Resurrezione II
Racconti a scaglie
parte seconda
[…].. Ma che ne vale la pena, perchè ne vale la pena, nonostante tutto.
E allora sì, più che mai uno sport di grandissimo successo. Occasione, fallimento, quello bello. Che chi attraversa, sa cosa
significa.
Marzo 1941. Sponda ovest, Lago Onega: è agli sgoccioli la dura e
straziante guerra russo-finnica nella tanto contesa Karelja, ed è in un
deserto di neve e sangue, che luccicano gli occhi coraggiosi di una
ragazzina.
Respira, ancora. Ed è un ancora importante, che fa da confine tra la vita e la
morte, tra il buio e una speranza che non conosce tregua, un ancora che sa
tanto di un sono qui tenace, un sono ancora qui e mi ci aggrappo, alla vita,
con tutte le forze che ho.
La vita. Quella appesa a un filo ma che ha ancora tanto da dare.
Con i suoi
tredici inverni, quella ragazzina, ha ancora tanto da dire.
Gravemente ferita ma ancora viva, è stata appena liberata dall’esercito russo: lei è la piccola Anastasija Mihalavna Terenteva, deportata ai lavori forzati in una Finlandia filotedesca. Nella sua pelle è già scritta la storia, la dura realtà di una forza ineguagliabile, racchiusa in corpicino così minuto ma con così tante risorse che non pare possibile esistere davvero.
Gonne lunghe, zaino in spalla, luce negli occhi e amore per il prossimo. Immensità
concentrata in un metro e cinquanta di donna che tanto assomiglia a una piccola Madre Teresa. Ma è per la Patria, è per l’inverno. È la Russia, e bisogna sopravvivere. Non c’è tempo per essere piccoli. La guerra è finita e bisogna lavorare. Disinnescare mine dal sottosuolo è ciò che l’occuperà per anni, con folle coraggio. Per ogni caduta l’instancabile forza di risollevarsi,
con altrettanta energia, quando l’energia è l’ultima cosa che ci si può permettere.
E nel buio, di paripasso, come si lavora, un lumicino si fa strada: lo sport.
Non c’era tempo per dire non ho tempo, non c’era tempo per dire ho troppo da studiare, non c’era tempo per lamentarsi, per dire sono stanca, non c’era tempo per restare a guardare: lo sport è quella vita che ti rende resistente alla stessa vita. Lo sport è la tua cultura, il tuo sangue, costruisce le tue ossa, ti rende migliore.
Non puoi essere mediocre, la vita non te lo permette. E allora lo sci nelle distese di neve, e il pattinaggio, e il cross.
Fibre e nervi.
É proprio lui, lo sport, che spesso, oggi come allora è capace di salvarla, la vita.
Nel ’49 nasce il suo primo figlio, Volodia Bulatkin, tre anni dopo viene alla
luce Oleg Bulatkin, e da Petrozavòdsk si scappa, si scappa da un marito
tiranno, per più di 1200 chilometri di disperazione e speranza. Fino a
Minsk. È qui che Anastasija si ferma e mai come allora inizia ad occuparsi
incessantemente di chiunque le capiti attorno, donando ogni attimo della sua vita, dal primo all’ultimo respiro, ai ragazzi, all’attività sportiva. E ancora al lavoro, alla Patria, ai valori, la vita. Racchiude attorno a sè una
cerchia di giovani in quel cosiddetto Sport Club in cui studio, disciplina, rigore e pratica sportiva sono all’ordine del giorno. Si coltiva insieme ogni attività tradizionale dell’epoca, dalla corsa alla canoa, dall’atletica al
sollevamento pesi e ancora, le discipline invernali, ovunque ci fosse possibilità e se questa non c’era, la si inventava, nel vero senso della parola.
Il suo amore per il prossimo, la passione e l’impegno estremo la portano a
essere una grande donna nell’educazione dei ragazzi, attraverso un sapere così attento, in un contesto di così profonda carestia, più che di talento non si poteva parlare. Come in guerra, nella vita: plurimedagliata alla pratica
sportiva e al valor civile dalle più alte cariche del regime comunista, Asja non smette di vivere nel sacrificio e nell’assoluta povertà in campagna, con la difficoltà di crescere da sola due figli, gli orfani di molti altri, e cercare
per chiunque un pasto, all’alba per trattarre al mercato il prezzo più basso. E poi la vita, e poi il gelo. Niente è mai riuscita a fermarla. Lei non voleva.. […].
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