Finnick
Se s’adira, allora guariva
Filo su Finn, che c’ha le sciabatte dorate ed è felice di andarsene lontano
Da una famiglia così mortifera, cosa volevi ne uscisse fuori? Dicono al suo passaggio, dal balcone, guardando la piazzetta.
Siamo chi ci ha cresciuto. Affermano in piazzetta. Non vai lontano.
Ne esce fuori che se ti ribelli, ti salvi e non c’assomigli. Non esiste il segnato, finché ancora respiri. Oggi hai respirato?
Siamo chi ci ha cresciuto. Affermano in piazzetta. Non vai lontano.
Ne esce fuori che se ti ribelli, ti salvi e non c’assomigli. Non esiste il segnato, finché ancora respiri. Oggi hai respirato?
Finn era un tipetto.
Un tipetto musetto molto autonomo, uno col berretto che sapeva il fatto suo.
Uno che si toglieva di dosso le cose. Tipo d’essere stato il più bravo in storia e matematica, il primo al catechismo, l’ultimo ad andare via il giorno della mondezza, ogni due domeniche del mese, al circolo degli scrittori. La lasagna al pesto era la migliore che potesse fare alle sue fidanzate e se agli aperitivi, indimenticabili, sfornava la sfoglia al rosmarino, a detta dei suoi amici più cari, dovevi disdire tutto, non potevi mancare. Sebbene fosse tanto solo la maggior parte del tempo, gli piacevano le feste e le grandi mangiate di pizza davanti alle serie tv, quelle scaricate male da internet. Che poi passavi più tempo a chiudere finestre porno, pubblicità ingannevoli su come dimagrire dormendo sui ceci, all’insegna dei virus, ogni volta che si voleva immergere nella sua storia preferita. Le persone lo stancavano. Era molto stancante per Fin avere a che fare con le persone. E allora si ascoltava in questa stanchezza. Così si riposava.
Aspettando qualche incontro in cui poter essere semplicemente rilassato.
Una vita serena, fatta di piccoli piaceri preziosi e grande motivazione nel sopravvivere. Che diventava sempre di più, vivere. Tra i fiori di novembre del quartiere. Ma Finn non era sempre stato così attento a stare il meno peggio possibile, comprarsi le visiere più belle e crearsi il suo recinto di bene. No, non poteva. Stava sempre ad ascoltare gli altri.
Ancora adesso l’impegno quotidiano non lasciava molte energie a fine giornata, però, un po’ di gelato qui, una passeggiata là, un’insalata di cipolle, una domenica sul divano sotto la copertina lavata in lavatrice, Finn se la viveva alla grande ammorbidendo gli spigoli che i suoi antenati, presenti e passati, gli avevano lasciato. Per meglio dire, lanciato. Alcuni sepolti, altri belli attivi nel rinfrescargli ogni giorno il senso di morte.
E Finnick allora si doveva ribellare di più d’ogni giorno, in quei giorni più acuti. Pronto, col naso alto, per non crederci e ricordarsi di non essere d’accordo. E non cascarci. Poteva sembrare che il suo atteggiamento fosse fastidioso e spiacevole, per gli altri, ma pazienza, Finn, se ci riusciva era una grande vittoria. C’è chi la rabbia la deve allontanare e arginare, chi imparare a sentirla, ascoltarla e mostrarla, per vivere, per imparare. Come Finn, alla Finn maniera.
Per certi animali viene naturale, ribellarsi alla morte, altri, con la testa piena di mondezza, si devono impegnare di più, ma il sintomo che rassicura sempre è solo uno: l’intolleranza, l’irritazione, la dissidenza a cose non Finniche, a certi atteggiamenti radicati e consueti, l’adirarsi, insomma, se Finnick s’arrabbiava era guarito.
Era la vita che si disgustava.
La carezza che stava andando bene.
La prova che il suo duro lavoro stava mostrando piccoli e gustosi i suoi frutti.
Qualsiasi sensazione di fastidio alla rassegnazione al dolore, alla pulsione di vittimismo, morte, stagnanza, soffocamento, tossicismo e pesantezza, era respiro, quando da lontano percepiva godimento altrui del proprio macerare ecco che Finn, se s’allontanava, se si spostava, se troncava, se faceva la sfoglia alla crema piuttosto che stare ad ascoltare per capire meglio come chi voleva bene si organizzava a morire, se disobbediva e si adirava agli svariati “è così, che cosa posso farci” se gli veniva l’eritema e se ne andava, allora era un buon segno, che dico, un buonissimo smacco alla sua storia. Alla sua genetica. Significava che era sempre più sulla strada della vita. Che allora stava guarendo.
Che poteva continuare a odiare il sapore della zucca e preferire le zucchine fritte.
Aveva le sciabatte dorate ed era felice.
Così se ne andava altrove in gran stile.
Fa il suo sogno ora, il barista al bancone del bar all’angolo. L’avrete sicuramente visto sfornare i cornetti. Sempre col musetto alla vaniglia. Lontano dalla morte.
A ogni Finn che legge, che ha avuto e ha ancora attorno a sé esempi di morte: se non ti torna, se ti adiri, se ti scosti, sei vivo. Sei altro. Sei un buon segno d’amore.
Contro la subordinazione, la sottomissione al dolore insegnato da chi hai sempre amato, accetta che si ingegnino a raccontarsela così bene ancora, non puoi fare niente, lasciali andare, ai Finn in lettura ci sentiamo di dire a gran voce: resta insofferente, resta incompatibile e volta le spalle camminando, dorato, al contrario. Non farti fregare. Vai lontano. Spezza. Ascoltati. Finn adorato.
Un tipetto musetto molto autonomo, uno col berretto che sapeva il fatto suo.
Uno che si toglieva di dosso le cose. Tipo d’essere stato il più bravo in storia e matematica, il primo al catechismo, l’ultimo ad andare via il giorno della mondezza, ogni due domeniche del mese, al circolo degli scrittori. La lasagna al pesto era la migliore che potesse fare alle sue fidanzate e se agli aperitivi, indimenticabili, sfornava la sfoglia al rosmarino, a detta dei suoi amici più cari, dovevi disdire tutto, non potevi mancare. Sebbene fosse tanto solo la maggior parte del tempo, gli piacevano le feste e le grandi mangiate di pizza davanti alle serie tv, quelle scaricate male da internet. Che poi passavi più tempo a chiudere finestre porno, pubblicità ingannevoli su come dimagrire dormendo sui ceci, all’insegna dei virus, ogni volta che si voleva immergere nella sua storia preferita. Le persone lo stancavano. Era molto stancante per Fin avere a che fare con le persone. E allora si ascoltava in questa stanchezza. Così si riposava.
Aspettando qualche incontro in cui poter essere semplicemente rilassato.
Una vita serena, fatta di piccoli piaceri preziosi e grande motivazione nel sopravvivere. Che diventava sempre di più, vivere. Tra i fiori di novembre del quartiere. Ma Finn non era sempre stato così attento a stare il meno peggio possibile, comprarsi le visiere più belle e crearsi il suo recinto di bene. No, non poteva. Stava sempre ad ascoltare gli altri.
Ancora adesso l’impegno quotidiano non lasciava molte energie a fine giornata, però, un po’ di gelato qui, una passeggiata là, un’insalata di cipolle, una domenica sul divano sotto la copertina lavata in lavatrice, Finn se la viveva alla grande ammorbidendo gli spigoli che i suoi antenati, presenti e passati, gli avevano lasciato. Per meglio dire, lanciato. Alcuni sepolti, altri belli attivi nel rinfrescargli ogni giorno il senso di morte.
E Finnick allora si doveva ribellare di più d’ogni giorno, in quei giorni più acuti. Pronto, col naso alto, per non crederci e ricordarsi di non essere d’accordo. E non cascarci. Poteva sembrare che il suo atteggiamento fosse fastidioso e spiacevole, per gli altri, ma pazienza, Finn, se ci riusciva era una grande vittoria. C’è chi la rabbia la deve allontanare e arginare, chi imparare a sentirla, ascoltarla e mostrarla, per vivere, per imparare. Come Finn, alla Finn maniera.
Per certi animali viene naturale, ribellarsi alla morte, altri, con la testa piena di mondezza, si devono impegnare di più, ma il sintomo che rassicura sempre è solo uno: l’intolleranza, l’irritazione, la dissidenza a cose non Finniche, a certi atteggiamenti radicati e consueti, l’adirarsi, insomma, se Finnick s’arrabbiava era guarito.
Era la vita che si disgustava.
La carezza che stava andando bene.
La prova che il suo duro lavoro stava mostrando piccoli e gustosi i suoi frutti.
Qualsiasi sensazione di fastidio alla rassegnazione al dolore, alla pulsione di vittimismo, morte, stagnanza, soffocamento, tossicismo e pesantezza, era respiro, quando da lontano percepiva godimento altrui del proprio macerare ecco che Finn, se s’allontanava, se si spostava, se troncava, se faceva la sfoglia alla crema piuttosto che stare ad ascoltare per capire meglio come chi voleva bene si organizzava a morire, se disobbediva e si adirava agli svariati “è così, che cosa posso farci” se gli veniva l’eritema e se ne andava, allora era un buon segno, che dico, un buonissimo smacco alla sua storia. Alla sua genetica. Significava che era sempre più sulla strada della vita. Che allora stava guarendo.
Che poteva continuare a odiare il sapore della zucca e preferire le zucchine fritte.
Aveva le sciabatte dorate ed era felice.
Così se ne andava altrove in gran stile.
Fa il suo sogno ora, il barista al bancone del bar all’angolo. L’avrete sicuramente visto sfornare i cornetti. Sempre col musetto alla vaniglia. Lontano dalla morte.
A ogni Finn che legge, che ha avuto e ha ancora attorno a sé esempi di morte: se non ti torna, se ti adiri, se ti scosti, sei vivo. Sei altro. Sei un buon segno d’amore.
Contro la subordinazione, la sottomissione al dolore insegnato da chi hai sempre amato, accetta che si ingegnino a raccontarsela così bene ancora, non puoi fare niente, lasciali andare, ai Finn in lettura ci sentiamo di dire a gran voce: resta insofferente, resta incompatibile e volta le spalle camminando, dorato, al contrario. Non farti fregare. Vai lontano. Spezza. Ascoltati. Finn adorato.
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