L’ippotigre non è un ruminante
Questione di stimolo
Filo su saggezza vaga
Avete presente un cavallo? Un cavallo medio bianco con le righe nere verticali? Che si sa, la riga verticale snellisce.
Ghiotto di sale, indole gregaria, è un animale breve e armonioso. Collo corto, bacino saldo, pancia frossa, spalla debole, zoccoli non particolarmente resistenti, occhio lesto, fiuto ottimo così come l’udito. Carattere docile. Temperento esuberante. Un cavallo senza frangia, e dalla coda asinina. Fiocco terminale si crini, vive in gruppi piccoli, aggregandosi anche con mandrie di migliaia.
Africano del sud, talvolta dell’est. Ama la steppa aperta e boscagliosa, non è attratto dalla foresta. È sobrio, mangia quel che c’è. E migra, più o meno lungamente insieme ad altri erbivori per scansare le siccità e beneficiare della vegetazione fresca dopo le piogge. Resistente e tenace. Ovviamente alcuni individui sono refrattari e poco socievoli, come noi tutti d’altronde, ma in generale trattabile e tutt’altro che indomabile.
Ama riposare nelle ore calde, in moto tutto il giorno anche di notte, e ama consociarsi ad Antidorcadi, Gazzelle, Bufali, Bubali, Damalischi, Gnu, Orici, Struzzi.
L’ippotigre. Un equino selvatico dal trotto poco disteso e irregolare, galoppo rapido e precipitoso e di scarsa resistenza. Che personaggio particolare. Che ci fa nella steppa come un cartello luminoso?
Vi siete mai chiesti come fa a vivere una vita di ansia quotidiana, come si nasce e si sopravvive sotto l’occhio continuo dei predatori? E non può nemmeno affidarsi al suo fisico, all’agilità, al peso, alla velocità, né agli scatti repentini.
Perché non perde il pelo dallo stress? perché non si mangia le unghie? Perché niente gaviscon? Perché non si lascia morire? perché è sempre di ottima forchetta? Eppure la zebra non ha una vita per niente facile. Non è nata per correre a lungo, non è sinuosa e leggera come la gazzella. Non è piccola e versatile. Ha una stazza non atta alla corsa. È stabile. Morbida. Riconoscibile e ben visibile tra i colori delle steppe da km, davvero poco camaleontica. Eppure pare non essere toccata dal fatto che, bianca e nera e così succulenta, sia la prima ad essere puntata e studiata dai leoni. Lei bruca, chiacchiera, sempre fiera, orgogliosa, bellissima. La perla dell’Africa.
Ma come fa? E soprattutto, perché la storia di oggi ha a che fare con la ruminazione? Non è mica un capra.
Eppure il senso è quello. La sua specie è legata a un fattore transdiagnostico (presente in molti disturbi) molto diffuso, il pensiero intrusivo ripetitivo. E la risposta del perché alla zebra non venga la gastrite, è già qui. Come avrete capito non stiamo parlando della ruminazione stomacale, ma di quella cerebrale. Piuttosto tossica.
La zebra si è adattata alla sua vita, o meglio, ha fatto in modo che la vita si adattasse a lei, al suo corpo e alle leggi della natura, e prima di salvarsi dai leoni, si salva da se stessa, innanzitutto. Per dirla con un lessico poco tecnico, ella non mangia se stessa, non si corrode tutto il giorno. La sua ansia è pari e proporzionale al pericolo. Il suo stress è concomitante alla presenza effettiva del leone. Poi stacca.
Come dire, dal punto di vista evoluzionistico lei non utilizza, come risposta di default allo stress il se in dubbio mi prepraro sempre al peggio così da mantenere uno stato eccitatorio costante e senza picchi (fight or flight response, risposta simpatico eccitatoria del combatti o scappa) in allerta (bias attentivo verso stimoli negativi) nei confronti di situazioni diverse, nuove, ambigue, come modo di affrontare il mondo, percepito continuamente come minaccioso: lei si attiva e si disattiva, in maniera piuttosto rapida.
La zebra non ha paura del picco, che intercorre da quel rilassante brucare a una improvvisa e fortissima attivazione cardio vascolare causata dal terribile occhio per occhio col leone. Lo affronta, lo vive. Sa che se si salva torna a brucare. Sennò, muore. Fine. Non pensa tutto il giorno al leone. Non serve. Si gode la vita nel lasso di tempo tra il riposo e il prossimo attacco. Tanto o va o non va. Tanto nemmeno in pancia del leone è utile ruminare.
Molti umani, per integrare le esperienze passate e future in un quadro che risulti coerente, cercano di mantenere sempre una condizione (che dovrebbe essere temporanea, ma così non è) di arousal ottimale, quindi di vigilanza perenne, rimuginando. Ruminazione, rimuginio e preoccupazione sono alcune delle nostre strategie di coping, ovvero particolari forme di adattamento per assolvere i problemi, che per noi contengono più possibilità negative davanti ai continui “ma, e se” della vita. Un meccanismo di evitamento esperienziale, quella difficoltà di staccarci dalle informazioni negative a causa di deficit inibitori dati da tanti fattori. Vulnerabilità psico biologiche come una amigdala troppo sensibile al negativo, ipervigilanza, dominanza del simpatico sul parasimpatico, eccessiva e prolungata produzione di noradrenalina e cortisolo (teoria dello stress) credenze, disturbi dell’umore, deficit di memoria, aspettativa, valore del nostro obiettivo, perfezionismo clinico, bassa autostima. Bassa variabilità cardiaca, che non permette di adattarci all’ambiente in base agli eventi.
Se allenassimo il nervo vago (detto nervo vagabondo, il decimo, il più lungo dei nervi cranici che irradia il corpo intero, gli organi interni, e il viso, fondamentale per l’interazione facciale) avremmo un cuore più adattabile, inibito, allenato, rallentato nelle frequenze quando serve. Un nervo prezioso, che agisce da freno. Senza tale elasticità in situazioni di stress e pericolo, col crollo vagale, non riusciremmo a parlare, ad ascoltare, a rapportarci col mondo. In balia del nostro buio nebbioso.
Chi ha bassa variabilità ha una bassa flessibilità.
Tachicardia costante in eterno pericolo per proteggerci? porta a una serie di controindicazioni e cambiamenti all’organismo per niente piacevoli, pessimi per la salute e per la nostra vita.
La variabilità, come in tutto, permette di allontanarci dalla fissità e di sopravvivere. Consente alla corteccia prefrontale di inibire l’amigdala.
Tale variabilità si può stimolare.
Non siamo bravi come le zebre, lo abbiamo capito. Ma possiamo almeno provarci, attraverso tanti piccoli rimedi, come l’ascolto di diverse frequenze musicali, alimentazione buona, esercizio fisico, psicoterapia, (aumenta la risposta tonica di base) respirazione profonda e lenta, persone gioiose, una vita sana e sincera attorno e dentro di noi. La salute del nostro cuore è lo specchio di come affrontiamo la realtà.
Abbiamo paura dei cambiamenti, abbiamo bisogno di sentirci sempre attivati, ma non troppo, per non aver a che fare coi picchi violenti ci scombussolano, come invece sa ben fare la zebra.
E voglio dire, se ce la fa la zebra che ogni giorno vive nella dicotomia del vivere o morire.. Almeno un tentativo potremmo farlo. Dai, su! Disponiamo di una vita sola e un solo cuore.
Sii un po’ più zebra anche tu, che sa che ruminare non risponde ai “perché” e rimuginare non risolve gli “e se”. Scialla, nei momenti tra un casino e l’altro, proviamo.
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