La Colpa Più Grande

è vero, la hai
Filo su tre bare, ma una, sebbene abbia ancora un chiodo, sa scappare

La colpa più grande. È vero, la hai. Si chiama Identità come Persona. A piangere sulle bare, abbiamo sempre gran talento. Ad accettare che qualcuno prenda coraggio per cambiare il corso delle cose no. Tanto peggio se si arroga il diritto di cambiare per vivere la propria vita. Se accanto a lui, non sono mai riusciti.

Uscire dalla bara mentre gli altri muoiono è la colpa più grande che hai, ed è vero la hai. Lanciata, urlata, inscenata, data, presa sposata, con tutte le scarpe.
Fiorire d’inverno mentre attorno il gelo annienta le ossa è la colpa. È vero, la hai.
Colpa è venir fuori con la tua identità personale, sapendo che hai sempre tenuto quella dell’Altro cosicché non si trovasse senza, te la tengo io, di modo che ogni giorno ti ci riveda, ti ci rispecchi, parli la tua voce, la tua lingua, le tue parole, e tu non possa trovarti smarrito, te la tengo io, di modo che non senta quel vuoto di cui hai terrore.
Faccio io per te.
Rido per te. Piango per te. Vivo per te. Cerco per te. Placo per te. Risolvo per te. Non voglio che mi rimanga niente, io ce la faccio. A me non interessa, importi tu e il tuo perché sulla terra, che senza quello, moriresti. Tu artefice della mia vita, deus ex machina, sono la tua identità.
Uno, tre, nove, quindici, diciannove.
A volte, metteva un occhietto fuori dalla bara, un ciuccio, un sandaletto, poi shh non farti vedere troppo, stai in silenzio, che ti si vede, tornava dentro lesta lesta, non si sa mai. Poi un giorno un piede, una ciocca. Ti piace questo taglio? Diceva, provando a scorgere un’espressione che non fosse contrita, in diversi e ancora diversi modi ancora, perché fosse orgoglioso di lei, perché qualcuno si sentisse felice di lei, con lei, grazie a lei.
Ma mettevano sempre il muso, le grida, le colpe. Quella colpa così dura, e così chiusa, invalidante, ora aveva un nome.
Si chiamava identità.
Delusione. Ho deluso un’altra volta, sono uscita troppo dalle linee in cui mi hanno messo, in cui era bene stare, in cui non dare fastidio ed essere impeccabile è l’olio perché il meccanismo funzioni, se non tengo questa posizione crolla tutto, e tutto così è stato. Torno dentro. Subito. Non valgo niente fuori dalla bara. Scusa.
Taglia quella ciocca. Sei orribile.
Una gamba. Un seno.
Un seno? Come un seno? Che è un seno. Io non lo avevo previsto. Non lo avevo messo in conto.
Un chiodo, ah, lo fisso qui, devo cercare di toglierlo questo seno, perché questo seno non mi piace, non è contemplato nella mia identità.
Poi un azzardo, dalla bara uscirono due gambe, il busto e una mano, una vagina.
Una che? Una vagina? Tu? Ma che scherziamo.
Fila dentro e non farti più vedere. La bara te l’ho costruita io, la maniglia, non è permesso lamentarsi, parlare, tanto lo sai, se lo fai che accade, son fatto così, basta, fai quello che ti dico, non fare domande, fallo e basta, se ci sei è grazie a me, il lavoro che hai è grazie a me, il velluto della bara è grazie a me, ho fatto sacrifici per questo legno. Non ho mai smesso di forgiarla, questa bara. Non ho mai preso ferie, per te.
Guarda com’è bella.
Eppure, un giorno, l’identità uscì, uscì in tutta la sua grandezza da quella bara, nonostante ci avesse provato, per tempo, a mettere fuori più di un piede, i tentativi di capolino non tennero più, il mondo la reclamava.
Egli il baratro lo vide, non ho un senso, si uccise. E lei con lui, incapace di parlare, volere, difendersi, la seguì.
Identità come Persona invece uscì tutta e scappò via col male, le minacce il dolore che nessuno conobbe mai.
Ciocche, unghie, vagina, gambe, fianchi, occhi compresi. Lasciare la bara non fu immediato né facile.
Se la sentì per anni, ancora addosso. Giudicante e pretenziosa di specchio. Passarono gli anni. La bara restava comunque una cosa attaccata. Ma si sgretolava. Poté constatare, proprio come le era stato rinfacciato, in effetti, era stata fatta veramente bene.
Lei che lo seguì, un giorno, vedendo Identità come Persona uscire dalla bara, risorse, ma si mise addosso qualcosa più simile alla pezza che attacco del sintomo, scegliendo una morte tutta sua, più edulcorata rispetto alla precedente, spacciata per vita.
Bel passo avanti, non la stessa di certo, ma pur sempre morte, spacciata per vita. Venti, ventidue, venticinque.
Parassitò. E Identità come Persona accolse. Accolse, come sempre, risolse, salvò. Identità non sua.
Ma ovviamente, niente cambiò.
Si fece di nuovo trascinare nella bara, quella che molti anni prima aveva abbandonato.
Identità come Persona lasciò andare quella piccola, forte, sua identità personale che aveva coltivato faticosamente, punendosi negli anni, per appagare nuovamente identità dell’Altro richiedete. Impossibilitato ad avere la sua.
Bara. Ancora una volta.
E di nuovo litania antica: Colpa è venir fuori con la tua dentità personale, sapendo che hai sempre tenuto quella dell’altro cosicché non si trovasse senza, te la tengo io, di modo che ogni giorno ti ci riveda, ti ci rispecchi, parli la tua voce, la tua lingua, le tue parole, e tu non possa trovarti smarrita, te la tengo io, di modo che non senta quel vuoto di cui hai terrore.
Faccio io per te.
Rido per te. Piango per te. Vivo per te. Placo per te. Cerco per te. Risolvo per te. Io ce la faccio. Non voglio che mi rimanga niente, a me non interessa, importi tu e il tuo perché sulla terra, che senza quello, moriresti. Tu artefice della mia vita, sono la tua identità.
Identità come Persona, si stava lasciando morire di nuovo.
Lei allora ricominciò noncurante la sua edulcorata morte, parassitò, riproponendo come e dove trovava spazio la litania.
Era così facile che in Identità come Persona ancora attecchisse quel diabolico delirare: quel non essere vista, richiedere e salvare, non sapeva dire di no a quelle pretese, accusanti di abbandono.
Così senza indugio si lasciava trascinare sul precipizio del burrone per lasciarsi andare a ciò a cui era abituata: cadere tutti insieme, pronta a immolarsi. Di nuovo a mani strette nell’incapacità identitaria altrui. Tappando il loro vuoto insoddisfacente, col furto della sua.
Un mattino freddo e senza sole, Identità come Persona, pelle e ossa, si svegliò.

 

E con quell’occhio grande di chi aveva già ucciso se stessa troppe volte per appagare identità non sua, si ribellò.

Memore dei suoi così vuoti tentativi.
Anche se costerà una nuova colpa, sempre la stessa, e una nuova uccisione lucida?
Anche se costerà una nuova colpa, sempre la stessa, e una nuova uccisione lucida.
Se ne andò.
Lei che parassitava ritornò a scegliersi una vecchia tossicità, poi un’altra, e un’altra ancora.
Persona.
Identità.
Non sua.
E Identità come Persona?
Aveva trovato finalmente un nome alla sua colpa. Ora poteva farne qualcosa.
Alla gente importa il risultato delle cose.
Ma delle cose sbagliate.
Nel modo che salva, non nella maniera che indaga per capire, lavorare, proteggere.
In questo caso infatti, che serve alla platea il come che santifica, e non il risultato, se ne fotte.
Ella vede e valuta solo un elemento in questo caso, quanto la vita è o è stata condivisibile, santificabile, dolorosa e dilaniante, per dire, ma che bella persona, ma poverina, cor gentile, sempre stata così cara. Ha dato tutto a loro e niente a sé.
È molto nobile questo gesto, ma per quanto nobile sia, porta alla morte.
E niente a sé. Come fosse un pregio, una somma liturgia.
Mentre venir fuori come Persona da una bara, e non da cenere o scheletro, una colpa.
Era questa la sua più grande.
Scegliere di vivere da un cimitero, e scegliere altro.
Senza punizione continua.
Come realmente stesse quello, come realmente stesse quella, quell’altra o quell’altra ancora. O come è stato, com’è stata, non importa.
All’intorno attorno, se sarete felici o meno, se qualcuno si salverà o no, non importa.
Importa quanto è stata immolante, straordinaria, fortissima, quella vita, per dirsi, e ridirsi, ma che brava, che esempio, che meraviglia, che coraggiosa, che persona, ci ha provato in tutti i modi. Ha fatto l’impossibile. Ma.
 Quel ma fondamentale che esce di bocca, alla fine della idolatrìa, è un ma vuoto, automatico, di cui non si riconosce significato. Ma.
Ma non ci è riuscita. Ma tanto non è la nostra vita, a noi che ci importa, no?
A piangere sulle bare. Abbiamo sempre gran talento.
Ad accettare che qualcuno prenda coraggio per cambiare il corso delle cose no. Della propria vita tantomeno.
Per i guardoni, i vicinissimi, ma pur sempre guardoni e giustizieri, chi resta in vita resta ingrato, egoista, colpevole. Perché ha salvato sé dal baratro e con sé, in realtà, senza saperlo, tutti quelli che la colpevolizzavano, ma questo nelle loro bare, loro ovviamente non lo sanno. E nemmeno la platea.
Senza l’identità specchiata da Identità come Persona le bare muoiono e vivono e rimuoiono e rivivono da scheletri a loro piacimento.
Mentre Identità come Persona, che ha scelto, un giorno atroce e poi un altro e un altro giorno atroce, di averne una sua con grandissimo dolore, ma non nella maniera condivisa dal popolo, ignorante e malvagio è destinata alla colpa.
Era una colpa non farsi trascinare nella bara chiusa per sempre prima, ancora una volta poi, buttarsi nel burrone con loro sarebbe stato più scenico, selfie cimiteriale, piazze, concerti e memorial. Vero?
La colpa è uscire dalla bara come Persona, scegliendo sé. Mentre davanti a te c’è chi tira dritto senza vedere i segnali luminosi che hai messo loro.
Identità come Persona è scappata.
È scappata dalla morte.
Facendo i conti con quella colpa, con quel dolore da sciogliere. Con quelle identità vuote.
Spezzando la litania del che meravigliosa bambina, ma ahimè non si è salvato nessuno.
Invece di vedere il risultato. Vivi tutti. Sempre nelle loro lucide bare, ma vivi, e a differenza sua, non se la passavano nemmeno troppo male.
Se poi di quella vita non erano in grado di farci niente, questo non doveva essere più, per quanto dilaniasse, affare suo. La sua più grave e pesante colpa.
Se Identità come Persona aveva le risorse e la forza di scapparvi sempre, si privava di tutto, per pagarne il prezzo. Dopo anni, morire e non avere una identità sua, fastidiosa per il meccanismo dell’Altro le veniva automatico, morire lo stesso anche senza bara, per continuare il romanzo, per fare da specchio a identità non sue, e continuare a morire comunque, scegliendo la bara, a distanza, comunque.
Per pagare il prezzo a vita per avercela fatta, a differenza loro.
Ma ora poteva farne qualcosa, perché quella morte, aveva un nome. Identità non sua. Rubata da chi doveva ogni giorno preoccuparsi di aiutarla a scoprirne una.
Perché ognuno ha il diritto di scegliersi la morte che preferisce e in cui ama stare, a cui desidera dar da mangiare. Non devi pagare un prezzo ogni volta, se tu hai deciso di piantare alberi, e non di forgiare bare, per tutta la vita, da rinfacciare.

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