Cenere II

racconti a scaglie
seconda parte

..voglio, lo sai, ma non posso non riesco non voglio, mani rugose, grezze e tarchiate, non sono capace. Potrei, te lo dico, mi credi, ma sai, io in realtà non voglio provare.

Non preoccuparti, questi semini, se poi ti dimentichi ci sarò io.

Era sbagliato, ora ch’è tardi, lo so, tentarla così. E impari che piante e bambini lo sentono forte se ami o non vuoi, passavano i giorni e paziente innaffiavo, di lacrime e dolci, li coccolavo, gli raccontavo del sole al mattino col giallo e col verde appena spuntato.

Non era un più caso se poi fosse livido.

Due fiori neri.

Con quanta cura che m’hai rimboccato, avessi saputo avrei respirato più forte l’ultima notte, avrei salutato la mamma e il gatto in cucina, avrei arrestato da sola il mio cuore con il fuoco del camino.

Lenzuola di sotto celavano il nero, il segno del blu, la riga del viola, vergogna sottesa, lacrime unte, colpa asciugata dalle preghiere, vita strappata poi soffocata.

Hai anche cantato la nostra canzone ma al tuo rimorso non gli bastava.

M’hai tagliato il melone non masticavo, hai ricordato la storia dei nostri bambini, hai steso il tuo corpo un po’ accanto al mio, pregavi che cosa, io non capivo. Che ho fatto che ho fatto, io sono pazzo.

Amavo che mi guardassi dormire, poi mi svegliavo, tu disperato, io consolavo d’amore adulato, odiavo le scuse, sfinita.

Un ultimo bacio, hai spento la luce. Lasciandomi sola.

Occhio di bue, ora vai in scena. Buona fortuna attore mancato.

Eppure non sai che in tasca ti ho accompagnato, vegliarti coprirti dal freddo, dalle parole, dal gelo d’inverno, dall’afa d’estate. Passato pungente, presente insperato.

Sempre con me, Signora Paura, acre e meschina.

C’erano tutti. Fanfare e parole non le volevo, i fiori, le cure nemmeno. Che me ne faccio di belle parole? voglio che vita ritorni e in mano un Amore.

Sembrare felici, siamo felici, infiocchettati, dorati e ammirati, cammina e poi sfila, la coppia perfetta, scruta e ripensa, agisce e non pensa, scaglia sicura parole inventate non cura se stessa, ammala la vita, folle di chiesa, folla felice, non vede non sente non vuole capire.

Folla che sa, non sa che si sa, è poco sano sapere. Fa strano, sapere.

Speranza di sempre. Cos’è questo sempre, qual è il tuo per sempre? Sei e non sei, cos’è esattamente che sei? e sai che lo sanno, ma è strano, fa strano sapere. Manto di pelle non bianca, bruciata da grida, pezzi di muro, lacrime e mani, carezze di spigoli e baci di tavoli, sedie levate da tanta magia, sedili e finestre, portiere impazzite…

Colpa, tentazione, provocante ribellione.

Sei venuto anche tu, eppure non ti volevo. Eppure ti ho scelto. E poi ti ho riscelto. Avevi bisogno di me. Come i semini, che vanno ascoltati, capiti, accuditi. E io? ce la faccio, ancora una volta. Resisterò, aspetterò e spererò, sopra la soglia in basalto di casa, fottuta la soglia oltre il dolore.

Socchiusa la porta mandate al portone, una sigilla donna Speranza, una soffoca figlia la Gioia, l’ultima nega nipote l’Amore.

Non ti ricordi? erano loro, che al numero tre balzava il mio cuore, rumore di chiavi che aprivano il giorno, nascosta nel letto in braccio di corsa a giocar con la sabbia, la spesa, la lista, non cucinare, che di contorno mangiamo le grida.

Ah, com’è strano. Tutto è più calmo. O almeno è così che ti sembra.

M’addormentai che ancora ero al caldo, ho sempre più freddo, perchè ho così freddo? mi sento gelare, dai piedi alle labbra, capelli, le mani.

Poi ho sentito bussare, e poi un colpo forte, niente mandate, chi mi è venuto a trovare? mi venivi a svegliare.

Invece non c’eri. Luci e sirene, erano in tanti, ero impaurita, folla gremita, gridava. Ma cosa si urlava?

Poi ho sentito che sei arrivato, ero contenta. Via quella calca. Che ci faceva, cosa si urlava? uscire a scaldarmi con te coi pinoli, latte con miele e torte al limone.

Ma non mi hai sorriso. Non non mi hai protetto, non mi hai preteso, riconosciuto, non mi hai voluto, tra tutti quegli occhi, le nostre speranze storpiate da voci volgari.

Forse, ho pensato, è solo un momento, è carnevale se avevi la maschera bianca, ma niente occhi blu, nè le tue labbra.

La gente sgualciva le nostre lenzuola. Io non capivo, ma non m’ importava, era te che cercavo.

Troppe le maschere per potermi scrutare, allora ho pensato, lasciali stare, resto così, certa saresti tornato

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