Piccole Ali

Alcuni bimbi le usano per i grandi, i loro grandi
Filo su infanzia

Mamma. Tieni. Ti basta metà ala?

L’altra se posso la tengo per me, mi servirà, ora che stai per un po’ via. Tieni mamma, questa grande l’ho divisa, è mezza tua e mezza mia, l’ala grande, tieni qui, mammina.

Così non piangerai e troppo forte non stringerai, come quando, pronti via, arrivavano le grida. Che mi spavento ancora, anche se non sono una bambina. Guardavo ogni rancore prendere la scena, col terrore del silenzio, nessuno spavento, non è richiesto, lucida e impassibile, tu non mi vedevi, a ogni urlo, usandomi qua e là come gli occhi veritieri di uno scudo.

Ho giustificato e protetto ogni azione presunzione e debolezza, ma sei stata una egoista. Ho giustificato e protetto, ogni azione presunzione e debolezza, ma sei stato un egoista.

Ma niente, resti lì. Anche ora, resti lì.

Io non so che cosa fare. Non so più che inventare, per farti cambiare e potertene andare.

Ma a tre e quattro anni non accetti l’impotenza. Hai un vissuto sufficiente per non poter fare niente che stare a guardare e creare nuovi incastri di sopravvivenza. Di colpe e diniego. Che sono già grande, non preoccuparti, assorbo io, per il mondo intero.

Mamma io non so che cosa fare, sono triste tanto, ho paura tanta, ma sono felice tanto perché non soffri più. Tu non pensarci, te lo giuro me la cavo, sono stata e sarò forte, per tutti anche per te, io resto viva, te lo giuro, me la cavo, mamma stai ancora un po’ con me. Mamma. Dove sei. Che ti hanno fatto, non ti ho protetto. Mamma. Non c’è.

Ora sono sola, ho buio e mal di pancia, troppo freddo, non ho la copertina, ho buio, mamma posso dirlo una volta che ho paura? Spero che non soffi più, perché non voglio che soffri più.

Tieni mamma la metà della mia ala. È morbida, tiene al caldo il tuo silenzio, si dice che sia turchese e viola, la fine del dolore. Finalmente.

Via di qui, ti scongiuro, almeno ora, mammina, sai già come si campa di odio e resistenza, di gioco alla vita, di sputi e di insulti, finché non te l’hanno tolta, alla fine, la vita. Ma ora non importa, è troppo tardi. Che ascoltiate non mi mi importa. Sono sempre stata grande.

Io lo so che tu eri forte, così forte troppo forte, le avevamo sotto al letto, le ali all’occasione, che ogni mattina sotto al cuore mi mettevo, nessuno ci vedeva, nessuno ne sapeva, ed io tutte, a una a una, perché restaste su, tessevo, e ci crescevo, di piccole ali ci crescevo, da ogni lacrima, da ogni ferita, da ogni accusa sbiadita, penna che spuntava coraggiosa, ma ora no, la vita è finita. Non sono bastate stasera e io, la scorta l’avevo finita.

Stanotte purtroppo son stata piccolina, non grande come sempre, non brava come sempre, troppo forti quei dolori, le parole, le strette alla testa e i colpi ai polmoni.

E io piango ora piango, voglio volare di ali ben tese. Insieme. Mi dispero, ora posso? Mi dici se almeno ora posso? L’unica volta, se posso.

Ma non mi sente nessuno, non mi ha mai ascoltato nessuno. Mi sente qualcuno?

Io volevo proteggerti, volevo proteggervi. Felici e sereni, volevo sapervi, volevo curarvi, abbracciarvi, coccolarvi, ascoltarvi, nelle preghiere chiedevo di amarvi, anche ad Assisi in cassetta delle Grazie a Santa Chiara ci ho provato, a implorare il mio miracolo. Di stare un poco bene. Meno peggio. Ma vedo che no, non me l’hanno esaudito quel desiderio, anche solo un pezzo di un miracolino serio.

Forse ho sbagliato, ma dove, ho sbagliato.

Non davo fastidio, non piangevo, non facevo i capricci, io sapevo che era meglio, stare attenta precisa buonina, saggia bambina, quando si tornava, quando si restava quando si sbraitava, io così non davo fastidio e nessuno si adirava. Ma non bastava. Si adirava.

Io ci ho provato, tutto ho provato. Ma non sono riuscita. Non sono bastata. Non sono mai stata.

Sono stata in silenzio, zitta per zitta, ho giocato da sola, con le zucchine, le zucche e le galline, ho aspettato volassero le grida, placassero di sera, distrutta la soffitta, i vetri spaccavano le dita e quando mi abbandonavi per finta per farmi paura che avevi un’altra vita un’altra figlia, tu ti divertirvi, io mi accucciavo per terra al buio della tua follia e ci restavo, di lacrime e minestra, fino alla fine del tuo macabro teatrino. Poi dalla campagna, dopo ore ritornavi, ma io non ti capivo, piangevo e ti abbracciavo. Canottierina scalza e piena di spine, ti correvo dietro, nuda, ti pregavo, ma tu non mi sentivi, mi gridavi, di odio e disperazione, parole meschine. Tremavo perché avevo paura che facessi male più che male, che potessi far del male, di quel male più che male pure tu.

Avevo paura di stare con te, ti sei mai accorta? Non volevo te. Ma non lo dicevo, perché poi quel massacro era ancora più vero. Era il mio tacito torbido segreto.

Ed ero sicura, avevo sbagliato, lo meritavo.

I limoni, quei tetti spioventi, i pullman. Il Natale. Mutande abbassate. Lacrime disperate. Che colpa ne avevo. Che amore pensavi di avere per me? Che colpa ne avevo per voi due, per voi tre?

Nessuno viveva, di limiti, mai.

Che colpa avevo per farmi trattare così? che colpa ne avevo che ti trattava così?

Io ci ho provato a sparire, a non respirare a non esistere a non mangiare, a non dire, sicura, pensavo, così risolvevo, non sono riuscita, io non ci sono riuscita.

Piangevi lo stesso, gridavi lo stesso, gridava lo stesso, strappava lo stesso.

Tieni mammina le ali, ora è tranquillo e io sono sempre vicino.

Forse lo sai, non ero tanto brava, lo so che è colpa mia.

Se ieri era quasi ucciso, diceva colpa mia.

Se oggi ti ha ucciso, dicono è colpa mia, tu stessa sentenziavi, che soffriva a causa mia.

Le ali, per salvarci, io non voglio più. Voglio stare sulle gambe e una casa dove dormire. Sei andata. Ma non fa niente. Io me la cavo, sono grande, come sempre.

I bambini non sono stupidi. I bambini capiscono. Assorbono e soffrono, fanno di tutto per vedere i grandi, felici. Tutto. E quando i bimbi che non sanno ancora parlare, guardano, vedono, ascoltano, fanno finta di niente, non piangono, non mangiano, non è un vanto perché sono più bravi dei bimbi degli altri, c’è da preoccuparsi: stanno solo facendo ciò che noi gli chiediamo in silenzio, sparire, soffrire. Esserci meno, esistere meno, e non dare fastidio, perché loro lo sanno che i grandi sono pieni di rumore di dolore di odio e di frastuono e trovano i loro modi, per stare al mondo, per sopravvivere, per continuare a fare i giullari di corte.

Non si fa qualcosa per farlo per i figli, perchè farlo per i figli i grandi non lo sanno che è soffocante, nauseante pericoloso ed egoista per i bambini. Quando si fa qualcosa per i figli non si sente l’esigenza di dirlo, e nemmeno di rinfacciarlo. I figli non vogliono vederci morire e vedersi morire trascinati nel romanzo famigliare con noi. Ciò che i grandi fanno per loro, loro lo sanno già. Prendere con coraggio la nostra vita smettendo di prenderci in giro e farne qualcosa, è fare qualcosa per i nostri figli, curarci ed accudirci, è fare qualcosa per i figli, e li salveremmo, molto spesso dal male a cui sono condannati, quello di tacere. Subire e tacere.

Che si è sempre in tempo per morire, per vivere invece un po’ meno.

E le loro ali, piccole e delicate, preziose di sogni e gioiose luccioline, non servono a noi. Sono le loro, servono a loro, per rafforzarsi, crescere, scoprirsi, per sognare, per cadere e rivolare sfiorando la terra, col cuore intrecciato a desideri tra le dita. Fare qualcosa per i figli è fare in modo di tenere al sicuro le piccole ali che stanno spuntando, piccole ali che non servono a niente se non a sognare. Ali che non devono tappare, nè buchi nè tragedie, nè persone.

E con tutti quei lo-facciamo-per-i-figli, capiamo, se siamo fortunati, sempre troppo tardi, che non è mai così.

 

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