Anais, è settimina
Donna e pensante
Filo su Anais. che è settimina
I boccoli le cullavano i fianchi, gli occhi grandi sapevano parlare la lingua degli alberi e delle cose dimenticate, la movenza delle mani affusolate tessevano tappeti, una lunghissima storia da raccontare, i fili, la lana.
Beveva tè alla rosa Anais, coi suoi cani fedeli e sinceri come alcun uomo era riuscito a essere con lei mai, mentre i gatti, gelosi e pieni di premura, chiedevano attenzioni, si riposavano sul lembo destro della sua lunga e morbida gonna a pieghe ferite, fiorite, la gonna delle battaglie, tra i ricordi e le malinconie di ogni baffo e sulle gote, le cicatrici, il graffio.
Aveva un cuore di marzapane e fibra di diamante Anais, sanguinava. Leggeva tormenti, i poeti inglesi. Disinfettava, con more nere sopravvissute al gelo, susine viola e nespole arancioni, un corpo stanco e stremato, nonostante la sua giovane età,
ma che pareva prestato, dicevano, dalle giornate di primavera di nuvole e sole di una fata: avevi paura a toccarla, a parlarle, pareva una piccola bambola, sveglia e sapiente, arguta e coraggiosa, ancora più piccina della reale età che aveva. Sembrava inesperta, di vita acerba, voce calma e pacata, ogni giorno una nuova stella veniva a trovarla per farsi baciare dalle sue labbra, dalle sue gambe sottili e dalle rientranze di quelle spalle ossute.
Pareva, Anais, tutta pareva, a tutti pareva.
Bimba senza età, nessuno riusciva a capire cos’era, chi era, cosa voleva, se giovane o vecchia, se ninfa o fata turchina, una strega.
Ma la sua luce, d’ossimoro e pistacchi si cibava, quel che non potevi immaginare lei lo incarnava, come se avesse combattuto più di una guerra, come se qualcosa di molto ingombrante e pesante le avesse preso per anni il cuore e di cemento strizzato, e lei avesse sopravvissuto, e poi ancora di nuovo tre quattro e cinque sedici volte cuore e di cemento strizzato, e lei avesse ancora sopravvissuto, per tutti, a smacco.
Di dolore indicibile erano tinte le sue folte ciglia, e le rughe mature e sagge venivano a galla come le più dolci delle onde sulla seta, sbattute dal sole e dalla grandine degli inverni più ignobili e freddi, parlavano di inconscio e di miele, di vita e pulsione di morte. Orsetti. Fragole. Peonie.
Una libellula, un gioco antico di chiaroscuro definiva i suoi confini, che quando si adagiavano sul grano sparivano, confusi alla terra, fino a formare un manto dorato che sapeva di pane.
Peccato. Peccante.
La strega della valle, lei che curava le anime e i corpi stanchi, con le parole, con baci lunghi e braccia altrettanto, dita piene d’amore, di carezze e desideri dolci, sereni. Colori, ed erbe aromatiche.
Anais, voce di donna che sapeva stare. Restare. Parlare. E dunque, peccare.
La stronza, la rompiballe, la ribelle, la pazza, la manipolatrice di uomini. La strega. Del villaggio, di ogni villaggio, la matta.
La donna che non avresti voluto trovarti davanti mai, che di magnetismo, squame, sirene e scialli ricamati, reggeva lo sguardo, il tuo sguardo, l’inciampo, lo scherno, il dolore. Lo sdegno, ripugno di ingiusto e disaccordo. C’era, restava, stava, smontava, non scappava.
Lucida.
Sposa.
Dea.
Pazza.
Strega.
Anais creatura pensante, donna passionante, appassionante.
Fare l’amore con lei era farsi di lei, del corpo poesia, vortice, cantico amaro. Orgasmo cerebrale. Succo di antico, ancestrale.
Pelle di porpora, cenere e pesca, desideri sempre nuovi e poco docili, la carne, amore sinuoso e di quello senza parole e dalla razione insondabile, romantico, sentire le sue pieghe, la schiena, gocce cucite sull’inguine il sudore. L’olimpo del non dire, gode di omissione del chiedersi da dove, Anais dimmi chi da dove, chi sei, qual è il tuo mondo, ma da quale tempo viene la tua pelle i tuoi occhi, il tuo seno, il rispetto, la storia che porti sul collo.
Il bisogno continuo di metterla da qualche parte, di capire, capire, sapere razionale, sconvolgente mistero, le sue mani le sue gambe, la necessità di darle un posto per non sentirsi minori, persi, peggiori, l’esigenza di darle un nome, uno scomparro, una chiara collocazione, come l’etichetta alle marmellate.
Tu bambina bambolina fata turchina, tu dea dell’amore più intimo e voglioso, tu selvaggio delicato ingombro. Chi sei tu creatura che sconvolge ogni mio desiderio d’amore non volgare. Progetto di vita lungimirante.
E poi il nulla del diniego, la caduta.
Travisare sentimento, io che cosa ho fatto? Ma che cosa vuol che vi dica Anais, la strega matta.
Risentimento, orgoglio inarrestabile, furia dolorante di uomini spezzati impazziti deliranti frustrati dalla propria immagine riflessa su una piccola creatura, sposa dea madre, antica raffinata, scomoda e pensante bellezza.
Anais l’indecifrabile, spora delicata, volto raffinato di luna ancora nera, raggio grezzo, di nuvole in orbita, cosparsa di polvere, Anais le stelle, la venere. Bianca. Ribelle.
Nessuno la prendeva per quella che era, una donna, semplice, una umana, una creatura imperfetta.
Anais sull’altare, e trita poco dopo, da bocche affilate, del borgo, il villaggio, il capezzale.
Scomoda irritante provocante, nella mente e nelle vesti i suoi seni, ciliegie da succhiare, pelle bianca, il rosso, il viola del latte. Anais, parlava. Metteva a nudo la tua anima.
Non si faceva abbindolare da vecchi fantasmi, troppa l’esperienza troppa la carne gettata in pasto alla fiducia degli uomini, ai loro capricci alle loro offese sciacquate di colpa e lamenti, Anais peccava di rigida costituzione, educazione, di verità.
Non conosceva un mondo che non implicasse verità.
Anais atto rivoluzionario di dire nella più pericolosa delle fragilità, io parlo, io vedo, ho visto, io so, la verità.
A costo di morire.
Anais la straniera, la docile la dolce la fragile e perduta, accolta dal paese in pompamagna, tappeti e banchetti, risorsa e assuefazione, salvezza del borgo, popolo chiuso, conosce un bel giorno vita diversa, sorella, sorriso e occhio fiero.
E poi, assestamento. Miraggio falso e tetro dei buon viso.
E poi, ma cosa farne. L’assoluto, mortificante merceologico di anime.
Chi è costei che ha cibato i nostri figli ha sconvolto di energia emancipata le nostre madri, chi è questa belva che si ribella la belva la pazza la matta l’ubriaca, Anais come si è permessa a non sottostare alle leggi, buon costume, del silente pentimento. Donna infernale Anais è scomoda spina ma che ne facciamo, dove la mettiamo, non è donna, non è santa, non è normale, quella è stregata.
Bruciata va bruciata, paese accorrete borgo petizione accorrete, si dimena ci dilania, vattene lontano, ma vattene, via via, larva bestiale che sei, Anais, preda fugace di una vita, la nostra, perfetta, equilibrio. Ingrata, lei che ha macchiato la nostra dignità. E tu ce l’hai sbucciata, abrasa, malmenata, violentata.
Borgo accorrete va bruciata va spezzata, il demonio, la giostra e trascinata verso il lago, ma prima da una corda va impiccata, da grida esasperate di chi nel suo letto di amore e fiducia di parole si appagava, si aggrappava, consumava le sue fate le sue righe le sue dita le sue gambe. È lei, è lei la matta.
Il boia vestito di sale e di catrame arrivò davanti casa, i suoi cani i suoi gatti, aspettavano con lei. Mano per mano, fiori di bosco, da segare, i suoi capelli.
Silenziosa, mai scomposta, Donna.
Alla gogna alla gogna, il borgo replicava, chi è costei? la matta. Finalmente il demonio se ne va da questa terra sconvolta, soffocata.
Bruciata va bruciata.
Anais, ripeteva liturgia consumata per due volte, il boia, nella calca, cosa desideravi fare nella vita?
La mamma. Nella vita, fare la mamma.
Il prezzo del parlato. I miei figli non nati so che conoscono il coraggio.
Si dice che le donne scomode finiscano tutte nello stesso luogo, un luogo di pace e fiori bianchi, e che le loro anime desideranti si incarnino ciclicamente in alcune bambine appena nate, al loro primo pianto. Le riconosci subito, hanno già, negli occhi inondati, una storia da raccontare, di girandole e spine, molte di loro sono settimine.
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