Anja è una puttana
Parla. Porta sul velo il volto da sposa
Filo su io posso, mentre tu non puoi. Se vuoi,
se pensi di potere, va bene, ma sai poi che succede
Chi sei tu per avere un’opinione sulle cose o sulla gente. Sulle persone che incontri sulla politica o gusti di gelato sulle stelle. Chi sei tu per scegliere per te?
Tu non sei nessuno.
E così visse interamente la sua vita. Accogliendo tutto, abbracciando tutti. Soprattutto la feccia. Sempre diamante per lei. Era umana, quella che prediligeva. Mentre lei spariva.
Mentre lei piangeva.
Strana problematica con un passato difficile con l’inferno sulle spalle, strana, problematica. Non hai il viso adatto non sei alta, non sei magra, sei grassa, sei troppo magra, come hai i capelli, non ti prendi cura, non ti trucchi, strana problematica con un passato difficile con l’inferno sulle spalle, strana, problematica.
Anja è in quarta elementare.
Un giorno rientra dall’influenza e trova accanto al suo banco, per terra, un pezzo di carta sgualcito, scritto a matita, tagliato a metà. Si vede che è da tempo che gira tra i banchi questo bigliettino, sbiadito. Se l’è perso qualcuno. Ci mette un punto di nastro adesivo. Anja è una puttana. L’ha scritto Teresa. Glielo confermano.
Anja non ne può più.
Anja non sopporta più quel suo stare in classe. Ci sono sempre le fazioni, le beghe, e la mira mirata nei gruppi non è mai mancata, né tra i piccoli né tra i grandi. Per i genitori quella con la famiglia x, per i coetanei quella che sembra un maschio.
Anja è una puttana.
Non sa che sarà il nome con cui dovrà fare più i conti nella sua vita, dai compagni, in tribunale, in relazione, nei gruppi amicali, nel lavoro. Negli amici che smetterà di avere, nelle persone che continueranno a giudicare.
Anja a furia di sentirselo dire ci crede, ha incarnato la posizione della problematica della strana della anormale. Ed è così che parte, se conosce qualcuno. Già da pazza, problematica, strana, in svantaggio, già sul piano terra mentre le scale iniziano al secondo piano, sul sottoscala con l’ascensore al terzo piano. Nel cavedio, se l’interlocutore sta al quarto. Chi sei tu rispetto agli altri?
Nessuno.
Nessuno.
Nessuno.
Nessuno come un eco costante. Nessuno. Cosa hai da dare? Cosa hai da offrire? Cosa hai in più?
Non sei chi desidero, diventa cosa desidero. Guarda che bella lei, guarda che solare lei, guarda che capelli lei, prendi spunto, ispirazione, impara dagli altri. Non sai abbastanza. Anja non conosce il limite del dolore, del pericolo dello studio, della perfezione.
Non sei abbastanza. Sei pazza. Non stai bene.
Lei non sa cosa significa tutto ciò, ma ci crede e lo incarna. Tutt’ora, mentre sviscera sviscera come pescatore fa con la pancia delle orate guaste, non capisce cosa è essere anormale pazza problematica puttana. Anja è una troia. Anja è una tossica. Anja è suicida. Anja la bambina. Anja la puttana.
Eppure è questo a cui le femmine alludono mentre si trova bene a parlare coi maschi, mentre ride con loro, mentre con le femmine non riesce a starci. L’invidia di qualcuno, di tanto in tanto le aprono gli occhi, è invidia, la loro, Anja l’ha sempre destata in ogni scuola, ambiente, gruppo che ha. Compagni, compagne. Che fossero insegnanti. Che fossero passanti. Il gruppo per lei tanto desiderato quanto diabolico. La prima a sottostare alle sue leggi e beatificato da esso la prima a saltare la porta appena si sposta di un passo a nord di esso.
Anja è grande, a questo punto puttana vorrebbe esserlo davvero, almeno porterebbe denaro a casa. Anja invece non sa nemmeno di esistere. E della non esistenza ne ha fatto carne.
Il pubblico la tramortisce, conosce il pensiero che hanno di lei, una fallita costante. Conosce il pensiero da sempre per lei, non sei capace. Anja del non sei capace ne ha fatto carne.
Anja non sa che farsene del cibo, dello specchio ne ha fobia, si sente larga, grassa, enorme, gonfia, lievitata perché è così che le hanno insegnato che ci si deve vedere, la linea immaginaria che fa il suo righello si sposta sempre più all’interno, lei vuole un buco dentro. Perché Anja sa che bisogna farsi schifo, che niente ha senso, che bisogna mangiare solo se c’è un perché, che amarsi a che serve, che un corpo bello per cui ci si gira a dire che bel fisico, non ha curve, è muscoloso, sottile e leggero, alto.
Non c’è altro, non c’è altro canone da mettere in discussione. E io voglio piacerti e farò di tutto per incarnare cosa tu pensi che sia bello.
I capelli stanno corti. Non devono dare fastidio, i fermacapelli carini non si usano, sono da bambina e il ferro sulla testa non è bene. Ma Anja è una puttana.
L’aereo atterra. Sono felice di rientrare anche se non c’è nessuno che mi aspetta.
Oggi non piove, c’è il sole e perché oggi il sole non mi dà dolore?
Era la sua domanda, la sua personale, la più incapibile delle domande se non a un orecchio, preciso, uno che sa che meccanismo è, uno ascoltante.
Oggi ho mangiato, perché è piacere quello che ho provato? Me la devo far pagare.
È una giornata che sento il maglione, le gambe, leggere. Perché? Cosa me ne faccio di questo senso di bene?
Io so come si soffre come si ricompone come si sta in ansia appesa, in apprensione, in attenzione, a parlare a respirare, in attenzione a non deludere, in apprensione al bene tuo, al bene altro. Il sole c’è è caldo è per te.
Ma perché?
Non a tutti la domanda sorge contraria. Oggi ho mangiato c’è il sole che bella giornata. Perché a me una giornata? Un calore?
Tante e tanti Anja si chiedono perché meritano un pasto, un complimento, un atto di dolcezza, si chiedono ogni giorno qual è il senso di fare la spesa. Di uscire di casa se non per qualcun altro. Se non per cucinare per qualcun altro. Se non per fare felice qualcun altro.
Anja è la colpa perché te l’ho data, e ora mi ammazzo.
Una due tre quattro sei sette volte lo faccio.
Anja è una puttana. Perché ha parlato. Anja è puttana perché chiedeva un no mentre la picchiavano.
Anja è puttana, perché non ha amato come andava fatto. Non è stata così brava bambina nel box del così sia.
Anja è malata perché si sa che è impasticcata.
Anja del bello non sa farsene niente, anzi lo prende e non se lo prende, non è cosa sua, perché lei è colpevole, il cibo del perché il sole perché il maglione perché, non deve meritarselo mai. Perché? Lei non esiste, lei non c’è lei non è alcuno.
Tu non sei essuno.
E tu che vuoi scappare da questo nuovo incontro che di nuovo ha solo il nome.
E ogni volta che dici la tua, che sbagli, che ti irriti che ti accori, che scivoli che urli, io scappo. Tu non puoi farlo. Perché io, scappo.
Anja è una puttana. Ormai lo sa. Si sa.
Perché? non si sa.
Ma lei, lo sa.
Anja si abitua ogni giorno alla sua immagine. Si fa schifo. Ha un viso brutto. Si deforma al sorriso. E un occhio si chiude più di un altro, era miope da tanto. Ma non lo sapeva nessuno. Nelle foto appignoletta con la pesca in mano si vede, si vede che un occhio è più aperto dell’altro.
Anja è una puttana. E del suo corpo non sa che farsene.
Anja che prova ad essere donna, a sentirsi donna, non sei come le altre, non vai bene. Per chi vuole attirare al lavoro con noi.
Non hai armonia. Non sei come le altre.
Anja meno c’è più sta bene, e si sente in forze. Anja se può vorrebbe non respirare per non dare fastidio.
Anja ha la colpa più grande e inchiodante: sei come vuoi? Prendi una posizione, ti arrabbi dici cose, poi ci ripensi e poi ridici ancora, spezzata, impaurita, incazzata come tutti noi? Io posso, tu non puoi. Allora se lo fai io ti punisco.
Anja per non essere punita è sempre come tu la vuoi.
Così non la punisci. Anja, pretendono sia una macchina a ingranaggi oleati e ben settati. Non può sbandare. Non può esternare. Le emozioni spiazzano. La rabbia destabilizza. Anja si soffoca da sera alla mattina alla sera dell’altra mattina. Così non la punisci.
È nata per questo.
Perché a punirsi, ci pensa da sola.
Anja è una puttana.
Parla. Porta il velo sul volto da sposa.
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