Nina, di più

Lanzanina
Filo su nina, di più

Nina era un mirtillo. Tondo. Con le foglioline verdi.
Nina era dolcissima, un viso d’altri tempi. Amava andare a funghi e finocchietto insieme ai lamponi e i ribes.
Ascoltava i Pink Floyd e la Pantera rosa era il suo cartone animato preferito. Aveva tutte le ventiquattro cassette.
Nina amava usare le mani. Per stirare, per ritagliare, per cucire. Per abbracciare. Amava ballare. E recitare. Disegnare. Colorare.
Nina era un mirtillo. Tondo. Con le foglioline verdi.
Nina era bellissima, artista, femmina, speciale.
Nina si faceva male.
Aveva tolto tutti gli specchi da casa, aveva una bilancia lilla. Soffriva. Si pesava ogni giorno. Controllava tutto.
Nina viveva in una casa in cui bisognava farsi schifo. Schifo il corpo, schifo il carattere, schifo le braccia e le gambe, schifo il cibo, perché se non sei un mirtillo sportivo che cosa mangi a fare, e pure se sei sportivo, anche meno, che se non sei un mirtillo stretto sottile e lungo non sei un mirtillo che i tuoi genitori avrebbero definito bello, con un bel fisico.
Appunto. Non sei un mirtillo.
Ma Nina era un mirtillo.
Schifo le risposte, schifo il tempo, schifo le scelte, schifo la pelle. Troppo viola troppo buia troppo triste troppo timida troppo bassa troppo alta troppo piccola troppo mirtillo.
Ma Nina era, un mirtillo.
Non sorridi come i lamponi, devi essere più spigliata più socievole, guarda che belle le figlie dei ribes, perché tu non sei così? Solare felice e spensierata.
Ma Nina non poteva rispondere, perché nella casa dello schifo, le domande non erano vere domande. Erano risposte. Erano affermazioni, erano sentenze.
Nella casa dello schifo tutto era permesso ma niente era concesso.
Nella casa dello schifo si gridava, si lanciava, si insultava, si piangeva, si abbandonava, si strappava.
Tutto era permesso, niente era divieto.
Tutto si studiava ma nulla si poteva.
Dal silenzio, col silenzio, col non detto, con le aspettative degli sguardi e della colpa.
Nina avrebbe voluto che qualcuno in quella casa si accorgesse di lei per quella che era, per quel che pensava, per quel che voleva. Perché non sorrideva. Perché piangeva.
Allora invidiava le figlie dei ribes, perché erano le preferite dei suoi genitori. Ma guarda quella, se solo fossi più così e anche più cosà, se solo avessi questo qui e non quello di lì, ma guarda, guarda così, guarda cosà, devi più in lì e pure più in là, sì, vai vai, va là.
Orizzonti apertissimi, cultura vivissima.
Intorno ottusissimo, emozioni repressissime.
E mai qua, no, non si guardava mai qua. A quel che si aveva. A quel che si era, a quello che c’era.
A quel che Nina era.
Nina non sapeva quel che era, sapeva solo quel che non era, quando mancava, quanto non sapeva, quanto doveva, quanto non si poteva, quel che non sarebbe mai stata, quel che probabilmente non sarebbe voluta essere mai.
Sapeva solo come si faceva schifo a se stessi e come si doveva apprezzare gli altri, ponendo su un piatto d’argento ogni essere che le si presentava davanti.
Persino i cacciatori.
Tutti hanno qualcosa di buono, e tu, Nina, devi accettare tutto, tutti, prenderti i pacchetti completi, perché tu, tu sei complicata, sei probelmatica, sei complessa, sei difficile, sei troppo. Come ti permetti di dire qualcosa sugli altri, avere un tuo pensiero? Pensa a te stessa e basta. Pensa agli altri e basta. Devi pensare con la tua testa, avere un tuo pensiero.
Sei zero.
Ma Nina, tu non devi pensare di essere zero.
Perché ti senti zero? Peggio per te, dipende da te se ti senti zero. Dipende da te se ti fai trattare da zero.
E così sempre, così per sempre.
Nina col passare del tempo si era convinta che per piacere, per aggradare, per inorgoglire, doveva essere di forma ovoidale e col ciuffo rigido, ma non sapeva perché. Tosta, teccia, tenace e forte. Non capiva bene, ma sapeva che essere così faceva felice il suo intorno e non dava fastidio.
Anche se non glielo dicevano mai che era bella. Che era brava, che era.
Ma ormai l’avrete capito, nella casa dello schifo le cose non venivano dette. O erano urlate o silenziate.
E si dovevano interpretare.
Rapidamente, velocemente.
Ma perché non sei curiosa non fai domande, non vai a scoprire le tane, perché non canti, perché non parli, perché non sollevi la voce, perché non decidi e se decidi decidi e sbagli?
Nina, su, ma che 

problemi hai.
Allora si era messa di impegno. Giorno dopo giorno, a migliorare sempre.

Mentre a farsi schifo, la religione era diventata sangue. Nella carne e nella pelle. Non ci pensava più. La agiva. Boicottandosi. Con tutte le forze che aveva.

Non riusciva più. A mangiare a parlare a esistere a uscire. Tanto non era capace a fare niente. Che serviva uscire? Gli altri erano e sarebbero sempre stati più bravi di lei,in qualsiasi cosa, vedi le figlie dei ribes. Laureate, in carriera, famiglie felici, regali, abbracci.
Vuoi diventare confettura? Ma cosa pensi di avere di più delle altre confetture, diventando confettura? Cosa puoi pensare di dare in più degli altri e delle altre?
Di più.
Da quel giorno, il piccolo desiderio che si era permessa di esprimere nella casa dello schifo, si vergognò e morì.
Nina ci provò tenace e coraggiosa, aggirando e raggirando il desiderio, ma la sentenza era stata totalizzante. Come un incantesimo. Perché tutto ciò che usciva da quella bocca, era legge.
Nina non si sentiva di avere niente.
E anche lei, per essere come gli altri, accettata, doveva essere in tempo, nel tempo degli altri, per non essere screditata, laureata, ovoidale, viola, col ciuffo teccio, famigliata, felice, spigliata a voce alta. Altra.
E nemmeno più come le figlie dei ribes che sorridevano vispe come da piccolina, ma oltre, sempre più oltre, oltre le figlie dei ribes, oltre i figli maschi dei lamponi, sempre di più di più, studiare di più, fare di più, muoversi di più, vincere di più, sapere di più, ancora di più, scoprire di più, pensare di più, di più di più di più.
Nina di più, era così che si sentiva in pace col mondo.
Perché il mondo, rispetto alla casa dello schifo era un posto buono, bello, libero, rispetto a quella casa, rispetto a quello che era lei, lei era un mostro, mirtillo tondo e gonfio come lo zero, quindi doveva lavorare su se stessa, per essere nel bene, per migliorare, per essere come gli altri, che essere come gli altri, era un privilegio. Imparare dagli altri, era un privilegio. Non smettere mai. Ma non devi guardare gli altri non devi essere come gli altri, devi avere una tua personalità. Sei piatta sei triste sei sciatta sei gli altri. Il mondo è un posto brutto.
Nina, si sentiva brutta, mancante, incapace. Handicap, panico, morte.
Goccia dopo goccia, come l’acqua che scava il calcare e non te ne accorgi. Non rimane più niente.
A Nina, da tempo, e per tempo, non era rimasto più niente.
Che reiterati tentativi di essere come il mondo, per il mondo, sul mondo, nel mondo.
Appagarlo. E vederlo felice.
Così lei era felice.
E lo era davvero, felice. In quel demoniaco meccanismo, la felicità dell’altro era sempre e solo stato, nella sua instancabile ed esausta vita, prioritario.
Un pensiero fisso, essere il non essere, ovoidale, ciuffo rigido e teccia. Mondo felice. Accomodante, affermativa, confermativa a tutte le interazioni, alle domande che le giungevano dall’esterno.
Un giorno qualcosa si ruppe.
E Nina si ammalò gravemente.
Ma da fuori non si vedeva, era sempre lei, Nina piangente e sorridente. Quella di sempre.
La casa dello schifo aveva vinto. La religione del dovere aveva vinto. La morte aveva vinto. Il mondo era appagato dalle sue risposte, ma com’è che restava infelice lo stesso?
Nina aveva rasentato la perfezione in tutto, per tutti, su tutto.
Non aveva risolto niente.
Non si sentiva più niente.
Nina era tutto. Nina non voleva essere niente. Solo sé.
La storia di Nina finisce qui.
Perché si possa riflettere.

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