Nel labirinto

Sole, sale e abbandono
Filo su frittata di asparagi selvatici

Ero rimasta dentro il labirinto per centinaia di lune calanti, fino a diventare alga scivolosa, parte connivente del tutto.

Era buio e stretto, non mangiavo e non bevevo che sassolini e acqua piovana. Mi facevo trasportare dalle urla esterne alle pareti dei muri altissimi dentro i quali mi sentivo rinchiusa da tempo, dentro un girone non scelto. Non vedevo niente, mi fidavo di tutti, alla cieca. Camminavo, crollavo, camminavo e crollavo in continuazione. I muretti che costruivo per cercare di vedere oltre le pareti si sbriciolavano sistematicamente, ogni sera, in sabbia. Ogni giorno, tutti i giorni. L’umidità teneva il mio corpo sempre al freddo, eppure stavo attenta a riscaldare chi mi camminava accanto, indirizzavo i pochi raggi di sole che penetravano le pareti verso chi ne aveva più bisogno di me. Abbracciavo i malcapitati che si aggrappavano alla mia maglietta con insistenza, cercando di ascoltare i loro bisogni e le loro fantasie, fino a che non mi spogliai di forza, sogni e di vestiti. Del tutto.
Un giorno mi accasciai, non ne potei più.
Un lungo sonno finalmente mi portò con sé. Non so dirvi quanto tempo passò, ma fu tanto e lungo. Non fu un sonno ristoratore, ero costretta a combattere continuamente contr grossi serpenti velenosi e discutere con persone disumane, percorrere valli piene di mostri e montagne disegnate da ombre spaventose.
Un mattino di rabbia e di lacrime un muso umido mi svegliò improvvisamente tra i cespugli di una radura.
Attorno a me del morbido mi cingeva le ossa e non ero più così bagnata. Il labirinto aveva preso una forma mai vista, c’erano curve larghe, e spazio per respirare. Ero in una zona luminosa e senza urla, capii presto di essere stata portata nella tana di un cane selvatico. Selvatici entrambi, diventammo amici per la pelle.
E il labirinto, giorno per giorno, divenne la mia casa. Insieme a lui iniziai a prendermi cura del mio sorriso. Saltavamo insieme nei campi e cercavamo le erbe più buone per il branco. Mi avevano salvato la vita regalandomi una tana, un filo invisibile a tutti tranne che a noi, e una coperta morbida. Un giaciglio da cui andare via e in cui tornare. È questa la legge dei labirinti, abbandonarsi senza abbandono.
Con la pelle ancora piena di paura e crateri di dolore sul viso, legammo il nostro filo infinito al mio piccolo polso con un giro stretto alla sua coda, così che, se uno dei due avesse avuto bisogno avrebbe tirato il filo senza paura di disturbare, con la promessa che l’altro sarebbe arrivato senza esitazione. A camminare nel labirinto mi sentivo al sicuro. La mia coperta dai mille colori mi dava forza e coraggio. Avevo imparato a stare lontano dai tristi, dalle lusinghe e le lagne dei malcapitati, dalle pretese e le urla che potevano percepire solo le mie orecchie. Mi procurai subito dei tappi di cotone e di mirtillo.
Tutti i tristi che mi passavano davanti orgogliosi tiravano con forza la mia coperta calda, in cambio, a detta loro, della libertà. Ma io non mi facevo convincere. Dicevano di sapere dove fosse l’uscita del labirinto e pretendevano di salvarmi dal branco dei cani selvatici. Ma loro non erano preoccupati per davvero e io ormai non ero più così certa che conoscessero la soluzione al rompicapo, così come non ero più certa di voler lasciare nelle loro mani la mia vita. Non potevano accettare che fossi io a non volere. Chiedevo loro di lasciarmi libera di camminare al caldo con la mia coperta, da sola, verso la mia uscita. Con i miei tempi e i miei perché. Io non ero sola, ero solo felice.
Era tutto verde e un poco giallo attorno a me, o forse il contrario, ma fa lo stesso, mi sono fermata qualche minuto ho fatto una frittata di asparagi selvatici che ti piace tanto.
Te ne ho preso anche un mazzolino extra da portare in tana.
Ho visto che hai apparecchiato con i tovaglioli rosa che mi piacciono tanto. Tiro, grazie, arrivo.

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