Lascia

Lascia stare
Filo su quiete. un cuoricino giallo,
di riso rosa raso

Molla, come si molla per dormire e sognare, eh, la fai facile tu, che la chimica ti viene ad aiutare. E hai un letto, anche se duro, su cui poggiarti.
Lascia.
Lascia stare, lascia che tutto si distrugga, che si sfaldi e si sbricioli come deve, smetti di tenere, di trattenere, di salvare, di pensare.
Lascia, come si lascia il filo del palloncino che tieni a fatica tra le dita, nel tuo giorno più bello, lui che spinge per salire su, è la sua natura, mentre tu vuoi ancora tenerlo a te, per avere l’impressione che l’aria, quell’elio racchiuso sia un po’ anche il tuo, in quel tentativo presuntuoso e umano di fissare per un attimo in un involucro l’eterno, mentre la sua forma tonda ed appagante, colorata e senza spigoli ti regala la leggerezza di cui manchi e non può biasimarti.

Lascia, lascia stare lascia, che le cose vadano, che facciano, che si uccidano, che si affidino al Padre Eterno, ai miracoli per chi ci crede, lascia.
Che tutto si smonti, che si frantumi in particelle piccolissime tanto piccole da non vederle più.

Tieni il tempo degli aquiloni, delle spighe di grano e delle ali delle farfalle, quelle che non hai mai rincorso.
Non c’era tempo, nemmeno per mangiare.
Sorridi, come seta che scivola sulla pelle, quel momento di sale e maestrale, di abbandono e di niente. Fiocchi di raso e rosa blush sul naso.
Sei bella quando sorridi, è come se qualcosa di te, senza che tu voglia, si lasciasse andare e tu, no, non te ne accorgessi, le labbra si distendono, e gli occhi sorridono, e le odi quelle labbra che non ascoltano, quando hai paura, loro che tremano, da sempre, da che ti ricordi, per i giornali, insieme alle gambe, i piedi, le ossa, e non sai come fare, eppure vorresti dire loro che è tutto bene, che va tutto bene, che non si muore, quando avrebbero bisogno di sentirsi coccolate, e al sicuro, e allora prova, provaci, ad abbandonare, quel senso di panico e tenuta, fortissima, forte cemento duratura.
Fosse solo per un paio di secondi oggi, tre domani, cinque dopodomani. Come puoi e quando riuscirai.


Pensa alla rinuncia, allo spazio.
Pensa alla pioggia.

Lascia che sia, lascia, come le briciole dalla tovaglia sul  balcone, i piedi bambini, con le fibbie ed i laccetti, sulle altalene i pomeriggi estivi.

Lascia cadere gli aghi, da sotto le unghie, e i cristalli perfetti, quelli tanto invidiati, incastonati nelle rughe del pregiudizio che hai tra le mani.
Lascia che niente pesi, lascia che niente ti pesi, gli zaini, le valigie, i mattoni e le tegole tumefatte dalla muffa e dalla recriminazione. Che te ne fai, ancora, di robacce sporche pesanti, non tue.
Lascia che si abbatta, si disfi, si snodi, non spiegare, non protrarre, non fare.
Quel che sceglie, quel che attecchisce senza sforzo, quel che è destinato a restare resta, resta comunque, anche se tu non fai niente di speciale. Perché non serve fare qualcosa di speciale, di speciale ci sei già tu.
Se puoi, scegli, scegli di vivere con meno, scegli il poco peso. Scegli il poco costo, una felicità che costa tanto, attenzione, no, non è felicità, non è di buona qualità.
Quel che vorrà vivere troverà il modo, del resto, poco puoi fare.
Se non che pensare a prenderti cura delle tue pieghe, ed aprire le ali, piccole, grandi, pennute, pelose, nude, spelacchiate che siano, e come uccelli aggraziati, sui pesi, sulle cose, sulle tempeste, tenerti forte al maestrale, mollare, planare.
E lascia, davvero lascia stare.

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