Il buon samaritano
E siamo tutti poveri cristi, fubona
Filo su bontà, ma quale?
il buon samaritano non lo vedi, da lontano. Dolce docile gentile e raffinato.
Ha bisogno di mantenere in piedi il suo ruolo, in ogni modo, che se ne accorga o no.
È il povero cristo che si batte perché la relazione funzioni e a tempo debito te lo rinfaccia, che dice di vivere per te, che ha dato tutto per te, la povera anima a cui tarpano le ali, perché il buon samaritano è buono, lui è troppo-buono. Il buon samaritano è una luce tranquilla, leggera e spensierata. Sensibile ed equilibrata.
Sei tu che gli rovini la vita, che gli fai più male che bene. Sei tu che sei da curare e hai-problemi. Il buon samaritano ama sentirsi comodo, più in alto è meglio sarà, e non lo dirà perché non lo sa.
Tu di solito gli fornisci sempre la più bella scala a pioli, illuminata di paradiso, infinita possibilmente, perché tu di nolimits te ne intendi a carriole.
E il tempo passa, e nulla si allarga.
Ogni giorno la torre cresce e la scala si innalza, si allunga e crea distanza, perché tu stai sempre un passo avanti, la metti a nuovo da brava donna, moglie, amante.
Stanca, sfinita, incazzata, triste, gioiosa. Non importa come stai tu, la devi sistemare purché lui non cada. Perché se cade sono dolori, dolori per tutti. E nessuno te lo chiede, sia chiaro, lo fai perchè sei furbona. O meglio, non è che non te lo si chiede, ci sono tanti modi per chiedere, e uno di questi non è a voce. E in quello tu sei molto furbona.
Qualsiasi cosa gli faccia vedere la realtà così com’è l’attaccherà, prendendoti per paranoica, fragile, insicura, pazza. Riversando le colpe della sua incapacità (quella che nemmeno sente, perché lui è più che capace) su di te.
Non potrà, non dovrà mai sentirsi minacciato nella sua posizione, perché nella paura lui ti spingerà giù, senza pensare. Non tollererà mai cambiamenti di scala, di pioli di velluto al sapor di paradiso. Non ce la fa. E non perché è tonto, tutt’altro. Ma perché non vuole. Dice dice, il buon samaritano. Ma non regge, non vuole.
Il buon samaritano è troppo buono, eppure qualcosa ti dice che non puoi condividere la torre con lui. Ma tu sei furbona, continui a fare finta di niente, ponendoti in basso, in errore, in colpa, zerbino emotivo, sottomissione. Che così viene meglio, a far sentire l’altro Dio. Eppure non vuoi, eppure tutto questo ti fa schifo, eppure accade. Eppure lo agisci, non ci riesci, mai, amare te stessa come ami l’altro, tu, lui.
Vivi dei complimenti che ti fa sulla cena, sul pranzo, sulle cose che gli dici, che scrivi, che fai, sui regali e le coccole che gli fai, sempre a mille, sempre presente, impeccabile, accudente.
E farlo di meno significa amarlo di meno. Ne sei convinta.
Vivi delle sue scuse, per ogni volta che non si accorge, per ogni volta che alza la voce, che gli chiedi tregua, che dici basta, con quegli occhi ti sgrida e ti guarda dall’alto per farti più paura, mentre scrive bigliettini per una notte intera, chiedendoti scusa per come si comporta, che non voleva, che è geloso, che gli parte la brocca, ma tu non ci dai peso, tanto è sicuramente tua, non è grave, è tutto normale.
Normale. Perchè tu puoi reggere tutto.
Ma se accade che sei tu a sbagliare, te lo fa pesare fino alla morte, se può. Perchè te l’ho già data una possibilità, tre mesi fa. Come se fossi un gioco a premi. a possibilità. E tu ci stai. Mica te ne vai. Fino a che non va lui, tu non vai, rattoppi il mare con le pezze di carta, piscio e sale.
Normale.
Vivi delle lodi che gli fanno al lavoro, perchè lui porta le schiscette più buone, ma che brava moglie che hai, le merende che gli porti a fine lavoro, per resistere fino alla notte. E vivi dei racconti che fa ai suoi colleghi, come fossi un trofeo da mostrare, come ti svegli alle sei, per preparargli le uova che lui possa avere a pranzo e a colazione, che lo fai per amore. E se non lo fai lui penserà che lo trascuri, che non sei brava, che non sei dolce e buona come ti ha conosciuto. Come lui ti ha voluto. La Lei che lui dice di amare, che vuole, che loda. Ma se sta male e sbatte la porta, lascia stare, fa chiusone ai videogiochi.E se lo isturbi, lo sai che lo devi lasciar stare. E tu devi sbollire da sola. Che importa, uno, tre, quattro giorni. Tanto che importa. E smette di amarti, senza dire niente. E se ne va.
Poi torna, che non so stare senza di te. E tu implori di capire, di ragionare, di fare, smontare e rimontare. Restare. Invece di buttare.
Nonostante tutto la schiscetta non manca mai, anche prima del tuo esame, anche se chissà come mai, la notte si discute, si deve discutere sempre fino a tardi, e non si può mollare, se non sei tu a mollare, non ci prova a tagliare, a rispettare la tua ansia, e non mettere il carico da novanta, prima di un grosso esame, se hai un momento non da perfetta, non da solita normale.
Ma tanto sei un eroe, da cui tutti si aspettano grandi cose. Che non parla non suda non sbaglia non morde non muore.
L’esame non lo passi, perchè sei stanca, perchè hai fatto chiusone, perchè non vali, perchè non sei eroe. Ma la schiscetta è stata più che buona, ricevi i complimenti, e sei felice. Perchè sei furbona.
Un giorno però succede. Un giorno sei stanca anche tu e succede. Mordi. Perchè non ce la fai più, ed è come se l’altra parte non si aspettasse altro che tu morda, quel morso sarà la ripicca dell’intera relazione, quello che si ricorderà, per lasciarti, nuda, davanti al sole. tanto il resto non vale.
Mordere. andare. Quello che tu non puoi fare perchè sennò non sei più improvvisamente la Lei che lui ha scelto.
Delusione.
E tu preferiresti morire che deludere. Perchè la conosci la fronte della delusione gli occhi di qualcuno che si aspetta qualcosa che non è. E tu improvvisamente non sei più. Perchè si scopre che non sei solo dolce, bimba moglie, amante, selvaggia passione, tarata emozione, santo equilibrio, eroe e perfezione. Sei anche altro, ma tu altro, non puoi essere mai.
Ed è una colpa. E’ la colpa. La tua.
Abituare qualcuno al cento e dare una volta novantanove è la fine. Basta niente, quel niente che per te è il nome primario del dolore.
Lasci che ogni desisione venga presa da lui, perchè sei convinta che se è l’altro a prendere una decisione allora la vuole davvero, perchè tu il peso di desiderare qualosa e proporla, col rischio che non piaccia o venga rinfacciata o che l’altro si senta incastrato, non lo vuoi, non lo tolleri. La cosa principale che dai all’altro è libertà. E decidere qualcosa è cdome toglierla all’altro. Sempre furbona.
Se lui decide vuole, e allora vogtlio anche io, basta che sia felice, basta che non si discuta, che non si svegli, un giorno e ti abbandoni. Vai sul sicuro. In seconda battuta tu accogli quel desiderio, quel volere, quella decisione, vuol dire che l’altro ci crede davvero. E non te lo rinfaccerà, e non ti abbandonerà.
Ma. E’ magicamente cos’ì che andrà. Perchè quella decisione, qualsiasi essa sia, non la reggerà.
Durante, dopo, prima, alla fine dei giochi, sarà sempre colpa tua, che lo soffochi, che lo rendi niente, che non riesce, a causa tua. Che decidi per lui. Tu che non dico mai la tua perchè rinfacci non ne vuoi.
E non capisci, e non capisco. E te la racconti. Avrai capito male, come sempre. Tu.
Poi un giorno ti dice che è stato un coglione, che non lo devi ascoltare e ti chiede come fai ancora a starci, con un buon samaritano come lui.
Pingi, piange, tu dimenichi in fretta, non hai senso del limite, a te non fa problema, lo abbracci.
Fate l’amore. Ripetizione.
A quel non è colpa tua ti senti di vivere. Hai sempre bisogno di qualcuno che te lo dica.
Eppure qualcosa ti sfugge. E lo sai che ti sfugge. Ma non vuoi capire. Non vedi, non senti, non puoi.
Resisti.
Fino a che accade che un giorno, di solito il peggiore in cui le cose decidono di accadere, quando risorse non ne hai più, improvvisamente sbatti forte contro il muro, apri gli occhi e capisci.
Che non ti stava parlando davvero, che non ti ha mai vista davvero come persona pensante, diversa e reale, e lo vedi che col corpo, coi gesti, con le scelte che fa, con le lacrime che coccodrillo come fa è sempre il contrario delle parole che dice. E la colpa è proprio tua.
Ma ne sei così cicura?
Te la vomita addosso coi suoi modi raffinati o con le urla, dipende da quale samaritano è, quell’ impotenza, quella colpa. In ogni modo si manifesti. A letto, tra la gente, in relazione.
Ma ti prego, apri gli occhi, è una sua questione. Non c’entri tu. Ma tu non vuoi sentire. E credi a tutto quello che ti si dice.
Nessuno rende niente qualcuno, incapace qualcuno, stupido qualcuno, impotente alcuno. Nessuno tiene in gabbia nessuno, se non in coercizione.
E’ una scelta, confusa e scambiata per troppe cose, ma è una scelta. E’ una tua scelta. Una sua scelta, e di nessun altro.
Di nessun altra.
Se non si riesce a dire no è una propria questione, che sia uomo che sia donna, è una propria questione, non si conclude riversando la colpa sull’altro.
La colpa immobilizza, uccide.
Il sesso non c’entra. Come esistono samaritani uomini e esistono samaritane donne.
La tua responsabilità invece prenditela, perché ad allungargli la scala sei tu. Sì, proprio tu. Perché più la torre è alta più la scala è infinita e più sarai tu a cadere dall’alto e spaccarti in pezzi. Perché sarai tu a cadere. Non lui.
A ritrovare i pezzi, da sola, sarai, nient’altro che tu.
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