E smisi
La storia della bambina senza nome
Filo su Аnja, che prima di nascere era già qualcuno, con un destino, un compito ed un come e non aveva avuto tempo e spazio per conoscere il suo nome
E smisi,
di ostinarmi a scrivere sopra le righe di un dramma già inscenato che aveva già una troupe, costumi truccatori regista attori con nomi fantasmi e cognomi
E smisi,
di lasciare spazio tra le costole e le ciglia, sulle dita e attorno al corpo,
a un caos che non era mai stato il mio. E smisi,
di trovare spazio sulle righe piene e consumate di un romanzo già scritto,
E smisi, di plasmarmici su, lui che non parlava la mia lingua, che non usava la punteggiatura, che non distingueva i nomi dai pronomi, le maiuscole dalle minuscole, gli spazi, l’inizio dalla fine, lui,
sul quale avevo basato tutto lo scorrere del tempo, del sangue il mio corpo le volontà le colpe, lui
che sul quale avevo cercato per lunghissimo tempo, di scrivere di me. Di farmi capire. Di farmi ascoltare. Di farmi apprezzare. Senza riuscirci. Accarezzare. Perché fossi migliore, perché fossi da amare, perché fossi visibile, senza sapere nemmeno di cosa sa il mio colore, e riuscissi a non fallire nello studio e nel progresso di quella copia sovrascritta di una morte definita, spacciata per qualcosa che avesse il mio nome, il mio polso, la mia vita, il mio cuore.
D’improvviso chiusi il libro e lui con me si chiuse.
Lo lanciai, da un bianco e soleggiato ponte. Fu la casa, per giorni, dei gabbiani più giovani e rifugio, per quelli più poveri.
Ne aprii con coraggio uno, senza righe senza quadri né triangoli o strane cose, ci scrissi la data, girai la prima pagina, e iniziai.
Mi chiamo con un nome e sono nata un giorno, su un’isola, per caso. Non conosco nemmeno il mio odore. Ma ora sono qui e lo sto cercando. Posso finalmente scoprire e non occuparmi di altro.
Sapeva di acqua di cibo di calma e d’amore.
E soprattutto, sapeva di vuoto.
Di frittelle, zucchero e sole.
Aveva su scritto il mio nome.
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