Uscire dalla bara mentre gli altri muoiono è la colpa più grande che hai, ed è vero la hai. Lanciata, urlata, inscenata, data, presa sposata, con tutte le scarpe.
Fiorire d’inverno mentre attorno il gelo annienta le ossa è la colpa. È vero, la hai.
Colpa è venir fuori con la tua identità personale, sapendo che hai sempre tenuto quella dell’Altro cosicché non si trovasse senza, te la tengo io, di modo che ogni giorno ti ci riveda, ti ci rispecchi, parli la tua voce, la tua lingua, le tue parole, e tu non possa trovarti smarrito, te la tengo io, di modo che non senta quel vuoto di cui hai terrore.
Faccio io per te.
Rido per te. Piango per te. Vivo per te. Cerco per te. Placo per te. Risolvo per te. Non voglio che mi rimanga niente, io ce la faccio. A me non interessa, importi tu e il tuo perché sulla terra, che senza quello, moriresti. Tu artefice della mia vita, deus ex machina, sono la tua identità.
Uno, tre, nove, quindici, diciannove.
A volte, metteva un occhietto fuori dalla bara, un ciuccio, un sandaletto, poi shh non farti vedere troppo, stai in silenzio, che ti si vede, tornava dentro lesta lesta, non si sa mai. Poi un giorno un piede, una ciocca. Ti piace questo taglio? Diceva, provando a scorgere un’espressione che non fosse contrita, in diversi e ancora diversi modi ancora, perché fosse orgoglioso di lei, perché qualcuno si sentisse felice di lei, con lei, grazie a lei.
Ma mettevano sempre il muso, le grida, le colpe. Quella colpa così dura, e così chiusa, invalidante, ora aveva un nome.
Si chiamava identità.
Delusione. Ho deluso un’altra volta, sono uscita troppo dalle linee in cui mi hanno messo, in cui era bene stare, in cui non dare fastidio ed essere impeccabile è l’olio perché il meccanismo funzioni, se non tengo questa posizione crolla tutto, e tutto così è stato. Torno dentro. Subito. Non valgo niente fuori dalla bara. Scusa.
Taglia quella ciocca. Sei orribile.
Una gamba. Un seno.
Un seno? Come un seno? Che è un seno. Io non lo avevo previsto. Non lo avevo messo in conto.
Un chiodo, ah, lo fisso qui, devo cercare di toglierlo questo seno, perché questo seno non mi piace, non è contemplato nella mia identità.
Poi un azzardo, dalla bara uscirono due gambe, il busto e una mano, una vagina.
Una che? Una vagina? Tu? Ma che scherziamo.
Fila dentro e non farti più vedere. La bara te l’ho costruita io, la maniglia, non è permesso lamentarsi, parlare, tanto lo sai, se lo fai che accade, son fatto così, basta, fai quello che ti dico, non fare domande, fallo e basta, se ci sei è grazie a me, il lavoro che hai è grazie a me, il velluto della bara è grazie a me, ho fatto sacrifici per questo legno. Non ho mai smesso di forgiarla, questa bara. Non ho mai preso ferie, per te.
Guarda com’è bella.
Eppure, un giorno, l’identità uscì, uscì in tutta la sua grandezza da quella bara, nonostante ci avesse provato, per tempo, a mettere fuori più di un piede, i tentativi di capolino non tennero più, il mondo la reclamava.
Egli il baratro lo vide, non ho un senso, si uccise. E lei con lui, incapace di parlare, volere, difendersi, la seguì.
Identità come Persona invece uscì tutta e scappò via col male, le minacce il dolore che nessuno conobbe mai.
Ciocche, unghie, vagina, gambe, fianchi, occhi compresi. Lasciare la bara non fu immediato né facile.
Se la sentì per anni, ancora addosso. Giudicante e pretenziosa di specchio. Passarono gli anni. La bara restava comunque una cosa attaccata. Ma si sgretolava. Poté constatare, proprio come le era stato rinfacciato, in effetti, era stata fatta veramente bene.
Lei che lo seguì, un giorno, vedendo Identità come Persona uscire dalla bara, risorse, ma si mise addosso qualcosa più simile alla pezza che attacco del sintomo, scegliendo una morte tutta sua, più edulcorata rispetto alla precedente, spacciata per vita.
Bel passo avanti, non la stessa di certo, ma pur sempre morte, spacciata per vita. Venti, ventidue, venticinque.
Parassitò. E Identità come Persona accolse. Accolse, come sempre, risolse, salvò. Identità non sua.
Ma ovviamente, niente cambiò.
Si fece di nuovo trascinare nella bara, quella che molti anni prima aveva abbandonato.
Identità come Persona lasciò andare quella piccola, forte, sua identità personale che aveva coltivato faticosamente, punendosi negli anni, per appagare nuovamente identità dell’Altro richiedete. Impossibilitato ad avere la sua.
Bara. Ancora una volta.
E di nuovo litania antica: Colpa è venir fuori con la tua dentità personale, sapendo che hai sempre tenuto quella dell’altro cosicché non si trovasse senza, te la tengo io, di modo che ogni giorno ti ci riveda, ti ci rispecchi, parli la tua voce, la tua lingua, le tue parole, e tu non possa trovarti smarrita, te la tengo io, di modo che non senta quel vuoto di cui hai terrore.
Faccio io per te.
Rido per te. Piango per te. Vivo per te. Placo per te. Cerco per te. Risolvo per te. Io ce la faccio. Non voglio che mi rimanga niente, a me non interessa, importi tu e il tuo perché sulla terra, che senza quello, moriresti. Tu artefice della mia vita, sono la tua identità.
Identità come Persona, si stava lasciando morire di nuovo.
Lei allora ricominciò noncurante la sua edulcorata morte, parassitò, riproponendo come e dove trovava spazio la litania.
Era così facile che in Identità come Persona ancora attecchisse quel diabolico delirare: quel non essere vista, richiedere e salvare, non sapeva dire di no a quelle pretese, accusanti di abbandono.
Così senza indugio si lasciava trascinare sul precipizio del burrone per lasciarsi andare a ciò a cui era abituata: cadere tutti insieme, pronta a immolarsi. Di nuovo a mani strette nell’incapacità identitaria altrui. Tappando il loro vuoto insoddisfacente, col furto della sua.
Un mattino freddo e senza sole, Identità come Persona, pelle e ossa, si svegliò.