Cotoletta Lisca
Croccante
Filo su incastro
Lisca, cotoletta a doppia panatura croccante. Gioca col das e con la creta, creando cose bellissime.
L’uso delle mani l’aveva sempre affascinata, per lei era come sentire la terra sotto i piedi, un legame ancestrale e sicuro con la base.
Amante del contatto umano, animale, calore gratuito della vicinanza dei corpi, quello tattile, alla schiena del mondo, seduta, accovacciata, scalza, col sedere giù, come i bimbi. Studiare disegnare giocare per terra, sentirsi al sicuro per terra. Delle volte nel mondo non riusciva a starci proprio, e niente le dava conforto. Se non nella tana di A., o nella cuccia del cane o sotto le coperte, accioccolata su se stessa. A suo agio. Dove poteva smettere di essere sempre qualcosa qualcuno croccante saporita panata morbida succulenta col prezzemolo e senza, a fettine, intera, tritata raddoppiata, adattandosi continuamente senza lamentarsi mai. Non parlava se non era d’accordo dove la mettevano, dove era necessario stesse, lei stava: nel piatto fondo, in quello liscio, nel bicchiere, nella stagnola, nel freezer, che dio il freezer era durissima resistere. Nella mondezza. In frigo. Nel forno a microonde. Non rispondeva neanche su che sapore dovesse avere, salata, salatissima, insipida, dolce, caramellata, stopposa. Lei era tarata per adempiere.
Con eccesso di rispetto cieco per i doveri.
Lisca non conosceva la differenza tra il si può e il si deve. Ne confondeva gli ingredienti, facendone un pastone pasticcioso. Lisca non sopportava più, dopo anni e anni, far le cose “come medicina”. Mettersi addosso il limone, salarsi davanti e dietro, a lei davanti non piaceva, andare appositamente al mare di sera quando non c’era nessuno, quando il fondo non si vede, quando il sole non c’è, quando fa freddo, si perché lisca aveva freddo anche d’estate. Aveva problemi circolatori, di percezione del calore. A volte troppo a volte troppo poco. Ma doveva farselo andare bene. Perché così sapeva che faceva la brava, quando c’è sole niente mare, perché sapeva che per essere una Lisca perfetta non poteva stare al sole, perché si rammolliva, si stancava, e non poteva essere efficiente. L’estate era fatta per lavorare. E non si poteva stare al mare. Tranne di notte, per farsi il bagno e ammorbidire la panatura. Per poterla avere croccante e brillante il giorno dopo. Non ci si poteva rilassare. Di mattina il mare non se lo era potuto permettere da mai, così da grande la sua priorità era diventqta quella: capire a fatica come si faceva, ma era difficile permetterselo, da sola al sole, troppo spesso le veniva una grande malinconia. La malinconia del sole, che illumina tutto quello che fa male, le mancanze, i sensi di colpa, i si deve confusi coi si può. La solitudine. Cotoletta lisca amava così tanto il mare che nessuno poteva toglierglielo, nemmeno quando glielo avevano tolto. Amava da impazzire vedere il fondo, i suoi piedi, i pesciolini. La sabbia bianca, la doratura, quella a cui era abituata. Come la sua panatura. I colori blu azzurri verdi e turchesi. La sua palette preferita.
Imparando ogni giorno a sue spese la differenza col si può che non è uguale al si deve. Potere e dovere. Cambia tutta la panatura, non li si può confondere. Ma per Lisca avere a che fare col desiderio era molto più difficile che resistere. Se si ha freddo si esce dall’acqua! Non si resiste. Se ti mettono dentro un porta cotoletta scomodo si chiede di uscire, non si subisce, solo perché si deve. Se si è scelto una volta non è detto che debba essere per sempre. Basta con queste cose perché son come medicina, dei si deve perché è meglio perché rendi tutti felici perché non dai fastidio. Dai fastidio cotoletta lisca, tanto ma proprio tanto.
Bella che sei, Cotoletta Lisca. Non credere a quel che ti dicono che sei. Tu sei Lisca, croccante e morbida Lisca. E se non va bene qualcuno? pazienza. Mangiassero il vitello tonnato.
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