Chiunque raccontava meraviglie di lei. Anche se la si vedeva pochi minuti, quelli bastavano, c’era qualcosa, dicevano, di magnetico nella sua malinconia. Nella sua bellezza antica. Nel suo aiutare, continuamente, i cuori arrabbiati, delusi, quei silenzi smarriti e fastidiosi. Lei c’era, senza promesse, senza troppe parole.
Le persone le avevano creato una statua nella piazza principale, l’aveva voluta lei, una statua di legno, dove chiunque poteva rifugiarvisi, sotto, in mezzo alle pieghe del pino e le grondaie. Siai picchi, che i pettirosso, che come lei, i senza tetto personale.
Brie viveva nell’anonimato, con le scarpe consumate e il cappotto del perdono, non se lo toglieva mai, nemmeno per sogno, ogni mese aiutava una famiglia, ogni giorno coglieva le erbe da portare nelle case, quelle case di quelle anime piene di gente e sole, faceva le tisane, gli erbarii e le crespelle con senza nient’altro.
Ma non è una lista di tutto quello che faceva, di chi aiutava, di come coccolava o di chi ascoltava, che qui, in questa tarda sera di Natale voglio farvi. E né mi va di raccontarvi come la sua presenza calmasse la rabbia, le lacrime, liberasse dall’oppressione della paura ogni qualvolta uno le stava accanto.
L’esigenza di raccontarvi di Brie è di farvi entrare in una vita che non ha nulla di possidenza materiale da sfoggiare, se non tutto. Farvi entrare per un momento in un mondo da fuori costruito dalle maldicenza, gli elogi ed il dolore, e da dentro da mollica e semplicità, un mondo semplice, perché nessuno, realmente lo conosce. Farvi squarciare il vostro personale velo di egoismo, e farvi vedere una sera di dicembre com’è il mondo, per un attimo, se potete, con gli occhi di qualcuno che non ha più niente da perdere.
Nel mondo di Brie che ama amare, tendendo la mano a quegli altri che credono di stare bene ma bene non stanno per niente, esiste la fiducia, l’ascolto, la volontà di superare le proprie costruzioni perché qualcos altro ne vale la pena più del loro asfissiante egotrito.
Brie è di quella stregua di persone a cui non daresti nemmeno un mignolo, tanto ti sembrano tristi e avulse dal loro dolore, di quelle persone come Brie che lasciano agli altri il pane e le olive accanto, e se ne vanno, e che dagli altri non chiedono altro che il nulla, quel nulla prezioso di stare a non fare cazzate, di guardarsi dentro e non lasciarsi morire dal terrore di vivere, e non per eroismo o per mostrare erudizione, coraggio, o vittimismo,
ma perché ci sono persone nel mondo, come Brie la bambina col cuore di neve, a cui non frega niente delle lodi delle feste dei regali dei commiati dei soldi delle guerre per chi la spunta nel tempo più breve
persone che con tutta la ricchezza che hanno, che hanno avuto, o non avuto mai, col modo in cui sono state amate, con la maniera in cui non sono state amate mai, non importa. Fanno. Stanno. Sanno. Come? Non si sa. Ma nessuno ha loro mai insegnato. E vi dico un segreto. Sanno perché provano, sbattono scivolano sbagliano e vivono ogni trama del giorno così intensamente da fare paura al più apatico dei gran sapienti.
E non perché siano più speciali e più meravigliose o troppo ineguagliabili da avvicinare, carpire, toccare, come ama dire la gente per dire per sollevarsi dal tentativo di impotenza e dire che si dice così, e farsi pavoni dell’incontro con una come Brie, minuscola e tenera e ingombrante presenza di porcellana e labbra rosse, morbidezza e neve. No. Costa gran fatica. Celarsi dietro quei vuoti è troppo speciale fa lode.
Brie era semplicemente una bambina che nonostante il vissuto che aveva amava d’amore normale. E che faceva cose normali di persone normali. Pensava ascoltava colorava si adirava. Coccolava. Faceva cose normali. Ed è la normalità a cui non siamo più abituati. Chiusi dietro i mille elogi che facciamo e l’Ade su cui gettiamo, non abbiamo coraggio nemmeno di guardarci attorno e prendere una come Brie, per mano. Ti serve qualcosa? Non si chiede. Si fa. E se vuole si accetta, se non vuole si lascia lì. Nel mondo di Brie ci si fa pochi problemi. Perché la vita fa già male ed è complicata così com’è.
Che ad essere così speciale e farsi far le piazze col suo nome alle bambine come Brie non gliene frega un bel niente, nei momenti più bui più felici più belli, desiderava meno paroloni ma più abbraccioni, condivisioni, eppure si guardava attorno, non c’era nessuno, ci pensate?
Nessuno. Guardava dalle finestre gli altri far festa, mangiare.
Non c’era nessuno di quell’elogio alcuno.
Né i pavoni, né le piazze, né Brie, la cosa più bella che tutti definivano nel loro presente, passato, anno miseramente concludente, deludente, stella luminosa nel loro sfranto presente.
Com’è che alcune Brie persone restano pulsanti di amore sebbene abbiano un cuore ricoperto di neve e dolore? non c’era alcuna anima che di fatto condividesse quel momento importante con lei. Neanche il natale. Dietro le nostre paure, i nostri elogi, le persone come Brie, calde come il cioccolato muoiono nelle stanze buie, non viste, con poche cose. Disegnano ponti, scavano i fiumi, fanno le luminarie con le stelle cadenti per tutti noi. Eppure, restano sole.
Col cuore ricoperto di neve.
Da sole, mentre i cani asciugano loro, insistenti, l’acqua salata sulle loro guance stanche.
Mentre beneficiamo della loro poesia dei loro ponti dei loro quadri delle loro opere teatrali.
E allora vi chiedo, a che serve augurare buon natale? Queste persone le avete accanto, e non c’è verso per quanto siate luminari, a rendervi conto che non servono elogi, ma condividere con loro un pasto caldo?
Ma com’è possibile?
Perché ognuno di noi, da Natale a capodanno, guarda nel suo piatto. In nome di cosa non si sa. Mentre da capodanno a natale si riempie la bocca di specialità meravigliosità e pensiero costante per chi non ce la fa. Perché un pensiero ci sta, ai poveri soli, ma a mangiare, andiamo comunque chiusi nel piatto che grazie al cielo, abbiamo. In nome della paura, a non guardarci attorno.
Ad andar così è la fine, si perdono le persone. Quelle umane.
Brie, ti penso
Buon Natale
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