Il guinzaglio invisibile
Neanche al cane
Filo su asfissia, tu vivi come dico io
Amorosa, familiare, sociale, materna.
È quel guinzaglio che non si recide mai, è il motore dei burattini parlanti, dei bambini viziati, delle bambine e del mondo per cui d’improvviso, asfissia non c’è e non so più che fare.
Il guinzaglio invisibile non è leggero né profumato, non è vitale e nemmeno innocuo solo perché non si vede.
Non serve a non farti investire, né a non allontanarti troppo oltre i 5 metri, perché alle strisce non sai che ci si deve fermare, non serve per proteggerti, e non serve a impedirti di annusare troppo da vicino le bistecche di chi, seduto ai tavolini all’aperto, mangia. No, quello è il guinzaglio visibile che è il segnale che stiamo uscendo, e fa felice, serve perché a volte per i più scalmanati serve una guida. Non tutti eh, alcuni cani aspirano anche al randagismo, pur di non sottostare alla via del linguaggio umano. Ma so che Monet, per quanto illuminato sia, e se dico che è illuminato avete la mia parola, non so se aspirerebbe a una vita lontana metricamente oltre i troppi metri, da non riuscire a dare e ricevere baci, la sua cosa preferita della vita, oltre ad appiccicarsi alla pelle (mia) e riempire il cuore d’amore. Ma questa è un’altra storia e non è di social media manager che ora si parla.
Il guinzaglio invisibile è una piaga sociale, invisibile ma percepibile, cappio per chiunque si avvicini: è il prolungamento delle madri-alcune madri-, il seme della mascolinità terrorizzata, il germe della sottomissione. Il cestino del razzismo più subdolo perché nasce da un terreno equivocabile di un non ben buio dorato, definito e rifinito che si tenta ancora, imperterriti, a chiamare amore, o peggio ancora, troppo amore, di una cultura che si nasconde dietro la meschinità di un’educazione apparente per-il-tuo-bene e di parole messe a caso da far ruotare e ritornare all’infinito, sull’ unico mappamondo che si conosce, il proprio.
Questo delle madri guinzaglio, non tutte, fortunatamente madri, si nutre di invidia, persecuzione, e possesso caramellato, che brucia e degli occhi fa flambè, vetri rotti, narcisismo, e di sfiducia nell’essere umano. Primo tra tutti, nel Suo, il Suo pargolo. Cinque, dodici, quarantotto sessantatre anni, pargolo.
Chiunque tenti di avvicinarsi al suo benemerito fallisce, e se non riesce nel suo goccia a goccia distruggere, maledice ogni giorno che il suo angelo altra donna ha incontrato.
No, non si tratta di sadismo, o forse anche, né di cattiveria, ma anche sì, spesso parecchia, è che purtroppo, la madre col guinzaglio non ha fatto pace con se stessa.
Dei suoi fantasmi, ne ha fatto tappo, ne ha fatto pretesa, ne ha fatto figlio. Maschio. Oh, buon dio, menomale che è maschio.
Madri, donne, donne promotrici di sensibile posizione differente da quella maschile, angolazione sociale particolare, maestre autonome e perseguitate per quel non toccabile spirito che dei pianeti permette il moto. Donna che, dal suo seme, potrebbe tutto creare e tutto distruggere, e riesce. Lei che per contribuisce a una società più respirabile, partendo da se stessa e da chi decide di crescere. Donna, costruzione di società più vivibili, basate su basi di rispetto reciproco e dialogo, e non sulla violenza, ghettizzazione edificante.
Non sono da meno i padri, gli uomini col guinzaglio, e qualsiasi figura che il piccolo trova accanto alla sua nascita: forse papere o scimpanzé, che, per fortuna loro, essendo animali, del guinzaglio non conoscono che le leggi della natura.
E lei dove va, signora?
due ragazze partorite dalla vetrina di un duemila spaventato da quel che è diverso da sé, aspettano sotto la pensilina di un pullman (che loro chiameranno autobus per tutta la durata della conversazione) che le porterà al centro del mondo per il loro weekendino romano. Hanno già fatto cesta intrecciando il loro bisogno estremo di ritrovarsi e identificarsi in un’altra isolana in terra continentale, che fortunatamente non sono io.
Io? Io vado da mia figlia, fa lei, che non vedo i nipoti da un anno, abitano qui. Anche io abitavo qui [digressione melanconica di un passato non ancora chiuso]
Ah che bello [parentesi pandemia].. Anche noi a Roma..torniamo domenica.
No, io resto di più perché sì, poi vado da mia nuora, che sta qui col figlio.. Che mio figlio non c’è più, due anni fa un tumore ai polmoni se l’è portato via in due mesi.. Eh..
Anche mio nonno, anche mio zio, anche io, io, io, io… È l’eco rischioso del citare un male, tutti sembrano averne uno uguale se non peggiore, con cui competere.
I decibel della conversazione si fanno fiochi e ravvicinati al dolore della donna rassegnata, per poi riprendersi immediatamente nell’elogio del suo primo figlio che si è sistemato in continente con una ragazza incontrata in vacanza, in continente, proprio del paesino da cui provengono entrambi, la vicina di casa.
Grandi risate e applausi allegri inondano quel revival riciclato di Stranamore mentre le auree delle tre figure femminili sembrano unirsi in festa. Due della medesima età si infervorano per conoscere i dettagli di questa meravigliosa storia d’amore, fatta in casa, che dura da quando, a sedici anni, i giovani hanno l’amore sotto la gonna della mamma.
Una storia da film, un amore infinito su cui sognare, che li ha portati a vivere in terra ferma, insieme a due figli, un lavoro fisso, un meraviglioso appoggio isolano munito di gommone dove fare le vacanze quando saranno stati stanchi della monotonia romana..
La voce si fa di nuovo dimessa, improvvisamente fioca.
Mia nuora invece è sola, qua, col figlio, eh una storia un po’..
Sempre con la vicina di casa? Irrompe speranzosa la più interessata.
Eh no, quel magari c’è ma non si sente, un po’ così.. Non mi ha mai entusiasmato..
Il gineceo ricomincia a ridere, eh infatti, fa lei.
Ai tempi, prendevo sempre mio figlio da solo, eh a mio figlio lo dicevo sempre, sei sicuro di questa scelta? ci hai pensato bene? sei ancora in tempo, sei sicuro ci hai pensato bene.. E lui.. Lui invece..
E sul sibilo vergognato della donna, spunta finalmente il rospo che viene finalmente sputato, e sussurra, passando dai decibel euforici del mercato rionale a una messa sommessa del peccato, mangiandosi le parole per non farsi sentire
Eh, ha trovato questa albanese, una albanese doveva trovarsi capito, sempre a cercarsi queste donne di fuori, che niente, questa albanese – aumento della forza emotivo sardonica- l’ha infinocchiato
e c’è rimasto secco.
E ora lei vive qui con il figlio.
E non viene mai a trovarla?
Eh, con tono di distacco altezzoso, quando c’ha le ferie, ad agosto, si ma..
fino a sciogliersi in quella così omogenea compagnia, in una fragorosa e condivisa risata in cui tutte, appoggiando l’idea dell’infinocchiata, hanno spassionatamente sorriso della presa di posizione della dolce signora.
Il cielo limpido attorno a me si è rabbuiato per tre interminabili minuti, creando una coltre di freddo attorno al collo e giù fino alla schiena.
Sono io quell’albanese. E sono io quel figlio là, da solo. Ma la fortuna che non ho avuto io è di avere la dolce signora lontana.
Il cielo si rabbuia ogni giorno quando la gioventù cavalca l’onda della compiacenza, della goliardica divisione tra noi e gli altri, tra mio dolore e tuo dolore, tra io madre so, tu nuora puoi morire e farti da parte.
Un guinzaglio invisibile cresce ogni volta che quel bimbo si fa uomo e non se lo strappa di dosso, una donna muore ogni volta che una donna tratta un’altra donna con sufficienza e perfidia.
Ogni volta che una madre non riesce a mettere al mondo il proprio figlio e a lasciarlo andare muore. Muore quel figlio, la generazione e lei stessa.
Ogni giorno il cielo si rabbuia quando diciamo albanese senza farci sentire, quando la rappresentanza di una speranza femminile fresca e amorevole ride fragorosa con indifferenza e nessun riguardo.
Il problema non è il problema in sé, il problema è che tutti coloro che intorno condividono e supportano il problema, sguazzandoci a dismisura, credendo che a loro non toccherà mai, sono il problema.
L’amore non è mai un problema da risolvere, o un guinzaglio da stringere. È essere meno egoisti e compulsivi, nel tappare le proprie mancanze e le proprie aspettative con una creatura. Che non è tua.
Ma di se stessa. Se proprio vuoi, puoi accompagnarlo, finché vorrà e sarà necessario.
Perché non crescano future madri col guinzaglio e uomini, donne, famiglie intere devastate prima ancora di venire al mondo.
Abbiamo un potere di scelta e di cambiamento così grande, e spesso, sottovalutandoci, facciamo finta di non saperlo neanche.
Il guinzaglio invisibile non è leggero né profumato, non è vitale e nemmeno innocuo solo perché non si vede.
Non serve a non farti investire, né a non allontanarti troppo oltre i 5 metri, perché alle strisce non sai che ci si deve fermare, non serve per proteggerti, e non serve a impedirti di annusare troppo da vicino le bistecche di chi, seduto ai tavolini all’aperto, mangia.
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