Frizzantino dove sei?
Sono Nocciola. Accanto all’albero delle limonate di Pippi
Filo su frizzantino. Stavolta non so se torna.
E forse è una vittoria.
Gli occhi erano sempre gli stessi, quelli che spuntavano dalla mascherina, quelli profumati di pioggia e di alba.
Eppure, a guardarla con i sentimenti qualcosa della nostra Nocciola mi turbava, lasciandomi, come sempre a bocca aperta. Disarmata.
Un po’ come i suoi ricci, sempre diversi, arricicolati diversi, di colore diverso in base alla luce e all’ombra, di umore diverso. Dipendenti dall’esterno.
Gli occhi di Nocciola, nero squalo, sfuggenti, mancavano di brace, di fuoco, di luce pulsante allegria.
Erano spenti. Speroni sullo stomaco.
Si erano spenti.
Ogni volta che c’era l’occasione di raggiungere la tana dell’Abete Bianco le si formava un sorriso grande e frizzantino che andava dalla guancia sinistra a quella destra e poi di nuovo sinistra e destra con la stessa frequenza e rapidità in cui i suoi nipotini passavano di casa quando faceva i muffin di carota, velocissimi. E cantava Nocciola, cantava coi finestrini della carriola abbassati, felice. Frizzantino. Non vedendo l’ora di arrivare. Magari con un vestito nuovo per cui essere fiera.
Nocciola amava vivere di quel frizzantino, era motore dell’anima, un sentimento da sentire tra lo sterno e la clavicola, e poi sotto agli occhi e sulle palpebre. È dalle palpebre che la felicità si sprigiona, lo sapevate? Provate a sorridere profondamente di gusto, pensando a una cosa importante che vi rende davvero felici.. Sentirete anche voi le palpebre il naso le guance espandersi. Gli occhi si stringono e non vorrete altro che sentirvi leggeri come il sentimento che provate.
Nocciola allora passava tra i fenicotteri, gli aironi, le batcar, i termoscafi, i rollerblind, faceva il ponte uno, due e poi il curvone verso il porto. Da lì tutto dritto, davanti alla ruota panoramica. Sentiva sempre il natale in quello scorcio, verso l’Abete Bianco.
Eppure, a Nocciola qualcosa era accaduto, ma non riusciva a dirselo. Ad ammetterlo.
A guardarla, si era spenta.
Nocciola allontanava come un lupo da caccia quel pensiero, voleva non sentire quello strano spegnimento, voleva non ascoltarlo, non poteva essere vero, che il frizzantino se ne fosse andato. Il frizzantino davanti a una domanda era sempre in prima linea.
Frizzantino dove sei?
Dove ti sei nascosto? Lo hai visto?
Allungava le mani davanti al muso e al naso cercando di descriverlo, chiedeva a tutti. Ma niente. Nessuno pareva aver visto frizzantino.
Non lo trovava. Da qualche parte, si diceva, tornerà, ma quando? Dall’altra parte si diceva di darsi tempo. Dall’altra forse era una vittoria, che finalmente non tornasse.
Dall’altra un po’ si conosceva, quando grattava sfinita la parete dello stomaco col rastrello senza trovare niente, allora era finita davvero. Ma questo le succedeva solo se qualcuno se ne andava prima di lei e la lasciava da sola nel bosco buio, ad arrangiarsi. Come quelle due, tre, sette tragiche volte.
Ma mai e poi mai prima lei.
Dall’altra parte non ci credeva che potesse avere un musettino mogio mogio e la punta del naso freddo, le labbra screpolate e tristi. Quanto aveva sofferto, aspettato, pianto. Non poteva essere che ora frizzantino se ne fosse andato.
Nocciola non aveva molte convinzioni, ma una sì. Lei era sicura di essere come l’albero delle limonate di Pippi Calzelunghe, piena di freschezza al caldo, di conforto al freddo, aperta e disponibile. Con delle radici fortissime, un tronco pieno di limonate dissetanti, fatta di resilienza, di tenacia di pazienza insondabile davanti a chi le toglieva la corteccia per giocare o per errore. Fiera di reggere le lampadine tonde e calde durante le sfilate delle lo tre alla festa del bosco, di essere riparo per le tempeste ai ghiri i funghi, i toporagni, le chioccioline, turisti fuggitivi e migranti. Si sentiva un pozzo senza fondo e pretendeva di essere come l’albero delle limonate infinite dove tutti potevano fermarsi, bere mangiare e riposare. E poi andare via. Se accadeva qualcosa, alle limonate, alla sua buccia o ai rami, se qualche amico di Pippi faceva il monello con l’albero delle limonate, lui stava sempre sul pezzo. Diceva non fa niente e tutto riprendeva come se niente fosse accaduto. Nocciola faceva così.
Solo che un giorno, un giorno in cui il sole tramontò molto presto, scoprì di essere limitata, di averlo un fondo, e che nonostante si dicesse che anche lei disponeva di tutte le limonate possibili, che c’era sempre per tutti i piccoli grandi del bosco, e che tutto sarebbe andato sempre meglio, che nonostante le ferite e la resina che dalla corteccia sgorgava, si poteva provare sempre e andare avanti, fiduciosa nel presente e nel futuro.
Nocciola, con grande delusione si scoprì limitata. Finita, sfinita, spenta. Frizzantino, non si ricordava nemmeno più come fosse fatto. Eppure lei lo avrebbe riportato dentro di sé, ci si sarebbe messa di impegno, dicendo ancora sì. Senza ascoltarsi. Perché le dicevano sempre, ormai è passato, si va avanti. Ora è ora.
Così lei faceva.
Perché oddio, sennò passava per quella pesante, che rimuginava.
Ma che vuol dire! Si adirava sempre A., a sentire ciò. Sarà anche rimuginio, ma è il suo, e se c’è significa che è importante. Il passato serve per bussola, per esperienza, non si dimentica ne si fa qualcosa. Si usa per non soffrire ancora. Quando si riesce. Quando si vedono cose già viste, si possono anche non riscegliere, nonostante sia sempre tanto complicato, perché il sintomo non guarda in faccia a nessuno. Ricordando all’io che non è mai padrone in casa propria.
È che la testa non va quasi mai di pari passo col cuore.
Nocciola lo aveva capito. Non poteva trovare frizzantino se continuava a non guardare cosa a lei non andava bene, solo perché da fuori i bimbi che odiavano la limonata si divertivano, nel togliere la corteccia per dispetto.
A furia di farsi togliere la corteccia, sentirsi giudicato per il suo aspetto, e sentirsi dire continuamente scusa dai bimbi perché ripresi da Pippi, ricucendo a sé, insieme a Saggia, la Scoiattolina, le ferite, di foglie di amore e resina e miele, l’albero delle limonate, in cui Nocciola di identificava, si era un po’ perso.
In realtà c’era eccome, ma non riusciva ad accettare. Nocciola non riusciva ad accettare che quelle cose le avevano fatto male, che quelle cose si erano messe di traverso tra lo stomaco e il cuore. Ma la testa non la seguiva, la testa sorrideva, curava, coccolava, amava, come sempre, come sempre era stato. Sia quando andava nella tana dell’Abete Bianco, sia quando ci lavorava insieme, sia quando ci faceva le passeggiate, sia quando ci stava lontano. Sia quando ci faceva l’amore. E quanto faceva bene l’amore.
Eppure frizzantino non c’era più.
E Nocciola con gran delusione si era resa conto di non essere un pozzo infinito d’amore.
E aveva paura. Di dirlo, di dirselo, di dirlo a chi di limonate si faceva la giornata. Prendendole un po’ per scontate, un po’ per pazienza, i limoni non finiranno mai, un po’ per vai avanti. Si ricomincia da zero.
No, non si ricomincia mai da zero, si ricomincia da almeno tre. Glielo diceva sempre, A.
Dirlo a voce alta sarebbe stata una delusione per tutti. Per lei per prima. Faceva male, spiazzava.
Lei non aveva mai smesso di sentire frizzantino, ogni volta che qualcuno le chiedeva scusa e le diceva riproviamo, proviamo, il passato è passato. Il passato si manifestava ogni giorno, in diversi modi.
E a Nocciola, faceva male. Ma non alla testa. Mica a quella stronzetta, che se la raccontava sempre a modo suo.
Al cuore. Al dentro della nocciola. Che non era infinito, non era senza fondo, non era continuamente rattoppabile coi cerotti. Si sentiva aperta come una noce. Era triste.
E non era nemmeno l’albero delle limonate infinite.
Era Nocciola. E Nocciola era così.
Forse era il momento di rispettarsi un po’, nonostante la volontà della capoccia.
Che la capoccia voleva con entusiasmo, ma il cuore era rimasto nel paese dell’amore. In mezzo all’acqua.
Provava a rianimarlo, ma non c’era niente da fare. Era annegato là. Era rimasto indietro. E forse andava rispettato.
Mi manchi frizzantino.
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