Un posto nel mondo III
Racconti a scaglie
terza parte. fine
Muro invisibile verso il mondo, voce unica di un altro generalizzato, consacrando se stessa alla propria negazione, alla distruzione del suo io a vantaggio di quel me eretto dal giudizio esterno, in nome del non-valore umano. Assuefando se stessa all’idea di essere incapace anche solo ad esistere, a quella dipendenza, economica e psicologica, insita nell’ossessiva subordinazione all’alterità coniugale, lungi da qualcosa definibile come amore.
Lena si ingabbia nelle vesti di una Elena sconosciuta anche a se stessa, portabandiera di un’ ipocrisia benestante, dissimulatrice del va tutto bene, noi stiamo tutti bene, marginale alle dinamiche familiari se non in maniera passiva, capovolgendo, in un meccanismo complesso di colpa e diniego, un equilibrio di ruoli mai esistiti, in una casa piena di tutto ma assente di famiglia, comunicazione, condivisione e calore umano. Tremendamente fragile e incapace ad amare, lui.
Tremendamente fragile e spettro di lui, lei.
L’umiliazione e il peso dello scherno degli altri, quel rifare le scuole in Italia, per un lavoro da non trovare mai.
Elena che cerca lavoro, Elena che non lo cerca più.
Voi venite a rubarci in casa, si sente dire ancora, ma noi in casa vogliamo italiani. Per pulire i cessi ci vuole un curriculum Lei che ama il prossimo, i malati, gli anziani. Ma a lei il termine badante non piace. Lo trova offensivo.
Lei ama badare, non per ripiego, per scelta. Prendersi cura, per vocazione. Elena non è mai riuscita a socializzare con nessuno.
Cresce per qualche anno col suocero e la figlia, nata da una gravidanza di recriminazioni, in una bolla campestre di fiori di pesco e lattughe, gatti e tartarughe.
I primi sei incapace, sei niente, non vali niente volano in casa, appena arrivata, a vent’anni. A trenta diventano certezze, urla e vetri rotti. A trentacinque perdita di dignità, paralisi, passività, assenza. A trentanove qualcosa si rompe per sempre.
Dopo il tentativo di suicidio del marito, la figlia, ormai diciannovenne, satura di quel teatro, lascia per sempre la casa. Elena resta, capirà quella solitudine solo poi, giovandone, quando, a quarantatre anni il peso di quella vita diventa il coraggio di inviare una lettera di separazione.
Elena si è accorta in quattro anni dall’assenza della figlia, che può farcela anche da sola. Sperimentando una vera e propria emancipazione. Sa che può crescere e diventare grande, aprirsi al mondo e andare a prendersi ciò che le spetta., si è ricordata il suo nome e ora è a un passo dal trovare un lavoro.
Quanto grande fosse la ricchezza che lei ha occultato dentro per anni, non l’ha mai accettata nessuno. Facendo di chiunque tante Cristina, dal pediatra, che le proibì di trasmettere alla figlia la sua cultura.
Avrebbe confuso la sua identità e il suo processo cognitivo
E lei ascoltò. Negando le sue radici.
E la bambina così, finì per vergognarsi per anni di quelle origini. Di essere così diversa. Uno stigma, sin dal nome, che alle feste non ci stava sul nastro che mettevano sul petto, la sofferenza di spiegare i dodici anni di differenza tra i genitori.
Crescendo però, è diventata più russa di quanto non ne sia consapevole la madre. Nei modi e nel pensiero, nella lingua. Operazione sincretica culturale sardo-russa di seconda generazione riuscita, nonostante tutto.
Nel momento in cui Lena, ha smesso di essere ha lasciato che la figlia fosse. Che fosse tutto, tranne ciò che era, figlia. Trasmettendole il peso di ogni non sei capace e la spettralità di dover piacere senza amarsi mai. Lena è l’esempio di come l’integrazione fallisca nell’indifferenza sociale e nelle mura domestiche. Nell’odio, nella violenza celata da sorrisi. Nella paura, nel non ascolto.
Lena la vita, faro di tutti. Lena una vita, mai per se stessa.
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