Spezia
Come l’alba dentro il frigo
Filo su carrello, ma non capisco
Puoi vivere la vita di cultura di meraviglia e più grandiosa che ci sia. Ma in nome di cosa? A quale prezzo? A costo della morte, del sangue nella bocca, invisibile a te stesso?
Nei supermercati non ci sono orologi
Puoi passare ore a comprare, anche giorni
senza percepire il fluire del tempo
Di chi sei
da quanto tempo giri perché giri se ne hai davvero bisogno o per inerzia
continui e spingi e ti stanchi e riempi di colori profumi chicchere e suoni il tuo sgangherato carrello
Nei supermercati non ci sono orologi
Non ci sono finestre né contatti col mondo fuori
Il resto della vita è divisa dal tornello, si passa da davanti e se vuoi da dietro
Ma solo se compri
E io volevo uscire senza acquisti
Attorno,
un nubifragio di colori di luci di stimoli influenze e di occasioni, quindici neon sugli occhi accecano per non sentire dolore come un sabato affollato a Bufalotta come un caleidoscopio di
Sogni
Di altri
Se ti fermassi e
dentro
se riuscissi a guardarti, e ti ascoltassi
ma non puoi saperlo a tre anni
A venti neppure, non sai come si fa
Dentro non c’è luce è mancata la luce
Per l’interruttore non c’è mai stata predisposizione
vivi lontano
isolato dal mondo
Sottratto dalla vita
In una scatola mobile senza pareti, né buchi. È tutto aperto, ma pieno di regole, è tutto possibile
Anche la morte
Ma in questo buio in questa teca di dovere di nero dolore
Piena di mille influenze ricchezze meraviglie, che problema c’è? In questo triangolo di morte che problema c’è?
Si ascolta tutto studia tutto si pensa tutto si prevede tutto si capisce tutto
Si legge tutto anche le più piccole controindicazioni della maionese bio al sapore di diesel
Luce e prospera mente
Ma solo se apri lo sportello del frigo vedi la luce
Avrei preferito il buio,
Fosse stato da sempre tutto buio, lo avrei capito prima
ignorante, bigotta ottusa mi sarei ribellata nella teca coi serpenti, non avrei giustificato il loro veleno né la loro lingua
pronta a scappare
ma così non è stato
il cuore di Spezia era saturo.
Quando incontrava qualcuno che le mostrava vicinanza cuore a cuore, quando gli occhi buoni dell’empatia si poggiavano con delicatezza su di sé, tra i corridoi della scuola, del conservatorio, delle piste e delle corsie della piscina, il supermercato, la spesa, ecco che la scatola si scioglieva come un castello di sabbia sotto la pioggia.
Faceva buchi qua e là, dapprima, senza farsi troppo vedere, come per sentire il gorgonzola con la goccia sottopelle, poi si accartocciava su di sé immobile davanti alle mani di lei, quella donna così dolce, che fuori dal suo ruolo, sapeva fermarsi
Davanti ai suoi occhi neri e chiedere
Come stai?
Da non riuscire a proferire nemmeno un suono una parola buona di congedo che Spezia si piantava come ad implorare di ascoltare non te ne andare resta qui davanti a me
Come un abbraccio mancato
Come a dispetto del gelo delle carni che camminano accanto e non mancano al giudizio
Spezia parla, se amata
Spezia piange, se amata
Visibile a tutti, ogni giorno per anni, la mia cascata di sale tra gli occhi e le pareti di amianto, in questa scuola formiche indaffarate per l’inverno
Ma inverno è tutti i giorni
Spezia non si chiede perché. Spezia non si è mai chiesta perché. Perché si può chiedere perché?
Non mi viene, mi disse. A me non mi viene.
Quando nasci, nasci in una vita già vissuta già capitata già strutturata.
Non conosceva il tempo né la possibilità di aprire
Di vedere la luce e guardare
Scegliere il pesto o il burro o il ragù
La luce, del frigo lo sportello
La luce
Al supermercato non ci sono orologi,
Puoi passare ore a comprare, anche giorni
senza percepire il fluire del tempo
Di chi sei
Perché
La luce nel frigorifero si spegne. Ma per tutti è visibile a festa.
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