10 a Crocchetta
A ognuno il suo agonismo
Filo su crocchetta e lode
Finalmente per Crocchetta la scuola era finita. Non ne poteva più.
Ma già dalle medie, lei, non c’era più. Avanti di tenacia, abitudine, scellerato non basta, agonismo. Rinchiusa nel suo bozzolo di scherno e di terrore. Giudizio, invidia, panico, terrorismo. Finalmente una bella croce.
Ansia, depressione. Che accade, lacrime amare. Il panico da matematica. Educata a sentirsi una fallita dalle grida, lei scriveva, scriveva in ogni lingua.
Il suo mondo protetto e pieno di frastuono. I numeri per lei non raccontavano una storia, un suono come le parole.
Uscì dalla gabbia delle superiori col voto più alto in matematica, e uno tra i più bassi al tema italiano. Quello sul dono. La presidente esterna, sin dal titolo, disse, non so, non abbiamo capito che significa: “Dono a te, una parte di me.”
Scrisse una tesina di 258 pagine, col terrore di stare al computer perchè il computer era l’unico tappa urla del luogo, ci mise una settimana, anche se ci lavorava da una vita. Vita, premonitrice di un bel suicidio, quelle pagine sulla bellezza che nasce dal dolore.
La lessero in due. Ma fuori di lì ne stampò 20 copie.
Una carriera piena di 10, madaglie, oneri e pochi onori, di studio non richiesto da enciclopedie e libri universitari, biblioteche, siti nascosti, di notti insonni, di calli e di digiuni, di pianti. Di parole e ancora pianti.
Il sapere non le bastava, mai. Non le bastò, mai. Anche se non so quanto lei c’entrasse davvero. A lei piaceva stare nella natura a leggere, nei circoli di studio per stare con gli altri, i suoi pulcini, compagni di viaggio, ripetenti, tristi, molto tristi, ultimi, salvagenti. Amava, per vedere che qualcuno scopriva, di gioia mai sentita tra i maledetti banchi. Che magari l’Ariosto lo avrebbero ricordato tra le onde del mare, le caramelle, le serate. Diede, senza che nessuno lo sapesse, che mai nessuno se ne accorgesse. Crocchetta, per loro, e con loro, era felice. Studiava per tutti, e non le faceva fatica. Si divertiva.
Poi tornava nel suo buio.
Si bruciò talmente tanto che Crocchetta si sentiva addosso tre lauree, due master, e vent’anni di lavoro sulle spalle,non ne volle più sapere di esami, classifiche e premi. Li odiava. La facevano impazzire.
Lei non si sentiva in grado di fare niente, di essere niente di niente. Che senso avevano valanghe di numeri con lodi? Mai ascoltati sentiti, capiti, accettati, goduti? Niente. Da quel momento, dopo tentativi di restare nel meccanismo soffocante dell’università, dopo una decina di esami scappò via.
Preferì studiare, tutta la vita.
Crocchetta era da secondi e ultimi posti, era da lato umano, da menzione speciale, da premio della critica, da empatia, emozione, comprensione, era amata e odiata da chi gli altri pensavano che fosse, l’un per cento di quel che sapeva, pensava, chi davvero Crocchetta era.
A lei non importava che patacca al petto portava. Non le interessava.
Dava tutto, di grazia e amore, in tutto quel che faceva. Moltissimi la consideravano un’ipocrita, sin da piccina, e lei non capiva, la stampa, i giornalisti, quel dannato e giudicante, ignorante esterno a lei, a cui lei credeva molto, e di cui portava ogni fardello. Se solo qualcuno le avesse chiesto qualcosa con le orecchie tese dell’ascolto, avrebbe forse inteso che non tutti erano nati per un primo posto, per una lode, per sentirsi lodati e imbrodati, per svettare su un podio, per quel tipo esatto di soddisfazione che loro chiedevano. Alcuni, sin da piccoli protendevano come rampicanti non a un podio ma a un’emozione, a un sentire di gratitudine, alla grazia di esserci, di trasmettere col sorriso qualcosa, alla vista felice di chi hanno attorno. E non per questo inutili o peggiori del podio degli altri.
Ma Crocchetta era ingorda, non riusciva, voleva stare a modo suo nella soddisfazione degli altri, nel meccanismo sbagliato per lei. Incapibile per gli altri.
Si disperava per quei non-primi-posti per un solo motivo, il senso di colpa, era quello a farla morire. Sapeva che all’Altro non sarebbe bastato, servito. La colpa la mangiava, quella patacca a lei serviva per tenerlo buono, quell’Altro richiedente, opprimente, per farlo felice, per gratificarlo. A lei bastava la grazia di sentir parlare del suo gesto come quello più studiato, il più equilibrato, il più amato, occhio profondo, puntava a quel prezioso mi hai emozionato, mi hai colpito, non ti ho dimenticato.
Alle parole scritte di cuore, precise nei contenuti fino all’ultima riga, ma che toccavano una parte di cuore diversa dalla prestazione.
Era quello per lei il 10, la laurea, l’olimpiade, la lode più bella.
A nessuno intorno pareva mai bastare. Forse perché nessuno si era mai fermato ad ascoltare. Nemmeno i suoi genitori. Che un 10 non bastava, si capiva dall’indifferenza, dal muso duro e lungo. Dal silenzio. Non servivano parole. Perché quando arrivavano, quelle parole, allora era meglio tacere.
Una grande atleta molto nota al pubblico un giorno le disse, si vede che non sei proprio un’agonista.
Ci soffrì per anni per quella frase, Crocchetta, senza capirla, che lì rispose timidamente io lo sono, ma a modo mio. Oggi ci aggiungerebbe, sono fiera di esserlo per quel che per me significa agonismo, probabilmente lontano dal tuo, ma non per questo significa che il mio sia per forza sbagliato. Ed era vero, non era una agonista, in fondo lei aveva ragione, era solo umana. Una bambina.
5 non sei abbastanza, 2 la feccia della società, 10 tappeto rosso, che intelligente, vorrei stare al tuo posto. Qualcosa in tutto questo, si diceva Crocchetta, non va. Qualcosa mi sfugge, e mi fa schifo, qualcosa non torna in questa corsa spasmodica ai bollini del supermercato. Sin da piccini, marchiati, come le uova, se vai bene sei 10 se vai male sei 4. E molti, con quel marchio sul viso ci vivono ci campano ci litigano si uccidono. Ma questo che c’entra con la vita? Si chiedeva melanconica Crocchetta. Niente, ma anche tutto. Un po’ di studio non fa male a nessuno, sentiva. Lo studio fa bene, apre la mente e anche lei ne conveniva, ma qualcosa ancora le sfuggiva. In base a una prestazione sei qualcuno, così come un giorno, mai più, nessuno. Meccanismo ben oleato, consumistico e consumato. Lo diventi e lo cancelli, quel qualcuno, ma chi? aspettativa, brillantina, non ritorno. C’è qualcosa di altamente sopravvalutato, Crocchetta non ne conveniva. Era circondata da un intorno da accettare, che si ingolfava su un soffocante e nauseante, ma talmente perdurante meccanismo di concentrazione al bollino prestativo, che l’umanità pareva fondarsi solo lì.
Coscienza, sapienza, conoscenza, attitudine, entusiasmo, gioia, soddisfazione, lealtà, intelligenza, classifica, paragone, schianto. Tutto un gran marasma, minestrone in confusione. E la cosa triste è che in tutto ciò non è lo studio il talento l’attitudine ad essere gratificati, ascoltati, amati, ma la scorza di cui li abbiamo da sempre costernati.
Grazie Crocchetta.
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