Aqua
Dove immagini e sei, quello che per sempre avrai perduto
Filo che penetra l’ultimo tocco. Ma tu non sei Dio
Tutti i pozzi hanno un fondo. Lì dove giace la verità più pura. Dove il respiro sanguina e diventa rosa
Aqua è il demonio. Aqua non mi fido a portar le brocche, né a contemplarci le sere d’estate. A piantar le rose, ad accartocciar lettere, sbagliate. D’amore. Ma quale.
Aqua facile da zittire. Ma non da domare.
E fu cemento.
E fu silenzio.
E mai fu perdono.
Lì dove la luna si specchia e lascia andare la lana che tesse ogni notte, la superficie, quella che nasconde l’anima delle cose, quelle che sembrano invece non sono, delle cose assopite, cullate dal vento, le curve delle pietre muschiate, lucciole di notti profonde, delle cose che sono e che non penseresti possano essere mai. Eppure.
Ma quale.
E fu cemento.
E fu silenzio.
Aqua è perdizione. Aqua la storia che porta fa orrore eppure vive, tra noi resta, cammina, fa la spesa. Nessuno ci mette davanti nemmeno le spalle, per scrutare ancora il suono della goccia d’acqua che incessante buca la pietra. E rimbomba fin su, sale, sale su, quel suono che parla di eterno silenzio, lì sopra, lungo i fianchi a strapiombo del pozzo più spaventoso del mondo. Dove guardarsi,
dentro. All’interno.
Aqua, è un pozzo del Trecento, uno dei pozzi più bui e profondi dell’intero pianeta, dei più longevi, resistenti alle intemperie, le nevi, le gelate, le estati troppo calde, durante l’epoca dei rastrellamenti razziali portava acqua e respiro alle truppe più scrupolose sull’ordine da non chiedersi mai e da svolgere sempre, con metodo e godimento.
Lì, dove trascorrere le pause, le braccia di nero avvolte, quei sigari puzzolenti, lì dove calata la sera, in due, tre, quattro, più volte, portavano a scoparsi le giovani zingare, le prostitute delle case aperte, le streghe da asfissiare col gas, le più belle, ai vecchi, le bambine alle giovani leve, i neonati, nella bocca del dovete.
Lì, dove giacciono le anime bambine, quelle del nostro più acre passato, quelle del nostro presente indicibile. Il pozzo delle madri, delle figlie, delle lancinanti grida.
Lì dove dormono minuto dopo minuto, ogni giorno minuto dopo minuto, ogni giorno, i volti mai scoperti di quei respiri, gli ultimi, decisi per mano di qualcuno, verità che hanno sempre saputo e conosciuto solo loro, fino all’atto dell’ultimo giorno, rubato alla vita, davanti a chi muore. Dove vanno a finire i volti, un attimo prima del Nulla?
Aqua è il pozzo dell’omertoso sentire, riaffiorano tutti nel momento in cui la tenebra lascia spazio alla nebbia, quei sorrisi mai cresciuti, quelle sottane stuprate, e infanzia rubata al fiore ed al sole, scambiata per qualche ora di vita in più. Dove chi toglie la vita perché non sa stare al mondo, né dentro il suo corpo, può guardarsi in eterno con gli occhi da chi respiro ha tolto, quell’ultimo sguardo, l’ultimo visto, che nascondono gli occhi di chi ormai non c’è più.
Tua madre, tua nuora, la tua amica, la tua vicina, la nonna, tua figlia.
L’abitudine di essere numero. L’assuefazione della reiterazione. Fa differenza solo a chi tocca.
Eppure quegli occhi hanno guardato qualcosa, per l’ultima volta, che cosa? quell’ultima immagine giace nel fondo di Aqua, il pozzo in cui trova riposo l’ultimo sguardo di donna ammazzata per mano di un uomo, e non uno a caso.
Il suo. L’unico e ultimo attore a prendersi tutto, anche quel giorno, anima, pelle, pietà, le braccia, quel corpo, per arrivare prima di Dio e decidere chi vive chi muore chi soffoca e respira, ancora per quanto, un poco, tanto, se avrà grazia per te solo quel giorno, ancora per quanto, un giorno? e quando sarà il momento dell’ultimo sguardo che deve per forza fermarsi per sempre implorando sul suo.
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