Mandorla III
Racconti a scaglie
terza parte. fine
.. non era questo, di certo lo sai, l’eterno sì al nostro agognato, pietroso e fiorito, ora gelido altare.
Ecco la fine che ha fatto il mio amore.
Ripetono in coro leggero cantare, le ombre di sera, nel bosco, la vita? vivila tu, polverosa, in soffitta. Hai messo una lapide sulla mia croce, non una due volte, infinite altre volte.
Le foglie d’inverno coprono il cuore, cantano in coro nenia d’amore, in cielo e per terra, freddate dal sole.
Sussurano in coro.
Sei come granito sbattuto, forgiato affranto dal vento.
Sei come un urlo lanciato e disperso su onde di mare, voce roca grattata di schiuma. Sei come il Maestro che spira nel cuore, noncurante si insinua tra costole rotte, contuse, recluse, gabbia di nausea e speranza e respiro, ma quando respiro? Mai che ti possa fermare, come aria ribelle non intendi aspettare, aspetta, ti prego, mi vuoi ascoltare? Ti avvolge, ti spazza, scompiglia, ti spiazza, non si sa fermare, tra giovani falchi e vele spiegate, le rotte, le sere passate a scappare, restare, aspettare, la pazienza arrivassi, i danni che fai, la voglia di averti, volerti, ora tu vuoi salpare, e io di salpare che penso, lo sai.
Ai rami aggrappati, il barbagianni ha occhi sparuti, spaventa l’abbaglio è pericolo è danno, in macchina, vedere la luce, stringi più forte, vedermi fa male. Stai lì noncurante a spirare, non ti sai fermare, sospiri arrogante tra i giovani falchi le vele spiegate, le rotte, le sere passate a scappare, restare, affoghi i tuoi fischi tra sughero antico.
Sei come elicriso, odori di casa, camino e castagne, olive recise da quelle tue lame, poggiate e poi perse, ricordi da piccola di damigiane.
Sei stanca di tutto, di chi tutto il tempo ti guarda, di chi poi ne parla, riparla, ne sparla, forse ti spezza, non sai che se resta poi ti rimpiazza, non sai che se resta, sai che si vanta, va via, il rimorso, ricorda, s’incanta. S’incanta di te che sai d’arte, pittrice di sogni, profonda bellezza, nasci groviglio, ma tu sei di coccio cocciuta e di cieco, non sai quanto profonda tu sei, ch’esiste groviglio da togliere il fiato, di rara confusa, sensibile apnea, a te che sei tanto, sei altro, sei molto di più, che sabbia mondana da posa e riposa in foto da viaggio, bianca e accecante, bionda truccata su tacchi specchiati, sorridi, sprezzante, rifletti il demonio nascosto in quel viso, che mentre ti giri si scioglie, frantuma, nel petto gelato e rigagnoli in viso. Doni vita a carcasse che riposano al sole, spiri vita per altri, acre di menta, d’acqua si lava, non leva il peccato di vita più libera.
Sai di lentischio nascosto tra braccia di roccia che canta, e anche se stanca, è tenace, ti fermi e pazienti, se aspetti, non sai che se ascolti in silenzio, t’incanta.
Sei come ginestra che nasce laddove vita non c’è, fiore di gioia entusiasmo di giallo sorriso che a ogni costo vuol vivere, e forte vivrà, anche se ancora lei non lo sa, dalla cenere risorgerà, e con lei anche tu coi raggi e le spine scalderai le ferite, e pungi maldestra, ginestra, da sola ti salverai, risorgerai.
Sai di mistero, magnetica donna di baco da seta, mani e tappeti, veli preziosi, soffitte di pietra, fredde parole, filo, filanda, ricamo. Di corbula è intrecciato il tuo cuore, adornato di cura, rispetto e passione, grande, profondo, insondabile amore, dolore.
Sai di mandorle amare e dolci susine, di filastrocche e poesie, di pascolo e funghi, di pietre lanciate dal pianto, disperato destino. Riaffiorano lacrime al mare, di notte, al mattino. Di onore e lealtà è il sangue che scorre in ogni tua vena, radure di muschio, rossore di tronco di rovere nuda, toccato l’orgoglio, macchiato l’onore. E no, non lo puoi provocare, neanche provare a smussare d’amore. Parole laconiche sulla tua bocca, di sguardo riempito di rabbia e di sale, di amore non detto, sputato da tempo. Resta il rimorso, insabbiato dal vento.
Sai di iperico e mirto, di volpe.
Macchiano il cuore le more di gelso, nuvole bimbe su asparagi fitti, pungono, pungono ricordi di mare, lenze, rumore di fuoco, la terra, di brulle colline su cui sprofondare. Sai di ricotta e zucchero caldo, marmellata noci e pistacchi, di legni, le rughe, le mani che hai. Sai di licheni e barche poggiate nel petto, legate assopite e lasciate annegare sul mare nascosto alle spalle di un monte, che soffre in silenzio, cade improvviso senza avvisare, senza guardare, sul maestoso mare.
Tu sei come lei, terra di solchi e sogni rubati, forse è il tuo viso.
Sei contraddizione, fascino e volto contrito. Racconti di sera, le barbe già bianche, i rospi, l’upupa, i canti, la luna, dov’è ora il tuo Dio? Sei pena, sei truce, sei dolce speranza.
D’orgoglio ti nutri, ti svegli col sole, cuore di riccio, antri di fate, col sole rinasci, di neve patisci. Strega leggenda, fiaba, racconta.
Sparisci, ritorni, vivi, rinneghi, rivivi e poi muori, sorgi, e risorgi da terra infernale, paradiso prezioso di anime salve, anime rotte, indurite dal giorno, testarde e buie di lucciole e notte, anime immense, immerse nel duro travaglio dall’alba alla notte, occhi avvolgenti, violenti, lucenti, rugati, rugosi di tempra preziosa.
Anime fragili, assenza d’amore.
Sei come granito, che aiuto non chiede, né sa di averne bisogno.
Sbattuta, forgiata, affranta dal vento.
Profumi di vita, respira, sei vento.
Mandorla è nata su un ramo, sbocciata in un giorno di alba, su un ramo tra i rami. Mandorla vive dipinta, muore col sole, le nuvole gli occhi, le dita intrecciate, fai attenzione al ramo di more, sta lì accanto a te, ancora sognante, ancora ti guarda, ancora i tuoi occhi, ancora non so, forse sbagliando, lei si commuove.
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