Mandorla II
Racconti a scaglie
seconda parte
.. vita in aperta campagna, tenace di vita violenta, cuore dolce a dispetto.
Mandorla è figlia del gelo e del primo sole, della fretta d’amarsi e poi non trovarsi. Di sogni schiacciati e affogati, di sguardi rimessi e provocati, di mele acerbe e corse insabbiate sul mare.
Mandorla è nata piccina, improvvisa, dal giorno alla notte, alba di quella stagione un po’ timida, acerba, ancora bocciolo, che quando ti alzi al mattino il volto s’è tinto di bianco, pizzica il naso e i petali pare ancora di aver a che fare con la campagna di manto di neve invernale.
Mandorla è nata piccina di quella stagione ancor fiore, sul ramo che volge sul melograno, accanto alla coda del gatto arancione.
Mandorla è bimba già grande, regge fili, sui rami, di scorci silenti, mondi antichi. Ha pozzi neri e profondi un po’ sopra le gote, guarda e nasconde, tiene stretta segreti. Non ha neanche il guscio, verde felpato, delle mandorle acerbe, gliel’hanno rubato, è per ciò che è rimasto il suo candido cuore troppo esposto alle piogge e alle unghie del gatto arancione.
Mandorla è giovane donna che ha lasciato quel cuore cresciuto e graffiato appeso a una gola, una tenebra corda, grido furente, silente, di un raggio rubato a un agosto di sole. Ramo scavato, segnato, che prima le aveva donato il suo dove. E se ora vai lì e sai ben cercare, in un giorno d’estate lo puoi ancora trovare, tra le foglie e il rumore del sole, scordato, lasciato, avvolto da un manto di pianto, quel pezzo di cuore, graffiato dal gatto arancione.
Mandorla ha colto i suoi ricci, i suoi cocci, le pietre, le lacrime, gli occhi.
Ne ha costruito dei ponti, lontano dai fili, i misteri, dai graffi insistenti, i silenzi gelati, le corse sbattute, le lunghe giornate a voler non capirsi, e poter poi mentirsi, le parole pesanti i silenzi pesati, mani al cielo imploranti, le grida, gli sbagli.
È andata lontano, e ti sta più vicino.
Di quell’acre sapore Mandorla ne ha mescolato di miele e d’amore, pasta cotta di sogni e speranza, ne ha fatto tondi amaretti, croccanti e un poco imperfetti, ma così buoni, di quelli per te, a sorpresa, a Natale a raccontar storie. Ti voglio un gran bene, attorno al basalto, la soglia, il ginepro, il camino, accanto, fa caldo, è di polline e miele che sai.
Mandorla è donna segnata, s’è fatta da sola, tutta d’un pezzo, la vedi che cuce, delicata ricama, ogni giorno il suo cuore. Una lacrima, un punto, un sorriso, una croce.
Mandorla dentro è ancora piccina, si fida anche troppo, come i bimbi nei giorni di epifania. Un giorno è cascata.
L’ha travolta, strappata il Maestro, una due volte, infinite sul muso, la crosta, la schiena, sul guscio, un refuso. Vento Maestro, vento ribelle, furente furioso, tornare, scusarsi, implorare, gridare, per l’ultima, l’ unica volta, amare.
Mandorla è donna che ha sciolto con lacrime matassa di spine intrecciate con resina e rami, struggendo il silenzio di chi ti seduce spira ti avvolge, ti ama e poi strappa finchè non si stanca, forse, non so se si stanca, ti stanchi? Io ora, tu quando, domani? Aveva provato a farsi cullare da un sapore nuovo, carezze a nordovest, andava al mare coglieva conchiglie, amava le gite, le bisce, i sorrisi, ammirare i colori da dentro le biglie.
Speranza di bimbi. È colpa, la sua, se l’è andata a cercare. Pazza, puttana d’affetto, d’amore, invenzione.
Mandorla è donna che ha vinto, lontano dall’ovest, dentro di sè, la triste battaglia. Ha in volto un disegno nascosto, conosce quel circo e ciò che ha domato, chi l’ha sfamata, la lotta, la vita, miracolo a cui si è aggrappata.
Dei giochi, le beghe, i maghi, regine, sirene, le streghe, Mandorla non sa più che farne, c’è il vero che resta da solo, poggiato, assonnato, nessuno lo vede, poco ci crede, sta scritto su umide foglie ormai gialle. Tutti che notano nessuno che vede, chissà chi le crede, eppure sia entrambi, che tutti, lo sanno, è scritto, riscritto, ritrito, sputato, rivolto e negato.
Ma è lì, lì per chi vuole vedere, che resta poggiato, e non cambia.
Mandorla ha vinto la vita per sè, per lei e per me, l’ha vinta per te, sussurra pian piano su un nuovo ramo, vede schiuma del mare lontano, parla col monte, sforna castagne, la culla è vicina, proprio sul ramo, nè graffi, nè soffi, nè fili, nè corde, paura contrita di giovane morte, non una due volte, infinite sul muso, la crosta, la schiena, sul guscio, refuso.
Ora è la brezza a sfiorare i suoi fianchi, non il Maestrale a giocar con le ombre, le rose, l’amore, cos’è se non un tuo bacio in un giorno di sole?
Ho rivisto un mattino il tuo livido come, che picchia, che batte, che sbatte le porte, spaventa anche i baffi strappati dal muso del gatto arancione.
Hai messo una lapide sulla mia croce, non una due volte, infinite e più volte.
Che ti rimane?
I ragni, l’orgoglio, le mani rivolte. Una giacca dimessa, le scarpe, camicia.
Usi sempre la stessa. Le tue insulse grida ora son io che silenzio di notte.
Prepari le ombre, buon viso al tuo gioco, le maschere bianche, senza espressione, le ami le bruci, le adori le odi. Ridi poi piangi, teatro, la gloria, ma ancora dipingi il tuo volto? che noia. Inzuppi le arance in un latte straziato, fai tu colazione, sei così attento a tessere gerbere, la mia ultima unzione. Oggi, domani, o mai cosa importa, il prezzo ormai è stato pagato. Mi porti abbracciata al velo col gatto, zuppa di gente, sorrido da sola, non ho più quel guscio cucito da me, sono uno scrigno di legno, scelto da te. E ora non piangere latte d’arance, occhi pesanti di lacrime amare, sai meglio di me che potevi ascoltare, fermarti, amare, amarti, lottare. Che ti rimane? ..
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