Andalusia
Una volta che vedi, non puoi far finta di niente
Filo su andalusia. ha una nuova chiave,
di prospettiva
Andalusia ha una chiave, ha una nuova chiave da aggiungere al suo mazzo. Una chiave per il suo mazzo che Andalusia chiama “di prospettiva”.
Andalusia ci aveva messo tanto, secondo la sua percezione, opinabile, a sbucciarsi una questione fondamentale della vita. Della sua, vita.
Una nuova chiave, di quelle di prospettiva.
Aveva finalmente iniziato a pensare che poteva prendere in considerazione una cosa strana, difficile da maneggiare, ma estremamente vitale, una discriminante speciale. Spartiacque. Un’eresia, lei direbbe. Di quelle impensabili. Improponibili. Demoniache.
Di quelle su cui aveva lavorato intorno, sbattendo il muso e le ginocchia sul bordo, per anni.
Un insulto alla sua croce. Ribellione. Delusione, alla sua personale schiavitù. Alle persone, a quelle persone. Una nuova chiave di s-volta. Di prospettiva appunto. In realtà aveva iniziato da un pezzo. Ma ogni volta che faceva un passo verso la chiave e se ne accorgeva, doveva per forza farsela pagare e tornare indietro. Anche se indietro, di fatto, non tornava mai.
Una chiave che non sai come è fatta, non hai una figura di riferimento, né un libretto di istruzioni, ma sai che c’è, e sai che la stai cercando.
Quella che non molti hanno la voglia di trovare, conoscere, e imparare a proprie spese a riconoscere, quella che, quando arriva, non ti rendi conto che arriva perché non hai bisogno di dirtelo, la stai già usando, è già diventata atto. Allora sai che l’inconscio, sveglio, più sveglio di te, ha lavorato bene. Ne era valsa e ne stava valendo la pena.
Andalusia l’aveva sempre paragonata a una scoperta.
È come la nascita della prospettiva.
Una volta che hai conosciuto la prospettiva, la tridimensionalità, come fai a vivere ancora nel bidimensionale, facendo finta di niente? Tappandoti gli occhi con pelo e sottopelo?
Si certo, te la puoi raccontare. Come si fa di solito. Ma prima o poi dovrai farci i conti.
Dopo Alberti, Della Francesca, Da Vinci, Brunelleschi, nulla fu più uguale a prima, non fu l’invenzione di un giorno, ma il risultato di un processo durato oltre due secoli, al quale contribuirono filosofi, artisti e scienziati.
Anche per Andalusia quella chiave era una chiave così, di prospettiva, sola ma non da sola, perché il suo era un mazzo, dolorante e bellissimo, di prospettiva.
Aveva capito che poteva dar filo da torcere alla colpa e farle una grande guerra, di quelle sue, accanto al suo nemico preferito: il desiderio, con un nuovo arco e nuove frecce. Quelle del non mi va.
Il no. Il non. Il non mi va. Il non voglio.
Il non mi va di fare. Il non mi va di stare. Il non mi va di dire. Il non mi va di andare. Il non mi va di essere.
Il non mi rende serena. Il non mi fa stare bene.
Il no. Il non. Il non mi va. Il non voglio.
Una vera rivoluzione, una sovversione, a smacco di una vita vissuta sotto un velo spesso e unto di doveri e prese di cura senza domanda, doveri alienanti, pretesi, doveri dovere dovevi doveri. Dov’eri? Ecco. Dov’eri? Non c’eri. Andalusia non c’era. Non c’era mai stata. Era stata troppo brava a fare la brava bambina bellina bambolina, calmina semplice educata invisibile.
Andalusia si scusa, scusate. Si inchina. Sì, scusate se esisto. Se parlo se dico se adiro se sbuffo se sputo se rifiuto se cambio se monto se smonto se strappo se cucio. Ristrappo e ricucio. Sì, scusa scusate se esisto. Se vivo.
Andalusia brava bambina bellina bambolina silenziosa diplomatica saggia e responsabile protettrice di patina da copertina. Predetta. Prediletta. Bugiarda di una vita perfetta. Era ancora troppo brava a fare la sua parte. Affezionata. Schiavetta. Schiava.
E no. Andalusia stava scoprendo una gran discriminante, il no. Andalusia brava bambina bellina bambolina stava scoprendo il no. E che poteva prendere la misura delle cose in modo diverso, più difficile dell’automatismo che conosceva a memoria, senz’altro. Ma vitale.
Smettere di rendere conto al mondo. A sé. Al mostro. Al fantasma. A loro. Usare il non voglio come nuova bussola di vita.
Secondo quel che non le va.
Per Andalusia brava bambina bellina bambolina era impossibile pensare qualcosa che si avvicinasse alla dissidenza di un si deve, di un è giusto, di un corretto per tutti e non per lei.
Nella vita, la sua religione imponeva, senza chiedere, di fare, tutto, per il bene di tutti. E del tutto, il suo tutto. Fine. Non ti va? Problemi tuoi, te lo fai andare comunque. Implicito. Comando. Esecuzione. Felicità comunitaria. Appagamento. Comando. Esplicito. Rimprovero. Delusione. Ripetere.
Ma a cosa? Per chi? Per la vita di chi?
Mentre la tua passa, per i devi degli altri.
Incredibile, si sorprese Andalusia si può anche decidere una cosa secondo il proprio volere.
Quello che spinge nella mente nella pancia e nella gola nell’istinto nell’inconscio nella ragione, che insieme smettono di urlare e concordano,
non mi va a me non va. Le ragioni?
A chi bisogna dirle? Riverirle. Constatarle. Spiegarle? Ma ancora?
Che importa se il mondo non comprende. Se gli altri non comprendono. Ma poi, perché dovrebbero comprendere? Ma che ce ne facciamo della comprensione? L’hai cercata una vita, e mai è arrivata. Risultato? Tempo buttato. I felici son rimasti infelici. I malati son peggiorati e tu, vabbè. La storia parla da sé.
Ma lasciali, tutti, al loro giudizio inutile. I loro consigli e le loro opinioni non richieste. Fallita? Ma meglio, che lo pensino. Finalmente si mettono l’anima in pace.
E possiamo festeggiare.
La tua storia non la conoscono mica, Andalusia. Non la conosce nessuno. Nessuno.
Eh ..ma le persone, ma la gente, poi la vita, le domande..
Eh ma niente.
Era davanti alla rivoluzione di una vita.
La sua scommessa.
Deludili. Deluditi. Deludili tutti, Andalusia. E vivi.
Come pare a te.
È finita l’era di proteggerli, di stare appresso alle loro vite al loro giudizio e alle loro psicosi. Prendi coraggio. E molla.
Questa è la tua vita Andalusia. Mi pare sufficiente il tempo passato a viverla per gli altri. Nei tempi degli altri, nelle rivendicazioni degli altri, nei si deve degli altri e negli è bene degli altri, in ogni consunto perché si fa così.
Non fartela rovinare da nessuno, la tua vita preziosa Andalusia, non permetterglielo. Soprattutto da te stessa, in nome di quel circo. Questo, quello, l’altro, e quell’altro ancora. Lo so che sono tanti Andalusia, e ci vuole uno stomaco di acciaio per fronteggiarli e digerire. Digerirli forse mai.
Ma non metterci anche del tuo.
Mi pare abbastanza, che ne abbonda per l’universo intero.
E se non mi va? Posso davvero scegliere di no e non sentirmi uno schifo?
Provaci.
Le altre Storie
L' Associazione
Ci segui?
Scrivici!
© Storie di Lana - APS, C.F. 92180030907
La totalità delle Storie scritte all'interno di questo spazio web sono di proprietà di Anastassia Caterina Angioi, in quanto autrice delle stesse.
È vietata qualsiasi utilizzazione, totale o parziale, dei contenuti inseriti nel presente portale, ivi inclusa la riproduzione, rielaborazione, diffusione o distribuzione dei contenuti stessi, senza previa autorizzazione scritta dell'autrice.


