Il sinior Moresca
Fotografo della realtà, e questa gli fa schifo
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Che se butti qualcosa ti fa pat pat.
Perché si sa, delle volte ci vuol proprio tanto coraggio, ci son mondezze che non mondezzano mai. Però puoi sottrarti, se resti vigile e butti, ma se buttando anche tu non ti butti.
Ma quanto è bello buttare la mondezza? Quella sensazione di libertà e pulizia. Di spazio. Di ciaone. Di addio.
Che gesto prezioso. Che mestiere ignorato.
Quanto è coraggioso disfarsi delle cose marce?
Quanto è liberatorio lasciare polvere scorie tossicità e immemori guasti?
Quanto è salutare mollare pestilenze per far spazio a qualcosa di nuovo che profuma di bene?
Sinior Moresca lo sa, è lui che ogni volta che butti qualcosa ti fa sulla spalla pat pat.
Quel senso di distacco di spazio e disimpegno ogni volta che butti la mondezza.
Sinior Mondezza lo sa, è lui che ogni volta che ti disfi di qualcosa ti fa clap clap.
Che sia umido o cartone, che sia vetro, lattine o plasticone, oggetti e soprammobili, tende appiccicose, biglietti scaduti, bucati macchiati, coperte consunte, le chicchere sbeccate, gli arnesi arrugginiti, quelle cose che ti senti in dovere di tenere ma non ci pensi mai, che ti mancano mai, solo se le vedi cadere, che non te ne importa del luogo del colore che hanno o di frugare per trovare il paio nelle cassettiere.
Che le abbia o non le abbia, non sai nemmeno il loro piatto preferito. E se lo sai oggi ne hai uno, domani l’altro un altro. E accumuli e accumuli perché ah sì, appaghi i tuoi vuoti, e riempi incolmabili lacune di un’esistenza sgualcita che non è nemmeno di un buon lino.
Cose non cose, a cui senti di appartenere solo perché la previsione di non averle ha sapore di sconfitta, di abbandono, di senso, di ossessione e compulsione. Perché il pensiero del possesso ti rende più sicuro. Di avere l’illusione di controllare tutto, di avere di tenere di non sentirti crollare quel tuo intoccabile mondo di visibile oro e fondamenta in carta pecorita.
Eppure più possiedi meno vedi e meno ascolti e più te ne freghi – tanto che cambia – e meno te ne curi del centrino di zia Ilda che ti sta pure un po’ sul cazzo. È lì lo vedi, ti fa sentire nel tuo esistere incapace ovattato di fandonie. Eppure anche il centrino di zia Ilda che ti sta pure un po’ sul cazzo avrebbe il diritto di essere visto di un tavolo di un desiderio e non del tuo possesso narcisistico.
Libertà di essere centrino.
Solo che non può dirtelo. È un centrino.
E mi sa che hai preso così tanta ispirazione da lui, che va pian piano sempre più ingiallito che centrino ci sei diventato tu. È per questo che ogni anno che passa ti stai sempre in quel posto al posto di zia Ilda.
Che lei bell’e che passata a miglior vita di te se ne frega.
Ma te la spalmi, te la racconti e la racconti. E se te lo fanno notare aggredisci attacchi e abbandoni.
Me la racconto io, che pur di tenermi mi metti lì come un gioco da tavolo, perché come hai detto sono per te quel che passa in convento, l’importante è trovarmi, lì dove mi metti, l’importante è che ti dia la sicurezza di avermi.
Centrino.
E io che sono stupida e bigotta non la butto la mondezza la riciclo, le scorie le riciclo, accumulo parole, speranze, promesse, pazienze, perché io cambio, io sono diverso, dammi tempo, non sono come pensi, sono quel che dico, ma ti dimostro il contrario di quello che dico, il tuo passato lascialo da altre parti, io sono nuovo, io sono vero io sono schietto, io te lo dico, io non voglio, io ho paura, ho mia madre, un figlio, anzi due, come glielo dico che c’ho un amore che non riesco ad amare, ma lo tengo lo tengo lì a forma di centrino che intanto si sciupa ma non posso non voglio, ma io sono sincero, dovresti ringraziarmi, io credo, mentre tu sei depressa tu non ti ami, tu non sei come le altre,
fotografabile,
evidentemente cara mia, da sola, ci dovevi arrivare. Ma puoi dirlo, davvero a una donna? A una persona. A una compagna. La tua.
E io accumulo accumulo come depuratore parole schifose, scivoloni dilanianti, assurdità e non mollo come dovrei fare con un bel dito medio no, io ci resto perché voglio farti vedere la vita da un’altra prospettiva e che nessuna donna uomo ragazza bambina possa mai sentirsi dire dal suo capo dal fratello dal suo amico da suo padre da una donna da sua madre, da qualcuno, tu non sei qualcosa, ma io ho una storia e la volevo raccontare, ma tu non ci servi le palle per dirlo, non lo hai trovato mai, meglio tenercela buona, che so che servi, lo so bene che a fare schifo probabilmente sono io, ma ad essere un pericolo qui non sono io, ho le spalle larghe e tanta esperienza alle spalle, e se non fossi stata io? E poi nemmeno il lato di un amore umano, con che coraggio mi hai chiamato compagna? ma io sono stupida e bigotta, no non me ne vado, sono folle per dirti hai ragione, ma no, lo ha detto male, è poverino, sono io, perché lo merito, perché le mie battaglie etiche con te valgono zero, anni e anni di lotte sulla propria accettazione, le donne, la violenza, l’anoressia, le crisi, sparizione come ora, la paura sono un mostro, devi essere diversa, mai come sei tu, nemmeno da bambina, maschio, devi essere io, mai come sei tu, sorridi come lei, quella bambina mi piace di più, e poi arrivi tu, certo vieni ma stai ferma, le altre sono belle alte meravigliosamente in serie, non vai bene, mai come sono io, solo come vuoi tu, ma non mangi mai, ma come mai, beh, guardati un attimo, vedi un po’ non tu, a darmi addosso sono io, quel problema, se è così, ti legittimo io, sono io, perché io riciclo, riciclo e pretendo di farne crema da spalmare, dei maleodoranti stronzi che non vedono che il loro ripiego, il loro ego.
Ma ci son stronzi, come i tramonti, che non stronzano mai.
Che poi, parlavamo del centrino, ma io non sono un centrino.
Libera. Defibrillatore di scorie. Libera. Defibrillatore di cattiverie, le tue. Libera. Anni e anni di battaglie su di sé per poi trovare te. Libera, ancora, libera, defibrillatore maledetto si è inceppato. Come la carta, la solita, ho fretta, alle poste. Libera, defibrillatore alle tue stronzate libera, defibrillatore.
Libera gli spazi gli occhi la mente, libera gli sgabuzzini, i sottotetti dai ragni le tarme i tarli e le cose pulciose di quei vomiti di quei ricordi che non fanno bene né a te né a quello che hai dentro, accanto, figura intera non spettro.
Alleggerisci le stanze, i cassetti, le mensole e svuota i secchi pieni di alghe melma e fango e gatti morti, e pezzi di sogni, di silenzi e carni e rimanenze trattenute da paure e godimento, da deliri e cattiverie.
Le tue. Gratuite.
Libera. Cesoie. Catene, le muffe, le tanto amate briciole le prendi e ci fai un collier di perle che alla prima pioggia si sciolgono con te.
Libera i cassetti i cestini e cestelli, distruggi i castelli retti dallo sputo.
Prendi un mattone e affogaci le aggressioni. Malsane parole scambiate per verità.
Io identifico i fragili gli egocentrici gli accumulatori narcisistici di dolori, agli antipodi di una buona dose di etica e delicatezza, gli stronzi, li metto sul posto più alto del piatto migliore in argento che ho. Mi chiedono tempo perdòno possibile rimessa a nuovo. E io sono centrino spazzino depuratore umido dio,  perché riciclo scorie. Stronzi, mondezza, storie. Parole vecchie sotto le spoglie di un nuovo corpo un nuovo modo una nuova estrazione.
Il sinior Moresca è un uomo anziano di tanta esperienza, si è rotto proprio le palle, vede una cartaccianon sua e la butta. Vede una cartaccia tua e la butta.
Non deludere sinior Moresca, arieggia, ricicla quel che puoi, regala, dona, riutilizza fin che puoi ma a un patto, solo se vuoi e non perché non puoi fare a meno di raccogliere ciechi razzisti intolleranti fascisti gli amori finti, solo per un pugno di sabbia e farci un nuovo castello di paglia, di trovare mondezza smarrita e ricucirla insieme al sapore di menta curcuma e cannella. Che schifo, lo ha esclamato anche il sinior Moresca.
Tieni quel che vuoi per te se non ti pesa, se ti illumina e ti dona luce e cuore, senza conto da pagare. Senza piedi da baciare e culo da leccare.
Le scorie, per chi fa questo per mestiere. La vecchiaia di un sentire reiterato e fallito, la sporcizia di parole dette per inorgoglire l’immagine di te, l’avidità e il terrore intollerabile di sentirsi vuoti se lasci quello schifo marcire con te, porta a morire lentamente, mentre tu non te ne accorgi perché dici che è normale. L’importante che tu viva io pazienza. Sono nata per accomodati accontentarti. Sto diventando mondezza.
Di asfissia, di odore, di rancore e di ripicca.
La mondezza, tenuta in casa non si ricicla. Puzza.
La mondezza, tenuta davanti agli occhi sperando che cambi in pane e polpette, puzza.
La mondezza dentro al letto, sotto al cuscino in attesa che diventi acqua da bere ti toglie la vista il suono e il tempo per cose buone fresche e vere.
Delicate rispettose e vere, non stronze passate per vere non vere per supremazia, ma scambio di idee, non aggressioni ma opinioni, non lame ma messe in discussione, discussioni senza occhi per guardare orecchie per sentire e cuore per amare sono scorie radioattive per innaffiatoi di sogni e amore da cullare.
Ogni volta che butti qualcosa, che pulisci qualcosa, che rinnovi per l’occhio e per la mente un sinior Moresca ringiovanisce di trentadue mesi, come il parmigiano, come la tua vita buttata a rincorrere la merda.
Abbi rispetto, per la tua storia, per te.
E non aspettarti che dentro i sacchi qualcuno capisca perché.

Fallo tu.

E basta, coi degli altri perché.

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