Ci son buchi, ma non quelli buoni
Ci son vuoti e vuoti
Filo su buchi e occhi
Ci sono buchi. Ancora troppi buchi. Forse più simili a voragini che a buchi.
Non basta tentare di far emergere in ogni modo possibile la verità, bisogna appellarsi alla fortuna, sperare di fare buoni incontri, credere nella giustizia, scambiare col sole, a ogni tramonto, le forze rimaste, e chiederne alla luna ancora qualcuna, e da ogni alba attingere l’aria per mettere insieme, nei fagotti sotto agli occhi, tutte le forze – rimaste – per combattere, in quel silenzio assordante, le pagine di niente, combattere contro il senso comune, l’omertosa pacchia, lottare l’ignoranza, resistere alle battute, agli insulti, alle prese in giro, agli ammiccamenti, ai no. Ai perché. Resistere ai perché. Tritati consunti conati stracciati.
Perché.
Non è sufficiente dover ripetere una infinità di volte ogni dettaglio, dall’inizio alla fine, e poi dalla fine all’inizio, e in mezzo, e poi di lato e di nuovo, ricomincia il teatrino, e metterci le mani, ferite nel sale, carne cruda, lancinante, in sangue, non è sufficiente. Bisogna difendersi dagli attacchi, dai suoi, dai loro e mettere insieme altre forze per portare avanti tutti i doveri del caso, ogni volta diversi, ogni volta reiterati, bui e pesanti, per arginare altre bugie, per difendersi dalle cattiverie e da altre menzogne, è necessario farsi forza insieme al coraggio, per non perdere di vista l’obiettivo, e tornare a lavorarci.
Doppio lavoro, doppio calvario. Doppio non senso doppio l’inganno. La beffa, lo schifo, il dolore. Sorrido.
Sorridi.
Ho le occhiaie.
Sei bella lo stesso, me lo metto il correttore ma non basta, ho le borse.
Ma non basta già a monte?
Evidentemente ancora no. No.
Perché ci sono buchi voragini e burroni.
Ed è chiaro che il classico conato del chi te lo fa fare, eco domandato dal pubblico negli anni nei mesi nei giorni, col giudizio della follia della folla, te lo chiedi, in qualche modo, anche tu.
Ma non ce la fai a fartela davvero, quella tremenda domanda, vuota meschina e vigliacca, non ce la fai. Non ti passa per la mente, nonostante di forze non ne abbia, da tempo, ugualmente.
Ma non si può. Perché la dignità vale più di un calvario. Più di coltelli e fucili gratuiti. Più dei giudizi.
Oltre le sentenze. E le male opinioni.
E allora devi avere una testa pensante e un cuore forte, in quella solitudine, uno stomaco che non regge mai tutto quello che deve inghiottire, e inventarti risorse, trovare risorse, risorse, e ancora risorse, ma da dove le trovi? non lo sai. Non te lo chiedi più da tempo, ormai.
Raccontare, scrivere, correggere, attestare, far emergere, difendersi, far emergere attestare correggere, scrivere, raccontare, difendersi, e ancora una volta, riprovarci.
Perché.
Perché si richiede ancora così tanto?
Perché viene richiesto ancora così tanto da una parte, da una sola e unica parte, proprio a quella parte che deve fare affidamento alla fortuna, per sentirsi ascoltata, considerata, perché doversi mostrare, dover dimostrare, e fare dieci volte la fatica che non dovrebbe fare? almeno non da lei. Non da quella e unica parte.
Perché difendersi, molto spesso, fa più male che cercare di far emergere quella dannata, maledetta e unica verità, che è sola, lì, limpida e pura nelle mani. Le tue.
Nelle mani di tutti, in realtà, ma sconvolta in nome di qualcosa a cui non saprai rispondere mai.
Perché.
Ci sono troppi buchi, forse più simili a voragini che a buchi, forse burroni.
Da cui più di una volta vorresti buttare tutto, ogni cosa, te compresa. Ma la coerenza non te lo permette, sebbene debba sperare che escano conigli sempre nuovi dal cappello perché nessuno si permetta di metterti all’angolo, se da quel burrone oltre le cose, butti anche quell’unica parte di te che è sempre stata lì a non mollare mai, ti chiedi, se non ci sei, come potrai migliorare la vita di chi arriverà dopo di te.
C’è sempre chi è pronto a buttartici ogni giorno, folla di chi verità sconvolge. Non serve lo faccia anche tu.
Non serve. Sei coraggiosa. Il tuo cuore stanco è coraggioso, i tuoi occhi lo sono.
Il viso segnato e il corpo usurato lo sono.
Quei buchi li riempio di fiori. Ogni giorno, di girasoli.
Quelle voragini di miele e di sorrisi i burroni, li riempio di castagne i dirupi, li riempio di giustizia e di ragione.
Finalmente mai più spazio ad alcuna altra opinione.
Strapiombi, di gelso svestiti, cascate cosparse di more, per anni costrette a spogliarsi su pietre buie e dure, a maturare senza tregua, senza ragione, senza calore e inventare di sana pianta, di notte e di giorno, l’amore. E mai la compagnia di un solo raggio di sole.
Filo su buchi. Ancora troppi. E non quelli buoni
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