Aillte an Mhothair

19:50
Filo su fine. La Scogliera della Rovina si è staccata. Che inizio sarebbe stato, con un atto d’amore mancato rinnovato ogni giorno da borse d’acqua sotto gli occhi

Aveva capito, aveva decifrato l’incastro.
Rose aveva capito il suo incastro.

O almeno per un pezzo. Ma quel pezzo aveva distrutto la costa. Quasi per intero.
Ogni volta che lui parlava di sua figlia, lei moriva. Moriva di dolore. Perché la figlia, era lei. Quelle cure, quei dispetti, quelle porcherie, quei film, quelle carezze quelle meraviglie intime e leganti come zucchero filato, da condividere a letto, quando lei era stata malata per mesi non c’erano state. Nessuno la vedeva da sana, figurarsi ogni mese, da malata. Nessuno l’aveva vista mai. Nemmeno quei mesi passati su quel letto incastonato nella schiena. Il sole al mattino, per cui piangere.
E non era la cura a mancare, ad avere le medicine giuste. Era l’amore a non saper nemmeno dove andare. Era che nessuno si prendeva cura di lei, con l’affetto del gioco, del pensiero e del calore. Tranne gli sguardi, quelli di sempre, freddi e desolati, come fosse colpa sua, ripicca, disprezzo, distacco, dolore, accusa, ti sei ammalata è colpa tua. Peccaminosa. La tua natura. Nessuno si metteva a letto con lei. Nessuno giocava con lei. Dopo l’operazione, il silenzio. Quel silenzio che smise di parlare due anni dopo. Alla stessa età di sua figlia.
Assordando tutti. Facendo parlare tutti. Tacendo per sempre lei. E non importava a nessuno se studiava tutti i giorni e non ce la faceva, se con Hegel, nell’aprile del suo rientro, aveva tenuto banco, sbancando l’Abbagnano intero per ore, dal suo piccolo banco di rebus, graffiti, colori, astucci di lana rossa, spille, e paura di vivere. Ma a che serve sopravvivere se i tuoi sforzi non li vede nessuno. Aillte an Mhothair.
Ogni volta che lui parlava di quel tutto, il suo tutto, lei si sentiva morire, come una cosa fuori posto, in più, sporca, era lì che smetteva di essere figlia, mancata, bisognosa di quelle cure, desiderante della sua presenza, accecata di bene, da lui così attento, e restava la donna, il posto dell’amante, dell’oggetto del desiderio. Quel fuori, dal tutto, non ammette vie di mezzo. E lei si sentiva soffocare, tra le tappe di vita non vissute e lo specchio di lei nei racconti di lui che non era la sua vita. Che non sarebbe mai stata la sua. Gli occhi di lui padre su lei. Il fuori dal tutto. Ma il tutto ammette solo il fuori, il tutto è già pieno e non include. Mentre restava appesa, impiccata tra il bisogno di averlo avuto, come oggetto di dispetto mancato, il bisogno di essere sua figlia, e lui il padre mancato, e il bisogno di essere dispetto d’amore ora, desiderante, curva di donna. Portatrice di fecondità e di futuro, in un dove in cui cessavano le lacrime e i tentativi di fuga, fino a quando qualcosa non le ricordava di nuovo, a dispetto infinito, che lei un padre così non lo aveva avuto.
Ogni volta che lui le parlava della figlia lei moriva, perché la figlia era lei. Aillte an Mhothair.
Quella mancata, quella mai vista e probabilmente mai avuta. In quegli anni di profonda negazione di sé. Perché tu non esisti. E se esisti è per merito non tuo.
Un padre molto impegnativo, per così dire, da cui staccarsi. Una condanna che sapeva di infinito. A morte.
E una scelta che ora si faceva pericolosa, un’occasione, una posta in gioco alta, dove poteva guardare se stessa. Non dovendo accudire più qualcuno che non sapeva dove si trovava, ma che solido, sapeva il fatto suo, aveva aperto una porta verso sé. Le lacrime solcavano le guance. Profonde. Freddo. Dolore. Tremore. Sentore eterna di morte.
Vedo l’incastro asciutto, davanti a me.
Attacco di panico.
Aillte an Mhothair.
Era oggi che Rose compiva la sua età e mezzo.
Non lo sa nessuno, ma lei ci tiene a questa data.
Si sveglia sempre di buon umore quando è il suo compleanno e anche il suo compleanno e mezzo. È così bella come data, pensa sempre che le porti fortuna. E guarda sempre con meraviglia, e col dito, quella data passare sul calendario. Sin da piccolina lo dice a gran cuore, è orgogliosa, a dire che quel giorno, lei compie i suoi anni e mezzo. Come a dire che si fa il compleanno due volte. Ma nessuno lo sa. Vuol dire che ha fatto il giro di boa e un nuovo compleanno si avvicina. Che è più grande, più vicina ed essere grande e andarsene via. Magari felice.
Come un mezzo compleanno, quella cifra tonda e infinita. Rotonda come l’otto, che di fare curve non si stanca mai.
Ma non lo sa nessuno che oggi è il suo compleanno e mezzo.
Alle 19:50, la notizia ha fatto il giro del mondo, le Scogliere di Moher hanno perduto una grossa parte di roccia. Credo che il buon dio sia sceso dalla sua dimora e abbia smesso di fare quel che faceva per ammirare lo spettacolo. Niente di nuovo, lo sapeva che sarebbe accaduto, ma non si aspettava un evento di tale portata, così presto, così forte, tra uno straccio e l’altro il pavimento da lavare e il disinfettante, nessuno immaginava che sarebbe accaduto, che sarebbe accaduto mai, credo che lui stesso abbia chiuso gli occhi, e in quel momento, insieme ai pesci, abbia implorato pietà alle onde, sussurrando un delicato prendetevene cura.
Il boato ha risuonato le campane di tutta la costa, nelle ciotole delle minestre, nei gusci dei ricci e nelle crepe delle case. Dentro gli stomaci dei naviganti.
Dei perduti.
Degli amori dilaniati.
Oggi alle 19:50 le Scogliere della Rovina hanno perduto un pezzo di costa. Uno grosso. Uno che è caduto come un masso dentro un bicchiere di cognac. Chi è stato? Cosa è stato? Perché ora?
Nessuno lo sa.
Ma è accaduto. E nessuno, dal giorno, stava già scritto sulle rocce del Mondo Antico, avrebbe potuto fare finta di niente. Sarebbe mancato un pezzo di terra, nelle cartoline e nelle cartine lucide dei bambini. Nei disegni delle magliette dei turisti, nelle salopette dei bambini piccoli avrebbero dovuto mettere un’onda per coprire il buco che la falesia, in un battito solo, aveva accusato. Portandosi giù tutto. In ginocchio, davanti al cuore di dio.
La notizia in un baleno ha fatto il giro del mondo. No, non l’avete sentita in televisione e nemmeno alla radio, lo so, non è quel mondo che pensate voi, quello dei giornali, delle persone e delle cose che girano veloci. Anche se l’indomani mattina, anche le navi in porto, ne avrebbero risentito il colpo, stava scritto anche questo, sulle rocce del Mondo Antico, un’altra volta.
La notizia ha fatto il giro del mondo, del mondo immondo, del mondo dell’infanzia e delle cose future, del mondo delle spose, del mondo delle anime che si aspettano da sempre, del mondo del tutto e del vuoto. Un costone di roccia si è lasciato andare sull’oceano, dall’alto, dall’altissimo così alto che il cuore si è fatto da parte, dallo spavento si è fatto piccolissimo e si è fatto molto male, perché è scappato velocissimo e si è sbattuto il mignolo allo spigolo del televisore.
Non sapete che boato, per noi che lo sappiamo che il calcare non regge. Dentro al petto. Nello stomaco, sopra la pelle, nell’utero.
Di quei massi che quando cadono non li sente nessuno lì per lì in pieno nulla cosmico, solo il cielo e i dirimpettai all’oceano, qualche lucciola, le balene, i naviganti solitari, i pescatori, e le erbe circostanti. Le famiglie dei pesci, giù. Le conchiglie che il tramonto mette con cura ogni sera tra le alghe e gli scogli.
Una conchiglia, un’alga, uno scoglio.
Uno scoglio, un’alga una conchiglia. Un altro scoglio. La falesia se si spezza e cade. Provoca maremoto.
Aillte an Mhothair, ripete dentro sé. Aillte an Mhothair, si è spezzata.
Cuore, se lo strizzi bene, oggi, esce acqua salata.
Faceva così, da più di un’ora, l’acqua alta, lasciandola catatonica davanti alla scommessa di un’intera vita. La scoperta del nocciolo della reiterazione e la sua natura. Si giocava una partita importante. Il ritorno di sé bambina, che lui portava alla luce, lei, sua figlia, lei non è sua figlia. Quel muscolo maledetto in quella gabbia di carne, si fa minuscolo ogni volta che passa il dito sulla parola dispetto, compagnia. Tutto. Amore.
Rose annega.
Le lacrime solcano le guance rosse, e la fronte rossa e la testa, che scoppia e il corpo si lascia andare.
Aillte an Mhothair. Ho solo voglia di chiudere gli occhi. Guardare il tuo muso perfetto, dal basso, mentre ti lecchi il naso. Non mi interessa altro.
Il corpo è stanco, gli occhi pesano di calcare e sale. Ho solo voglia di chiudere gli occhi, e non riaprirli più.
Finalmente diluvia. Il tempo lo sa quando deve farmi compagnia.
La Falesia si è staccata, oggi che erano le 19:50 e si è portata via metà dello stomaco, ora c’è un cratere, e tu non ci sei più.

Scrivici!

© Storie di Lana - APS, C.F. 92180030907 
La totalità delle Storie scritte all'interno di questo spazio web sono di proprietà di Anastassia Caterina Angioi, in quanto autrice delle stesse.
È vietata qualsiasi utilizzazione, totale o parziale, dei contenuti inseriti nel presente portale, ivi inclusa la riproduzione, rielaborazione, diffusione o distribuzione dei contenuti stessi, senza previa autorizzazione scritta dell'autrice.