Pioggia e velluto. Di grazia.
Se la hai, perché non sei felice?
Filo su infelicità ordinata, l’unica cosa a cui ci votiamo senza metterci problemi, mai. E se ce li mettiamo e vabbè, dai, che sarà mai. Vivo male questa vita che ne ho altre di scorta.
G. Clemenceau
Ma quant’è bello il pane, il pane e il burro. E i panni stesi che asciugano. L’olio e il sale. Quant’è bella la parmigiana che hai accanto, quant’è bello un letto, un brodo caldo, una bibita fresca, quant’è bello aspettarti mentre ti prepari, e osservarti, vederti addormentare in braccio, quanto è bella una mamma che taglia la torta un po’ più dispari, che pari. Quanto è bello il sole tra le foglie e noi due, sotto, che contiamo le ore che ci separano alla cena, da cui ritorneremo insieme, insieme a casa, perché è così dolce, sapere di muoversi, e di poterlo fare in una andata e in un ritorno che viene e che va e non muore, uno scambio, di sonno e di risveglio, e la luna di notte, quanto è bella così sola, lei che illumina la via, e di giorno, a metà mattina da qualche parte c’è ancora, quanto è bello il suono delle campane a scuola, alla merenda, il ritrovo del bambini insieme, e prendersi per mano, un atto d’amore che cercheranno per sempre nel palmo della mano di un altro, e col sorriso viaggiare lontano, guardarsi negli occhi e fidarsi.
Quant’è bello sentire i sapori, farsi morsicare con dolcezza le mani dal gatto, dal cane, che sa perfettamente quanto stringere per dirti che ti ama ma mai per farti male, e comprarti i palloncini e il gelato al limone, alla crema, il tiramisù, il mascarpone, e soffiarli quei petali gonfi di sogno, che volteggiano in aria più a lungo, fino a sfinirci, per terra e ridere, quanto è bello ricevere un messaggio a nome tuo, sapere che esisti, che mi pensi anche tu e che sei qui vicino a me, anche se il corpo è lontano, so che ci sei in questo vuoto, dove posso perdermi e volteggiare con la ciambella nel cuore e te per mano.
Quanto è bello svegliarsi in due, da soli, in tre. In quanti vuoi. Basta che sia come sei tu.
Quanto è bello riuscire a svegliarsi.
E alzarsi. E vederti. E poter abbracciarsi. Con un gusto buono, un maglioncino nuovo, un incontro da accarezzare, rassettare ogni giorno.
Quanto bene che c’è in questa vita, da vedere e far proprio, da curare ogni giorno, se fossimo meno ottusi e aderenti alla dedizione infinita che abbiamo alla pulsione distruttiva. A quella degli altri, alla nostra. Quanto godiamo nell’amare la nostra condizione lamentevole che ci spinge per inerzia a girare intorno e attorno alle cose come squali, come pastina scotta, girati col cucchiaio. Di altri, di qualcun altro. Di un altro piatto. Di un pasto guasto.
Chiusi e avulsi, nel continuare a lancinarci di quello che vorremmo e non facciamo, che vogliamo ma non possiamo, che abbiamo, noi siamo infelici anche quando desideriamo. Quante energie sprecate ai solo se, al passato, alla nostalgia del non è stato.
E quando è?
Pensiamo al poi, alle garanzie che non abbiamo a quelle che non diamo, che non riusciamo.
Soffrire ora per una meravigliarsi poi. Ma quando?
Per non vivere mai, per non essere mai. Dentro le cose, dentro le emozioni, le ore, le passioni, i sentimenti, le persone.
Esistiamo per non vivere mai.
Ci passiamo sopra, quando riusciamo. Nel migliore dei modi.
Votati alla falsa umiltà, alla denigrazione di sé, alla bieca considerazione degli altri, invidiosi, terrorizzati da tutti specchio di noi stessi, non ci amiamo non ci fermiamo, abbiamo paura di deludere l’idea che abbiamo di noi, e di tutto quello che crediamo sia il bene per gli altri, è difficile come toccare le stelle per noi inginocchiarci con l’anima sulla terra e prendere in mano il nostro presente, perché?
ce lo dicono sin da piccoli, ce lo somministrano in ogni consiglio, dagli orologi ai pacchi di assorbenti, puoi essere tutto, quando vuoi, tutto e come vuoi tu, tutto, ama te stesso e amerai il prossimo come te stesso, poi ci provi a fare tutto e quando fai tutto, quando puoi farlo ma chi sei tu per farlo?
Abitiamo rapporti che non ci amano e che non amiamo che teniamo di scorta se per caso qualcuno ci fa notare, perché vogliamo che qualcuno disperatamente ci faccia notare, ma che stai facendo con me? E di te? Per poter fare solo una cosa, scoperti, nudi, scagliare sul loro coraggio la nostra frustrazione.
Vivo sotto la sicurezza di avere un’etichetta, così non corro il rischio mi facciano domande. Così nessuno può disturbare il mio romanzo, il mio eterno roteare trascinato dal cucchiaio succhiato da altri, nel piatto della pasta, che sono io, peraltro, ad arrovellarmi, a rispondermi e ad autoincensarmi. Perché non le voglio le domande, mi metti in scacco con le tue domande. Perché risponderti sarebbe vivere. E non ne sono capace. Di grazia
Un pensiero, una attitudine, una passione al giorno, una persona nel cuore, un dono che ci facciamo, cogliere la bellezza della vita, quella che c’è, che c’è vita dappertutto, sopra e sotto di noi. Non siamo più in grado di accorgerci del bene perché quando lo abbiamo non sappiamo che farne. Come se del bene bisognasse farne qualcosa. L’asfissia del fare dell’agire del comprendere del carpire ha tolto il cuore alle cose, quelle effimere, inutili per tutti, andiamo su marte, ma moriamo di solitudine. Di odio. Di sete d’amore. Di acqua di fame di cibo. Ma davvero questo è il senso della vita? Sputare sulle opportunità di cambiamento, su ogni segnale che il mondo ci dona. E solo perché non è esattamente come per noi è il dono, nella sua forma, distruggiamo tutto.
Perché, le persone, quando desiderano una cosa e fanno di tutto per averla, e poi la ottengono, non sanno più che cosa farne? Perché, se ottengono quello che vogliono non riescono a essere le più felici del mondo e soprattutto quando hanno ciò che vogliono non godono e non curano e non hanno grazia di cosa hanno?
Di grazia.
Ma come fanno?
Fino a che si tratta di cose, far finta di non capire forse si può. Ma con le persone? Ma come si fa?
È così semplice, la vita. Anche quella di chi la fai facile tu, che ne sai.
Abbiamo tutto.
È che ci raccontiamo una marea infinita di stronzate.
Con gentilezza, e carezza e lo cucio ogni giorno, sono tante le stronzate che nessuno ha più voglia di mettere a nudo.
Ci vantiamo di saper mettere in fila le gocce di pioggia, di saperle scindere in atomi e farne navicelle spaziali per avere un futuro migliore.
Non sappiamo guardarla la pioggia, e ascoltarne il suono sulla terra, sul letto del mondo sul bagnato che lascia sul nostro volto. Asciuga tutto, presto, sennò ti ammali, ti bagni. Non è bene. Sei folle. Che brutto.
Ignavi nei confronti del male, così come del bene ci preoccupiamo di apparire, mentre ignoriamo quel che ci passa davanti. Consacrati alla vita degli altri, ipocriti, solo per salvarci. Sconsacrando la vita preziosa, la nostra, unica e rara, che non viviamo mai, passando su questa terra così, pesanti come macigni, mentre la luce si affievolisce ogni giorno un po’ di più fino a che non si accenderà più. E che fai?
La domanda non te la fai mai.
Crediamo di essere superiori, a chi e cosa ancora non si sa, sentiamo e percepiamo divinamente tutto ma non sappiamo camminare sulle acque, orgogliosi e spocchiosi anche quando abbiamo la fortuna di amare ed essere amati, accartocciamo tutto come carta straccia in un pugno. Perché pensiamo di potercelo permettere, effettivamente.
Accartocciandoci anche noi. Lentamente.
Di grazia.
A contare le gocce di pioggia una a una, ma a non vedere chi ci muore davanti.
E magari sei tu.
Sono io.
Siamo noi.
Ma di grazia, ma come si fa, ad avere un amore e non sapere neanche il numero di scarpe che ha.
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