Sei ingombrante,

e non più di un certo tipo
Filo su copia in croce, non più centrino

Dare e darsi è meraviglioso ma di briciole non si vive. Di briciole si muore e non si costruisce, non è umano spaccarsi in due e spacciarsi per formiche. Non tutto deve essere per forza complicato, spiegato, tradotto, montato, smontato e tritato per essere capito.

Incontrai un giullare di corte, nella Francia degli anni Sessanta, che un giorno mi disse:
Buongiorno streghetta ti racconto una storia che apre una finestra.
Che possa aiutare a trovare il coraggio di ingombrare e mai vergognarsi, orgogliosi di non passare più in certe porte.
Che possa aiutare a mollare le croci che ci carichiamo e che non ci fanno respirare, prima che diventino un massacro. A tutte le giovani donne e i giovani uomini di età o di cuore che si sono trovati così, ricalcatori di un libro già scritto. Per dire ti dimostro che ce la faccio, e che importa se sparisco.
Ma se ricalchi un libro già scritto per cambiare un passato che conosci a menadito, un presente e un finale fallimentare, non pensi che manchi il tempo per il tuo ancora non scritto? che se ricalchi il ritrito non capisci neanche dove sta l’inizio.
Se cerchi cloni, con le stesse chiusure, perché pensi che con te divengano aperture?

A volte le parole possono fare molto male, ma certi gesti uniti a certe frasi fagocitano in un non senso che anche alle pietre e le zanzare farebbe pensare.
Forse quando c’è un motivo, dall’altra parte ci si può raccontare l’ha fatto per questo, e ti fa male, ma quando il motivo, non ha una logica, fa male di un male vuoto che anche al vuoto stesso fa male.
Mi chiedo se da qualche parte l’orgoglio lasci tregua ad alcune anime, e si possa interloquire senza dimostrare la propria superiorità, scendendo nei propri inferi, qui tra gli esseri umani.
Un giorno, in un paesino sperduto d’Alsazia, in un periodo di crisi di valori causato da opinioni divergenti sulla vita i sentimenti, le insalate, l’amore, l’accoglienza, i vaccini e il modo di comportarsi, un tale di circa sessant’anni disse a una giovane donna, la Sua Donna, una di quelle scomode, desiderose di essere ascoltate ma pure sottone, zerbine di prim’ordine dal carattere forte eppure devote e masochiste al cospetto degli uomini, con cui aveva condiviso respiri e bruciature, lavoro vita e notti, giornate di lacrime, rossetti, scogli tacchi e sorrisi dall’ultima estate: beh mi vuoi parlare? Decido io come quando dove e cosa fare.
Ti sei arrabbiata e mi hai cercato per giorni e io ti ho ignorato? Ti ho lasciato parlare da sola sentendomi ancora più desiderato?
Partiamo dal presupposto che tu non sali più in casa. Ci vediamo in macchina, per strada, non è obbligatorio vedersi in casa. Sei appena uscita dall’ospedale? Pazienza. Preferisco non vederci in casa.
Ma perché? chiese lei tre quattro volte senza risposta. È successo qualcosa?
Ma non si può avere un po’ di calore in un posto nostro che non sia sotto un inutile lampione? È tanto che non ci vediamo, come ci abbracciamo?
Lui non rispose se non con una altezzosa non negazione.
Lei non seppe mai.
La giovane donna non era né vittima né santa, come spesso si incasellano le donne. Era una Lei, con le sue forze e le sue fragilità.
Ma viveva con la colpa copia in croce di esprimere la propria opinione.

Ecco cosa fece di tanto grave.
Smise di fare il centrino sull’altare.

Aveva messo in fila, a volte tremendamente esausta, ma sempre con una lucidità che la contraddistingueva nei momenti più dolorosi della vita, qualità che avrebbe fatto invidia alla trincea, scusandosi come al solito troppe volte, articolando, facendo capire, smontando e rimontando, senza salute, senza una casa, in solitudine di quella solitudine atroce che si ha con le persone accanto, cose che a lei non stavano più bene di quella, da lui, definita relazione. Del modo in cui lui la definiva compagna. Del modo in cui non la vedeva. Sei la mia compagna. Sei importante. Sei tu.
In che senso, però? Così per me non è.
Allora tu non sali più in casa.
Non capiva.
Quando, nel dolore più profondo, le venne in mente una scena.
Sapeva che nella sua casa, come fosse un castello incantato, solo pochissimi eletti potevano varcare la soglia. Castello anche suo, da un po’, in cui aveva riso, pianto, cucinato, fatto l’amore, regalato, chiesto scusa (aridaje), organizzato, accolto, non compreso, tollerato, giocato docce da sola docce in due, giochi col cane, dove si era presa cura di lui, del cane, di quei riti che fanno casa, amore, che a lei era sempre mancata, castello con i familiari di lui, dove aprivi la porta ed entravano le pizze.
Il sogno più grande della sua vita.
Ma è bastato poco, dovevano vedersi per ballare un lento abbracciati a cui lui aveva detto sì, per spalmare i corpi di un balsamo dolce e buono e pieno di baci, quel balsamo sulle ferite e parole dette male, dettate dal dolore, dalla mancanza dalla voglia di conoscersi e andare avanti, desiderio di costruzione, progetto e amore, voglia di aversi e ripartire dopo settimane. Perché tutti sbagliamo, ma cosa, davvero, di volta in volta? Accorarsi, appassionarsi, tollerare sempre, spiegare tentare implorare far capire cercare una soluzione provare, mentre un muro alto come una muraglia si erge a ogni afflato, può essere un errore? ma ci sono gesti e parole che fanno male come pistole.
E con alcune persone sì, tollera, che è un grave errore.
E quella espressione, tu non sali in casa, per la giovane donna che senza limiti di anima e tempo, pazienza che lui chiedeva e seconde possibilità scontate, scivoloni e mancanze di rispetto grandiose, aveva dato, senza pesare contare o rinfacciare, come suo solito, a un uomo, che questa volta credeva più maturo perché di parecchi anni più di lei, le aveva invece squarciato lo stomaco e il cuore.
Raggelò.
Ricordò quella frase, quando abbracciata sul suo petto mentre gli faceva i massaggi che lui adorava, e che lei avrebbe fatto anche senza mani pur di appagarlo e vederlo felice, e raccontava di sé, perché era sempre nel suo discorso che si ritornava, che un giorno le spiegò.
Sai bene che in questa casa entrano persone solo di un certo tipo.
Lei, improvvisamente, dopo settimane di dolore fisico e psicologico, dopo giorni di desiderio di amore, di suo accudimento, di presenza, di sue parole buone, dopo mesi di sogni, di non senso di paura di non essere mai come lui la vuole, non era più tra le elette della corte.
Non era più di quel tipo.
Di quel certo tipo.
E truce pensiero, così stupido per molti ma per lei importante, non mollava. Che cosa aveva fatto per meritarsi cancellazione?
Usare punizione, sul suo punto più scoperto, quel nervo per lei delicato.
Casa, sentirsi parte, quel che da lui aveva lasciato, il cuore che ci aveva strizzato, i seni nudi sulle gambe i respiri sulle pareti. I corpi intrecciati sulle paure, le campane, l’amore domenicale.
Ti ho fatto i piatti così non ci pensi al tuo rientro, buon viaggio torna presto te lo scrivo sullo scottex, torna presto che qui con la cagnetta, io ti aspetto, vorrei essere lì con te, ma tu non me lo hai mai detto, ti vorrei qui con me, ma tu non me lo hai mai detto, perché sono orgoglioso di averti con me, e non ho paura della vita del mondo dei sentimenti, ho sessant’anni, che mi importa ora, tu che hai una vita davanti la stai usando con me, sei preziosa come una stella alpina, ma tu non me lo hai mai detto, me lo ha detto tuo cognato.
Ma io te lo dico e te lo scrivo lo stesso che per me può anche non esserci il sesso, io ti cielo, sei il mio orgoglio io ci sono, ti capisco, io resto e ti comprendo. Mi commuovo al tuo sguardo mai visto prima d’ora mentre alle due di notte mi dedichi Per Farti Felice e mentre facciamo la spesa, sogno come sarebbe una vita senza il tuo terrore di vivere la vita, perché no, avere un figlio con te, tutti insieme a cercare i biscotti per la sera in cui ti ascolto smarrita, col tè verde e un tempo che si divide solo alla nostra morte.
Si sentiva peccante e colpevole di una colpa indicibile. Per plasmarsi a lui lei aveva smesso di essere come era, non si poteva sognare, non si poteva desiderare, parlare del domani del futuro, nemmeno per gioco, leggerezza, desiderio di non volersi perdere, lasciare, di voler proseguire nonostante le crisi e le incertezze. Le parole le spiegazioni spese non andavano mai a buon fine.
Per non ferire lui per non essere sgridata da lui, lei aveva smesso di essere romantica, coccolosa, amorevole come lo era di sua natura. Lei avrebbe voluto fare la differenza nella sua serie di donne che se ne erano andate.
E forse iniziava a capire il perché.
Ma nemmeno lei era più di un certo tipo, nemmeno per il rispetto di quel che si era condiviso, per dirsi è finita, saluto il cane, il coniglietto, l’osso donato.
Come fosse mai esistita.
Non era più quel tipo. Non più della corte.
Lui non rispose. Non seppe mai il perché.
O forse lo sapeva bene, ma alla giovane donna non era facile accettare le cose per quelle che erano. Come il disinteresse, il menefreghismo, la poca sensibilità, l’egocentrismo, l’altezzoso muoversi dentro una relazione dentro il corpo di qualcuno che chiami compagna.
Vedeva il suo copione reiterato, ma sempre più raffinato e atto a fallire, le relazioni quelle impossibili, come tutte quelle in cui purché tu esista, io sto all’angolo dove mi metto, dove tu mi metti e non dò fastidio. Per non darti fastidio.
Bastava che lei parlasse, si diceva, o almeno era ciò che lei si raccontava, che l’altro impazziva.
Come quella volta e quell’altra ancora.
In realtà pur se lei stava zitta l’altro impazziva, ma lei pur di caricarsi di responsabilità e colpe e mostruosità faceva una addizione speciale e si faceva tornare i suoi conti speciali.
Ma non tornavano mai. E faceva acqua da tutte le parti cercando di arrotondare un quadrato che vedeva solo rombi e non aveva spazio.
E forse da qualche parte per lei era una vittoria. Anzi senza forse e senza da qualche parte.
E quando si alza troppo il tiro nell’universo dell’impossibile, poi la caduta fa più male. Le parole, sempre le stesse ma sempre più raffinate e maleodoranti, le cure che d’amore non hanno niente, i silenzi che allontanano, i grazie che chiedeva per la sua presenza e quella dei suoi familiari, il vivere solo per un’immagine consumata. Fuori e dentro di sé. Perché ho problemi e tu non puoi mettermi ansia.
E qualsiasi problema tu abbia rispetto ai miei ti dico che valgono, ma non valgono niente.
Mi dici che stai male? Amen. Ma non lo dico che fa pacchiano, lo agisco.
Parliamo? ora?
Peccato, ma ho da mettere ansia altrove, ho da combattere per un vero amore a doppio senso, e arrabbiarmi ogni volta che mi va senza aver paura di morire, devo lasciare croce incombenze e colpe, gli zerbini si consumano e stanno alla porta, non sulla pelle delle persone. Ti ringrazio, ma non ci sono più.
Io non tollero più.
Era un cuore ingombrante.
Anche le sottone poi scappano, ed è un po’ tardi per per pretendere altro.
Le età? non contano nulla, se non in negativo, per molti non sono che stucco e cecità, se di quelle età nel tempo non ce ne siamo fatti qualcosa, al contrario servono solo ad esacerbare cose che da sempre ignoriamo di noi.
Questa è una storia aperta. Fatta di croci. Cloni. E libri già scritti.
Ma è anche una storia già vista e come tale è anche molto chiusa.
A te che leggi, ne puoi fare ciò che vuoi.
Continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai?
Parola di De André, ma anche di Croce, giullare di corte

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