Ninni
Buon Natale, piccoletta
Filo su Ninni, l’uragano, le feste
Che poi, peggio di non avere un albero di Natale c’è una cosa, avere un albero di Natale fatto con amore che ogni anno qualcuno, non a caso, davanti ai tuoi occhi, con furia, distrugge.
Peggio di non avere una cosa è aspettarla, prepararsi, amarla e in pochi secondi davanti ai tuoi occhi, ti vien portata via.
Più triste dell’assenza c’è la mancanza.
Che poi, c’è qualcosa di più triste del non avere qualcosa: saperla, desiderarla, conoscerne le abitudini, i difetti, la ricchezza, la gioia, averla tra le mani e guardare, impotenti la sua distruzione.
Peggio di non fare qualcosa c’è che la puoi fare ma non è modo, nessuno ti vede, se ne importa, ti ascolta.
Il tornado quando arriva arriva, e non tutti hanno, hanno avuto i mezzi del nuovo millennio per capire, valutare, mettersi al riparo, chiudere velocemente le galline nel pollaio, al sicuro, serrare le finestre e far rincasare i tulipani.
Non tutti hanno la possibilità di disporre di adeguati macchinari per valutare la saturazione dell’aria e calcolare la velocità di avvicinamento delle masse di aria fredda e aria calda che prima o poi si avvilupperanno, collideranno, fonderanno e fino a che non raderanno al suolo tutto quel che nella loro corsa troveranno, un po’ come l’asino che non molla finché non sente l’osso, ecco che, non troveranno pace. Nè prima, nè dopo. Lasciando un deserto di macerie, tristezza, detriti e desolazione. Così ci si adatta. Si inventa. Si sopravvive.
E ti rialzi, una due, settanta, cinquecento volte e ancora una volta ancora. Ma come vale per tutti, anche per quelli chiamati eroi, restano le scorie. Le addolcirai, le lavorerai, le coccolerai come potrai, ma resteranno. Cicatrici segnaletiche, voragini e dirupi.
Ninni i macchinari non li aveva, eppure riusciva a captare l’arrivo della pioggia, il brivido dello spostamento delle masse di aria lo sentiva lungo la schiena, l’odore di tornado sulla bocca dello stomaco. Dentro, sulla pelle, sui capelli, sulle gote, sulle labbra rosse e sulle dita percepiva il pericolo molto prima che esso trovasse le sue scuse per irrompere in una mattina di sole.
La vita le aveva dato questa, non so, chiamiamola dote, condanna, da dove venisse non si sa così pungente e precisa, ma come ogni dote, difficile da usare per salvarsi la vita.
E Ninni restava. In qualche modo il suo restare, secondo lei, faceva la differenza. Doveva sistemare.
Come tutti gli esperti in materia la sua voce contava poco.
Nessuno si fidava, nessuno la ascoltava, raramente il suo mettersi di traverso veniva percepito salvifico, raramente riusciva a dividere le masse, creando quel vuoto interstiziale che potesse assorbire la violenza dell’impatto. Ninni comunque, si metteva in piedi coraggiosa, senza scudo e senza maglia, e attraverso una delle sue tante fantasmagorie, ci provava. Credeva di riuscirci, ad attutire il colpo. Lì per lì pareva mischiare i calori e le arie, facendo sì che il tornado si scagliasse su di lei. Che se si scagliava su di lei era meno grave, era più facile che non si trasformasse in terremoto.
Ma il suo progetto andava a buon fine un giorno no e l’altro anche.
Non si poteva prevedere. A detta del tornado ovviamente.
Ninni quindi faceva finta di non sapere come e perché tornado uragano nella sua corsa, ogni cosa, sentimenti, libri, vetri, scaffali, tutto quello che aveva un significato avrebbe distrutto, e Ninni era così, quel che il tornado distruggeva, lei dietro passava follettina, e sistemava.
Anche quando un mazzo di chiavi, quel mazzo di chiavi le filò tutta la pagina che stava studiando, sul leggìo del pianoforte, lei iniziò a pensare immediatamente cosa poter dire a C., perché non sospettasse niente.
Anche quando tornado uragano si scagliava sulle orecchie, sugli occhi, sulle valigie per finta, su quel che di più prezioso per Ninni esisteva.
Ma era così. Bisognava farselo andar bene. Uragano perché ti scagli su di me? Per favore, ti prego ho paura. Ma non importava la sua paura. Mai.
Felice.
Perché Ninni più di ogni altra cosa era bravissima a simulare e dissimulare, come Machiavelli. Alla materna, ai parenti serpenti, alle elementari, alla ginnastica, al pianoforte, al teatro, al cinema, all’editoria, alle medie, al solfeggio, ai passanti, ai concerti, alle mostre, alle gare, ai giornali, alle presentazioni, ai superiori, alle superiori. Alle superiori no. Lì, davanti alla dolcezza della C. solo per lei, crollava. Ma questa è un’altra storia, un’altra vita, un’altra gogna.
Dicevamo, Ninni era bravissima a fingere che andava tutto bene, ma non è che si impegnava, lei non immaginava di vivere in altro modo che non fosse quello. L’ammissione non era tra le sue fantasie. Sapeva voleva proteggere il tornado nella sua perfezione uragano lancinante e terrifico, e ancora oggi a ogni costo, fatica a lasciare la posizione salvifica.
Non c’era possibilità di svelare qualcosa che fosse il contrario di quel che raccontava, di quello che dimostrava che fosse. La prima la migliore la zitta la garbata composta regolare quadrata ricciolina,
bambino,
maschio.
Mancante invisibile insignificante.
Svelare in qualche modo qualcosa che facesse intuire l’altro lato della verità, non che il tornado da lei non passava mai, che uragano non faceva parte della sua vita, una vita tranquilla piena di tutto, mancante ed assente di ogni cosa. Non era previsto.
Ninni piccolo giullare: ballava, cantava recitava, sorrideva, appagava, correva, tuttofare qualsiasi cosa che portasse l’attenzione su altro che non fosse collisione.
Di più, sempre di più, la posta più alta, il prezzo sempre più alto. E lei c’era, Ninni non mancava mai al suo dovere, non ricambiato.
Non c’era tempo né luogo né momento in cui Ninni potesse pensare a un guscio, il suo guscio.
E andava bene così, non sapeva che ognuno avesse bisogno del proprio, di condividerlo, che da soli nessuno basta a se stesso, che il bisogno non è debolezza, che la richiesta di aiuto salva la vita, propria e di quegli altrui ciechi ed egoisti. Circhi.
Ninni era ninnina, troppo nnina, non se ne curava. Che ne sapeva. In fondo, le cose bisogna saperle per sentirne la mancanza.
E a lei non mancava, viveva per sistemare, per altro, per l’uragano, per domarlo. Stretto stretto nelle sue mani. Anche quando ogni anno si impegnava a fare l’albero e il presepe di Madre Patria, come in tutti i quadri normali, perché era di normalità che lei era mancante.
Ma non la normalità che non esiste, la sua: particolare concezione di normale.
C’è qualcosa di più triste di non avere mai avuto un Natale, è addobbare l’albero e vederlo per terra ogni anno. È stare nel quadro solo per i fogli del comune. È assistere agli uragani e farne parte. Non morire, e cercare di rattoppare le onde coi cerotti.
Spirando sempre meno aria, ogni giorno che muore.
C’è qualcosa di più triste di non avere il Natale. È farci i conti ogni giorno, sapendo che ciò che vorresti veder cambiare non cambierà mai. Se non per volontà non tua.
C’è qualcosa di più triste di un Natale in previsione chiusura totale, è non poter esserci, è la solitudine, è uragano: assistito, perpetrato.
È passare le feste comandate sul divano con una padella in mano, col manico salato, bagnato, a 10 gradi 4 strati, libri e calzettoni, ad ammirare, le coccole e gli addobbi dei nauseati. Provando a chiedersi dove sbagliava, e Ninni ci pensava, non trovando soluzione. Così è in lei che lo sbaglio, Ninni appiccicò.
La cosa triste non è non poter avere un Natale, è spegnere il telefono, che instagram si lamenta di aver mangiato troppo. Mentre il cuore, senza guscio lentamente muore.
Tenersi stretti è l’unico Natale che Ninni vuole e che le auguro e anche a voi, che sia ogni giorno, che sia una volta l’anno. Che sappia di candele di pandoro o di cannella, di albero, presepe. Qualsiasi sia per voi.
Un po’ in salute, un poco amàti. Col cuore rosso e un bacio sul naso. Senza uragani in cui morire. Mentre tutto quello in cui credi sta lì davanti a te.
Non è il Natale a mancare. Ma cosa ne fanno fanno gli umani, dei propri desideri e di quelli degli altri, del poco rispetto verso se stessi e gli altri, le persone che dicono di amare, del poco tempo che abbiamo a disposizione, dell’amore.
La cosa triste non è l’albero che manca, o quei mille pezzi di vetro rotti, con le mani, da raccogliere, ma chi ha permesso che il Natale si distruggesse nel silenzio e nelle grida, nel freddo e nel buio, ogni volta. E fare finta.
Ho visto Ninni vagare. L’aria era calma.
Aveva un guscio, lo teneva stretto con le mani di davanti. Come un cappello ma anche come un dorso. Aveva nelle mani di dietro un addobbo, lo ha visto da assemblare, si è fatta coraggio, lo ha preso e lo stava portando da te.
Ninni. Era così.
Era proprio una Ninni da guscio.
Più triste dell’assenza c’è la mancanza.
Che poi, c’è qualcosa di più triste del non avere qualcosa: saperla, desiderarla, conoscerne le abitudini, i difetti, la ricchezza, la gioia, averla tra le mani e guardare, impotenti la sua distruzione.
Peggio di non fare qualcosa c’è che la puoi fare ma non è modo, nessuno ti vede, se ne importa, ti ascolta.
Il tornado quando arriva arriva, e non tutti hanno, hanno avuto i mezzi del nuovo millennio per capire, valutare, mettersi al riparo, chiudere velocemente le galline nel pollaio, al sicuro, serrare le finestre e far rincasare i tulipani.
Non tutti hanno la possibilità di disporre di adeguati macchinari per valutare la saturazione dell’aria e calcolare la velocità di avvicinamento delle masse di aria fredda e aria calda che prima o poi si avvilupperanno, collideranno, fonderanno e fino a che non raderanno al suolo tutto quel che nella loro corsa troveranno, un po’ come l’asino che non molla finché non sente l’osso, ecco che, non troveranno pace. Nè prima, nè dopo. Lasciando un deserto di macerie, tristezza, detriti e desolazione. Così ci si adatta. Si inventa. Si sopravvive.
E ti rialzi, una due, settanta, cinquecento volte e ancora una volta ancora. Ma come vale per tutti, anche per quelli chiamati eroi, restano le scorie. Le addolcirai, le lavorerai, le coccolerai come potrai, ma resteranno. Cicatrici segnaletiche, voragini e dirupi.
Ninni i macchinari non li aveva, eppure riusciva a captare l’arrivo della pioggia, il brivido dello spostamento delle masse di aria lo sentiva lungo la schiena, l’odore di tornado sulla bocca dello stomaco. Dentro, sulla pelle, sui capelli, sulle gote, sulle labbra rosse e sulle dita percepiva il pericolo molto prima che esso trovasse le sue scuse per irrompere in una mattina di sole.
La vita le aveva dato questa, non so, chiamiamola dote, condanna, da dove venisse non si sa così pungente e precisa, ma come ogni dote, difficile da usare per salvarsi la vita.
E Ninni restava. In qualche modo il suo restare, secondo lei, faceva la differenza. Doveva sistemare.
Come tutti gli esperti in materia la sua voce contava poco.
Nessuno si fidava, nessuno la ascoltava, raramente il suo mettersi di traverso veniva percepito salvifico, raramente riusciva a dividere le masse, creando quel vuoto interstiziale che potesse assorbire la violenza dell’impatto. Ninni comunque, si metteva in piedi coraggiosa, senza scudo e senza maglia, e attraverso una delle sue tante fantasmagorie, ci provava. Credeva di riuscirci, ad attutire il colpo. Lì per lì pareva mischiare i calori e le arie, facendo sì che il tornado si scagliasse su di lei. Che se si scagliava su di lei era meno grave, era più facile che non si trasformasse in terremoto.
Ma il suo progetto andava a buon fine un giorno no e l’altro anche.
Non si poteva prevedere. A detta del tornado ovviamente.
Ninni quindi faceva finta di non sapere come e perché tornado uragano nella sua corsa, ogni cosa, sentimenti, libri, vetri, scaffali, tutto quello che aveva un significato avrebbe distrutto, e Ninni era così, quel che il tornado distruggeva, lei dietro passava follettina, e sistemava.
Anche quando un mazzo di chiavi, quel mazzo di chiavi le filò tutta la pagina che stava studiando, sul leggìo del pianoforte, lei iniziò a pensare immediatamente cosa poter dire a C., perché non sospettasse niente.
Anche quando tornado uragano si scagliava sulle orecchie, sugli occhi, sulle valigie per finta, su quel che di più prezioso per Ninni esisteva.
Ma era così. Bisognava farselo andar bene. Uragano perché ti scagli su di me? Per favore, ti prego ho paura. Ma non importava la sua paura. Mai.
Felice.
Perché Ninni più di ogni altra cosa era bravissima a simulare e dissimulare, come Machiavelli. Alla materna, ai parenti serpenti, alle elementari, alla ginnastica, al pianoforte, al teatro, al cinema, all’editoria, alle medie, al solfeggio, ai passanti, ai concerti, alle mostre, alle gare, ai giornali, alle presentazioni, ai superiori, alle superiori. Alle superiori no. Lì, davanti alla dolcezza della C. solo per lei, crollava. Ma questa è un’altra storia, un’altra vita, un’altra gogna.
Dicevamo, Ninni era bravissima a fingere che andava tutto bene, ma non è che si impegnava, lei non immaginava di vivere in altro modo che non fosse quello. L’ammissione non era tra le sue fantasie. Sapeva voleva proteggere il tornado nella sua perfezione uragano lancinante e terrifico, e ancora oggi a ogni costo, fatica a lasciare la posizione salvifica.
Non c’era possibilità di svelare qualcosa che fosse il contrario di quel che raccontava, di quello che dimostrava che fosse. La prima la migliore la zitta la garbata composta regolare quadrata ricciolina,
bambino,
maschio.
Mancante invisibile insignificante.
Svelare in qualche modo qualcosa che facesse intuire l’altro lato della verità, non che il tornado da lei non passava mai, che uragano non faceva parte della sua vita, una vita tranquilla piena di tutto, mancante ed assente di ogni cosa. Non era previsto.
Ninni piccolo giullare: ballava, cantava recitava, sorrideva, appagava, correva, tuttofare qualsiasi cosa che portasse l’attenzione su altro che non fosse collisione.
Di più, sempre di più, la posta più alta, il prezzo sempre più alto. E lei c’era, Ninni non mancava mai al suo dovere, non ricambiato.
Non c’era tempo né luogo né momento in cui Ninni potesse pensare a un guscio, il suo guscio.
E andava bene così, non sapeva che ognuno avesse bisogno del proprio, di condividerlo, che da soli nessuno basta a se stesso, che il bisogno non è debolezza, che la richiesta di aiuto salva la vita, propria e di quegli altrui ciechi ed egoisti. Circhi.
Ninni era ninnina, troppo nnina, non se ne curava. Che ne sapeva. In fondo, le cose bisogna saperle per sentirne la mancanza.
E a lei non mancava, viveva per sistemare, per altro, per l’uragano, per domarlo. Stretto stretto nelle sue mani. Anche quando ogni anno si impegnava a fare l’albero e il presepe di Madre Patria, come in tutti i quadri normali, perché era di normalità che lei era mancante.
Ma non la normalità che non esiste, la sua: particolare concezione di normale.
C’è qualcosa di più triste di non avere mai avuto un Natale, è addobbare l’albero e vederlo per terra ogni anno. È stare nel quadro solo per i fogli del comune. È assistere agli uragani e farne parte. Non morire, e cercare di rattoppare le onde coi cerotti.
Spirando sempre meno aria, ogni giorno che muore.
C’è qualcosa di più triste di non avere il Natale. È farci i conti ogni giorno, sapendo che ciò che vorresti veder cambiare non cambierà mai. Se non per volontà non tua.
C’è qualcosa di più triste di un Natale in previsione chiusura totale, è non poter esserci, è la solitudine, è uragano: assistito, perpetrato.
È passare le feste comandate sul divano con una padella in mano, col manico salato, bagnato, a 10 gradi 4 strati, libri e calzettoni, ad ammirare, le coccole e gli addobbi dei nauseati. Provando a chiedersi dove sbagliava, e Ninni ci pensava, non trovando soluzione. Così è in lei che lo sbaglio, Ninni appiccicò.
La cosa triste non è non poter avere un Natale, è spegnere il telefono, che instagram si lamenta di aver mangiato troppo. Mentre il cuore, senza guscio lentamente muore.
Tenersi stretti è l’unico Natale che Ninni vuole e che le auguro e anche a voi, che sia ogni giorno, che sia una volta l’anno. Che sappia di candele di pandoro o di cannella, di albero, presepe. Qualsiasi sia per voi.
Un po’ in salute, un poco amàti. Col cuore rosso e un bacio sul naso. Senza uragani in cui morire. Mentre tutto quello in cui credi sta lì davanti a te.
Non è il Natale a mancare. Ma cosa ne fanno fanno gli umani, dei propri desideri e di quelli degli altri, del poco rispetto verso se stessi e gli altri, le persone che dicono di amare, del poco tempo che abbiamo a disposizione, dell’amore.
La cosa triste non è l’albero che manca, o quei mille pezzi di vetro rotti, con le mani, da raccogliere, ma chi ha permesso che il Natale si distruggesse nel silenzio e nelle grida, nel freddo e nel buio, ogni volta. E fare finta.
Ho visto Ninni vagare. L’aria era calma.
Aveva un guscio, lo teneva stretto con le mani di davanti. Come un cappello ma anche come un dorso. Aveva nelle mani di dietro un addobbo, lo ha visto da assemblare, si è fatta coraggio, lo ha preso e lo stava portando da te.
Ninni. Era così.
Era proprio una Ninni da guscio.
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